Ottobre 25, 2021

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    L'opinione

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    "La prima accademia d’arte la feci con le donne del mio paese, quelle che tessevano e impastavano il pane.” Queste parole, pronunciate più volte da Maria Lai, la grande artista di Ulassai scomparsa lo scorso anno, racchiudono uno scrigno di teorie e conoscenze sociologiche. Donne sarde detentrici di antichi saperi, valide e poliedriche insegnanti, gelose dei loro segreti al punto da selezionare coloro ai quali tramandarli ma, anche, pilastri e custodi del focolare domestico. La stessa “Stazione dell’arte”, fortemente voluta dalla Lai, costituisce la trasformazione artistica di un luogo che nei secoli ha rappresentato “sas feminas” e il simbolo del loro lavoro quotidiano. Chi si avventura nella storia della Sardegna non potrà che ritrovare, più e più volte, figure di donne straordinarie che, anche se talvolta non sono entrate a pieno titolo tra le pagine della memoria dei luoghi, ne hanno caratterizzato lo spirito più profondo. Si pensi già al culto della dea madre, alle Domus de Janas, alle due “giudicesse sarde”, Adelasia de Lacon Gunale ed Eleonora d’Arborea, per esempio.

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