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Il sangue che indigna e quello che non conta

Il sangue che indigna e quello che non conta

PER QUANTO VOI VI CREDIATE ASSOLTI SIETE LO STESSO COINVOLTI - Titolo originario

Nel Bengala occidentale, regione tra le più povere del mondo, fotografai una scena che lì è ordinaria – come lo era da noi fino a quarant’anni fa- : una nonna e sua nipote macellano un pollo nel cortile di casa. 

Posso testimoniare che il gesto fosse semplice, naturale e privo di crudeltà. La bambina -aiutata dalla nonna- con grazia e sorriso, interrompe la vita di un essere vivente con la consapevolezza, appresa fin dall’infanzia e trasmessa per generazioni, che la vita può nutrirsi di altra vita e che ogni atto quotidiano, anche mangiare, viaggiare, connettersi ha sempre un costo reale su ciò che ci circonda e la sostenibilità può concretizzarsi nel dovere di reintegrare ciò che sottraiamo dall'universo. Il fotogramma crea un paradosso: il luogo in cui le bambine decapitano gli animali col sorriso è anche il luogo in cui si uccide di meno. In quella regione, infatti, il consumo medio di proteine animali è di circa quattro chilogrammi annui a persona. 

La carne è un bene raro, prezioso. L’alimentazione si basa quasi interamente su riso, legumi e verdure stagionali. Gli animali si acquistano vivi perché non esiste il frigorifero: la conservazione è impossibile. La macellazione domestica non è una scelta culturale, ma una necessità di sopravvivenza. Si consuma tutto, senza sprecare nulla. Anche ciò che in Occidente chiamiamo “catena del freddo” è un lusso energetico che gran parte del mondo povero non può permettersi. Eppure, mostrare questa scena in Europa – nel luogo in cui si uccidono animali venti volte di più che in Bengala – provoca indignazione, giudizi morali, accuse di inciviltà. Le stesse persone (non tutte) che consumano in media ottanta chilogrammi di carne all’anno si sentono moralmente superiori a quella nonna e a quella bambina. Questo accade perché la distanza fisica e cognitiva tra produzione e consumo, generata dall’urbanizzazione, crea un vuoto di consapevolezza e responsabilità. I dati mostrano che aumentano i consumi impattanti, mentre le condizioni reali della produzione vengono sistematicamente occultate.

Anche in Sardegna accade lo stesso. La società, sempre più terziarizzata (85%), fragile, dipendente, impoverita dall’inflazione, presidia e si accalca nei centri urbani e abbandona il territorio rurale circostante oppure lo urbanizza. Non produce più cibo, energia, né beni industriali: importa quasi tutto, arricchendo le filiere produttive di altre regioni e di altri Paesi. In Sardegna l’ostilità verso la produzione la si evince nei dati ISTAT e si manifesta ogni giorno con esempi concreti: una richiesta (a zero giorni) per aprire una porcilaia a Caniga (SS) viene bloccata perché disturba chi vive nelle villette sorte nell’agro, registrate come case rurali.

Così le maggioranze terziarizzate ribaltano la logica paesaggistica e produttiva: non sono più le villette a essere incompatibili con l’agricoltura, ma è l’agricoltura a diventare incompatibile con le villette -che negli anni hanno colonizzato l’agro del sassarese-. Le stesse persone, nel creare pressioni per la non apertura, hanno individualmente tutto l’interesse per farlo: evitano di respirare l’odore del letame e continuano a comprare carne -importata per l’80% da altri Paesi - nei centri commerciali di Predda Niedda, senza interrogarsi sull’impoverimento economico che questo genera alla collettività sarda e tanto meno sugli impatti a monte, quelli lontani: le deiezioni dei maiali polacchi e la nitrificazione di quei territori sono poco importanti, il trasporto su gomma e su nave – per migliaia di km- non conta, è invisibile nel piatto.

