Dicembre 03, 2021

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    Di nuovo Settembre, di nuovo Cabudanni. Ma un anno dopo. Un anno dopo nuove chiusure, aspettative, paure e ipotesi di rilancio in cui tanto si è parlato delle opportunità di una giusta ripresa turistica. Si è discusso di rilancio dei piccoli centri, dell’importanza di potenziare la rete dei servizi, di come la Sardegna potesse inserirsi nel tema del southworking. 

    Tema, questo, che è rimasto per lo più una moda social, pronta a trasformarsi in un fuoco di paglia al ritmo di algoritmi e tendenze anche, però, a causa nostra. Terminato il momento di totale emergenza, quello in cui la corsa verso località dal clima mite, stile di vita slow e tranquillità a un costo della vita inferiore ma senza rinunciare alla potenza di una connessione internet, è terminata anche la necessità (e volontà) di promuovere le nostre realtà come i luoghi ideali dove lavorare a distanza. 

    E da lì, ci siamo nuovamente adagiati sui canonici tre mesi estivi. Tre mesi che conferiscono il pretesto per attribuire alla Sardegna l'etichetta di destinazione turistica. 

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    L’odore di bruciato. L’odore del terrore, di cenere, della morte. E’ un odore che chi vive in Sardegna conosce molto bene sin da quando ci è nato. Puntuale come un orologio, questo odore della disperazione arriva d’estate, come se ci fossimo abituati a tutto questo. Come se fosse diventato un appuntamento annuale.

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