Vi è, tra l’esistere e il vivere, una differenza sottile, quasi impercettibile, eppure sostanziale. La prima è una condizione biologica; la seconda, pare, un’ambizione.
Si può esistere con impeccabile puntualità: alzarsi, lavorare, consumare, produrre, rispondere alle notifiche e, con diligente rassegnazione, ripetere il medesimo giorno fino a confonderlo con l’intera esistenza. Un esercizio di straordinaria efficienza, che non richiede particolare talento.
Vivere, invece, è faccenda assai più sconveniente. Significa accorgersi del tempo mentre passa, scegliere quando sarebbe più comodo obbedire, coltivare desideri che non abbiano necessariamente una funzione e, soprattutto, ricordarsi che la vita non è una pratica amministrativa da evadere entro i termini.
Forse è per questo che molti preferiscono esistere: è più semplice, più ordinato e presenta il non trascurabile vantaggio di non dover prendere troppe decisioni. Si può persino arrivare alla fine con un curriculum impeccabile e la vaga sensazione di aver dimenticato qualcosa.
E poi ci sono quelli che aspettano. Aspettano il momento giusto, il tempo libero, la situazione ideale. Aspettano così pazientemente che, talvolta, finiscono per scoprire che il momento giusto aveva semplicemente smesso di aspettarli.
Così, tra un dovere e l’altro, continuiamo ad esistere con grande serietà, rispettando scadenze, programmi e convenzioni, mentre rimandiamo con ammirevole disciplina l’unica cosa che davvero non ammetterebbe rinvii: vivere.
E quando qualcuno ci domanda se siamo felici, rispondiamo con composta dignità: «Non mi posso lamentare».
Che, a ben vedere, è una delle formule più eleganti che abbiamo inventato per dichiarare di essere ancora vivi senza dover dimostrare di aver vissuto.
Perché tra esistere e vivere la differenza è sottile.
Ma, per chi abbia il coraggio di guardarla in faccia, è abissale.
E il tempo, notoriamente, non ha mai avuto particolare simpatia per chi lo spreca.