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Quando la paura diventa programma politico è opportuno preoccuparsi

Quando la paura diventa programma politico è opportuno preoccuparsi

"Abbiamo già scritto la storia". Ulrich Siegmund, dopo il risultato elettorale in Sassonia-Anhalt, forse ha usato una formula inevitabile per chi si trova davanti a un risultato che fino a qualche tempo fa sembrava difficile persino da immaginare.

Eppure quella frase dice qualcosa di più del semplice entusiasmo di un vincitore. Perché la vera novità non è soltanto che l’AfD abbia ottenuto un risultato storico. È che oggi si possa discutere concretamente della possibilità che un partito considerato estremista possa arrivare a governare un Land tedesco.

E sarebbe troppo facile fermarsi qui, indignarsi e archiviare la questione come l’ennesima avanzata dell’estrema destra. Il problema è che dietro questi voti c’è una parte di società che non si sente più rappresentata e che, soprattutto, non si sente più sicura.

La Germania non è più quella macchina industriale apparentemente inarrestabile che per anni abbiamo guardato con una certa ammirazione. La produzione industriale è debole, alcuni settori sono in difficoltà, il costo dell’energia ha pesato e molte persone hanno la sensazione che il benessere costruito negli anni non sia più qualcosa di garantito. A questo si aggiunge un’altra cosa, forse ancora più difficile da misurare: la percezione di vivere in una società meno ordinata, meno prevedibile, nella quale anche episodi di microcriminalità o di degrado quotidiano finiscono per alimentare una sensazione di insicurezza molto più grande del singolo episodio.

Non è detto che la realtà sia sempre così drammatica come viene percepita. Ma in politica conta anche ciò che le persone percepiscono.

E quando una persona comincia ad avere paura di perdere il lavoro, di vedere peggiorare il proprio tenore di vita, di non riconoscere più il quartiere in cui vive o semplicemente di non sapere cosa aspettarsi dal futuro, diventa molto più facile affidarsi a chi promette protezione. Non necessariamente a chi ha le soluzioni migliori. A chi sembra avere una risposta.

È qui che il nazionalismo torna ad avere forza.

L’AfD ha capito molto bene questo meccanismo. Non deve convincere tutti che il mondo sia completamente sbagliato. Deve soltanto convincere una parte crescente degli elettori che qualcuno li abbia lasciati indietro e che qualcuno altro sia disposto a proteggerli. Gli immigrati, Bruxelles, la globalizzazione, le élite, la guerra, la perdita di sovranità diventano così pezzi di una stessa storia.

Una storia semplice, forse troppo semplice, ma proprio per questo efficace.

Il punto è che dietro parole come «remigrazione», «sovranità nazionale», ridimensionamento dell’Unione europea e rapporti più stretti con la Russia c’è una precisa idea di società. Un’idea nella quale il recupero dell’identità nazionale viene presentato come antidoto a tutto ciò che ha messo in crisi le certezze del passato.

Ed è qui che dovrebbe iniziare la nostra preoccupazione.

Non perché chi vota AfD sia automaticamente estremista. Sarebbe una semplificazione tanto sbagliata quanto pericolosa. Molti elettori probabilmente votano per rabbia, per protesta, perché sono stanchi dei partiti tradizionali o perché vogliono semplicemente vedere cosa succede se si cambia completamente direzione. Il problema è che la protesta può portare al potere forze che hanno un progetto molto più radicale di quello immaginato da chi le ha votate.

La storia europea ci ha già mostrato come funziona.

Prima arrivano la paura e la frustrazione. Poi arriva qualcuno che promette ordine. Infine ci si accorge che, insieme all’ordine, si sono accettate anche idee che qualche anno prima sembravano impresentabili.

E tutto questo accade proprio mentre intorno a noi il mondo diventa più complicato e più pericoloso. La guerra in Ucraina ha riportato la Russia nel ruolo di potenza militare aggressiva ai confini dell’Europa. Stati Uniti e Cina si confrontano su economia, tecnologia e influenza globale. Il Medio Oriente resta una delle aree più instabili del pianeta. L’energia, le materie prime, la sicurezza e le nuove tecnologie sono ormai questioni che nessuno Stato europeo può affrontare davvero da solo.

E noi cosa facciamo?

Torniamo a parlare di muri, confini, sovranità nazionale e di un’Europa che dovrebbe contare meno.

È una contraddizione enorme. Proprio quando il mondo ci obbligherebbe a essere più forti insieme, una parte crescente della politica europea convince i cittadini che saremo più forti dividendoci.

Forse è questo il vero pericolo del nazionalismo di oggi. Non arriva necessariamente urlando. Può arrivare con toni rassicuranti, parlando di sicurezza, tradizioni, identità e protezione. E soprattutto arriva in un momento nel quale molte persone hanno davvero bisogno di sentirsi protette.

Non possiamo deridere questa paura. Dobbiamo capirla. Ma comprenderla non significa necessariamente assecondarla.

Perché se la politica tradizionale non riesce più a dare alle persone sicurezza economica, ordine sociale e una prospettiva per il futuro, qualcun altro continuerà a farlo. Anche raccontando che la soluzione è tornare indietro.

Siegmund dice che ha scritto la storia. Forse sì.

Ma la storia, questa volta, non è ancora scritta fino in fondo. E sarebbe bene ricordarselo prima che la paura diventi l’unico programma politico capace di vincere.

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