Conta solo non sentire l’odore tipico della campagna viva, sostituita da ville e dai prati inglesi. È la stessa logica che condanna la vista di una pelle fresca durante il carnevale di Ovodda, ma accetta quella stessa pelle se diventa secca, stilizzata, folkloristica, buona da fotografare. Molti consumatori moderni, soprattutto se inclini alla lettura, sviluppano il concetto di male attingendo dalla cinematografia americana: il sangue è sempre “male” come nei film splatter di Tarantino. Mentre mandare i figli in gita su una nave da guerra, come accaduto a Cagliari, diventa invece moralmente accettabile (come nei film di J.Cameron dove anche durante un naufragio nascono delle storie d’amore). Insomma, tutto ruota attorno all’estetica del male, non alla sua sostanza quindi quando acquistiamo spinaci, magari importati dalla California, non compriamo solo proteine vegetali, consapevoli di aver creato comunque un impatto (inquinamento da produzione trasporto e commercializzazione) sul quale abbiamo il dovere di rimediare, no, no: compriamo l’illusione dell’innocenza e dell’impatto zero.

L’evoluzione non ci ha preparati a sentire responsabilità lungo catene logistiche di migliaia di chilometri. Il nostro cervello limbico, quello delle emozioni morali, è ancora un cervello del Pleistocene: funziona per prossimità, per contatto, per evidenza sensoriale. Così indossiamo abiti fast fashion (shein), acquistati con pochi euro su cui facciamo un reso dopo una foto, ignorando che dietro ci siano bambini e donne bengalesi che li hanno cuciti per pochi centesimi e decine di litri di carbon fossile bruciati per portarli e riprenderli da casa nostra; consumiamo cacao prodotto da lavoro minorile; batterie ottenute da miniere devastanti; frutta indiana raccolta in condizioni lavorative indegne mettendo questi mondi non normati in concorrenza con le nostre aziende.

Ciò non importa, se il packaging è pulito, anche la coscienza lo diventa. I promotori del: non è male ciò che non si vede; non è male ciò che è lontano e di questa presunta superiorità morale spesso ospitano milioni di animali domestici, con un impatto ambientale enorme e mai discusso. Secondo uno studio pubblicato su PLOS ONE, gli animali domestici statunitensi consumano l’equivalente calorico di 63 milioni di esseri umani e producono circa 64 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno.

I dati europei sono proporzionalmente simili. La produzione di cibo per animali comporta l’uso di cereali, carne, pesce, trasporti e rifiuti – già oggi gli imballaggi prodotti dal settore pet incidono in maniera importante sui costi della TARI dell’intera collettività. Ma nulla di tutto questo entra realmente nel dibattito pubblico. Perché gli animali d’affezione rispondo ad un bisogno affettivo e quindi non produrrebbero gli stessi effetti dei bisogni da consumo. Appartengono alla sfera emotiva e, per questo, sono protetti dall’analisi razionale. È un dovere calcolare l’impronta ecologica di un allevatore e delle sue vacche, ma sarebbe considerato non etico calcolare quella di un golden retriever in un monolocale milanese.

Negli ultimi due giorni ho letto -allibito- decine di commenti di italiani e sardi che – capitanati dal solito animalista analfabeta in materia ecologica e zoologica (il tal Rizzi) – hanno dileggiato un cacciatore, morto durante una battuta di caccia a Oliena. E’ facile usare il giudizio morale, su cacciatori e allevatori, su chi, per hobby e per mestiere, sporcandosi le mani svolge un ruolo ecologico essenziale per tutti, è molto più facile collocarsi nella cerchia della classe urbana che può permettersi il lusso di ignorare come funzionano realmente le filiere del cibo, dell’industria, dell’energia, la stessa classe che si sente assolta ma che consuma ogni giorno e impatta sugli equilibri ambientali autoreferenziandosi come animalista poiché alleva cani e gatti come bambini, ambientalista poiché ghiotta di avocado californiano credendo di rappresentare l’illuminata pet-class a impatto zero. A “zero” è rimasta la bassezza etica di quei commenti.

Michele Virdis

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