La Sardegna non ha bisogno di profeti. Tanto meno di quelli che arrivano da lontano con curricula impeccabili e quella singolare sicurezza di chi, dopo aver osservato un territorio, ritiene di averne compreso l’anima.
Il problema non è venire da fuori. Il problema è credere che la distanza non costituisca un limite alla conoscenza.
Viverla e viverci è un elemento essenziale per poterne comprendere le necessità.
La Sardegna non è un insieme di indicatori, né un laboratorio sul quale sovrapporre strategie elaborate altrove. È una trama irriducibile di relazioni, memorie, consuetudini, diffidenze, resistenze e contraddizioni; è la quotidianità di chi affronta lo spopolamento, l’isolamento, la fragilità dei servizi, la precarietà del lavoro e, nonostante tutto, continua ad abitare e costruire comunità.
Questa conoscenza non si acquisisce necessariamente nei dossier o nelle presentazioni impeccabili. Si acquisisce vivendo i luoghi, attraversandone le difficoltà, conoscendone le persone e sopportandone quotidianamente le conseguenze.
Perché una terra non è un prodotto da confezionare, né una comunità un mercato da segmentare. Ogni progetto calato dall’alto rischia di scambiare la complessità per inefficienza e la conoscenza locale per resistenza al cambiamento.
La Sardegna non ha bisogno di soluzioni chiavi in mano, ma di intelligenze capaci di ascoltare prima di prescrivere, di confrontarsi prima di sentenziare, di comprendere prima di progettare.
Perché esiste una forma particolarmente raffinata di arroganza: arrivare con la soluzione prima ancora di essersi posti la domanda giusta.
E forse è proprio questa la prima cosa che la Sardegna dovrebbe smettere di accettare.