Maggio 12, 2021

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    Tradizioni

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    A Pattada,  sa resolza (il tipico coltello chiamato in certe zone Leppa) è piantata, in maniera simbolica, nel cuore di ogni singolo abitante del paese. Questa, infatti, è l’emblema dell’intera comunità: un borgo di circa 3500 abitanti, quello situato alla maggior altitudine tra tutti i comuni della provincia di Sassari. E’ questo quindi il paese dei coltelli sardi o, per meglio dire, i coltelli sardi più famosi vengono da questo paese, tanto che sono conosciuti anche con il nome di pattadese. La tradizione si perde nella memoria. Secoli di raffinato artigianato che trova origine nella storica vicinanza del paese ai giacimenti di ferro. La transizione verso gli attuali coltelli si ebbe con l’avvento della ghisa, anello di congiunzione tra il vecchio ferro, ormai arrugginito, e l’attuale acciaio, indistruttibile, che costituisce ogni lama moderna realizzata seguendo gli opportuni criteri.

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    In passato i sardi erano molto più riservati e chiusi di oggi: la sessualità non era certo un argomento molto presente nelle chiacchiere di ogni giorno. Figuriamoci a tavola, davanti alle donne vergognose e ingenue di un tempo. In Sardegna non ci sono molti alimenti tradizionalmente afrodisiaci. L'unico cibo considerato dotato di tali poteri era ed è ancora il sedano (s'appiu), mangiato crudo ed in grosse quantità. Oggi nei tipici banchetti sardi si usa mettere il sedano sulla tavola ed invitare con malizia gli uomini presenti a consumarne senza limiti. In realtà il "vero uomo sardo" non ne mangia molto (per lo meno in presenza di altri commensali): ritiene infatti di non aver bisogno di "aiuti" di questo tipo per portare avanti senza "intoppi" i suoi doveri coniugali.

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    Il carnevale di Bosa, chiamato “Carrasegare Osincu” è unico nel suo genere in Sardegna; contrariamente ai tragici carnevali delle zone interne dell’isola vi trionfano la libertà, la fantasia e l’esplicita ironia a carattere sessuale. Il personaggio pringipale è Gioldzi: il “Re Giorgio”, il simbolo del carnevale, rappresentato da un pupazzo di stracci e paglia, con una botte per pancia. S’Attittadora è la prefica che recita le lamentazioni funebri; è vestita a lutto, il viso dipinto di nero con s’oltigiu brusiadu (sughero bruciato), e indossa sa bunnedda (la gonna lunga), s’isciacca (il bustino), e s’isciallu cun sas randas (lo scialle con le frange).

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