Per la sensibilità contemporanea la vendetta appartiene al passato, a contesti marginali o “primitivi” dove lo Stato non arriva e la legge viene sostituita dalla forza.
Eppure, alcune delle più importanti letture antropologiche e giuridiche del Novecento raccontano una storia diversa: la vendetta, in certi contesti, non è assenza di diritto ma un altro modo di fare diritto.
È questa la chiave di lettura che permette di mettere in dialogo due mondi solo apparentemente lontani: la Barbagia studiata da Antonio Pigliaru e l’Albania del Kanun. Due società tradizionali, due sistemi consuetudinari, e una stessa idea di fondo: l’onore come centro della vita sociale e giuridica.
Negli anni Sessanta, il giurista sardo Antonio Pigliaru compie un’operazione destinata a lasciare il segno. Studia la società pastorale barbaricina e arriva a una conclusione spiazzante per l’epoca: quello che viene definito “mondo senza legge” non è affatto privo di regole.
In Barbagia, sostiene Pigliaru, esiste un vero e proprio ordinamento parallelo a quello statale. Non scritto, non codificato, ma perfettamente riconoscibile nei comportamenti sociali. Al centro di questo sistema c’è l’onore, bene più importante della stessa integrità fisica.
La vendetta, in questo contesto, non è un gesto impulsivo o criminale, ma una risposta socialmente attesa a una violazione. È una forma di riequilibrio: ristabilisce ciò che la comunità percepisce come ordine. Non agire, in certi casi, può essere più grave che agire.
È qui che Pigliaru rompe lo schema classico: la vendetta non è caos, ma norma. E la norma non appartiene solo allo Stato.
Spostandosi idealmente dall’altra parte dell’Adriatico, il quadro si fa ancora più strutturato. Il Kanun albanese, attribuito alla tradizione di Lekë Dukagjini, è uno dei più completi sistemi consuetudinari europei.
Qui non siamo più soltanto davanti a regole implicite, ma a un vero e proprio codice sociale. Il Kanun disciplina la vita quotidiana in ogni suo aspetto: famiglia, proprietà, ospitalità, rapporti tra clan. E naturalmente la vendetta di sangue, la gjakmarrja.
Anche in questo caso il principio cardine è l’onore. Ma la sua tutela assume una forma più rigida e, spesso, più drammatica.
La responsabilità non è individuale ma familiare.
Un’offesa può trascinare interi nuclei in una spirale di ritorsioni che si estende nel tempo, talvolta per generazioni.
Accanto alla vendetta, però, il Kanun prevede anche regole precise di limitazione: chi può essere colpito, quando è possibile agire, e quali spazi sono sacri e inviolabili, come quello dell’ospitalità. Anche la violenza, insomma, è regolata.
Mettendo in parallelo il modello barbaricino e quello albanese, emergono somiglianze difficili da ignorare. In entrambi i casi la vendetta non è un’eccezione alla norma, ma una sua espressione. È il meccanismo attraverso cui si ricompone un equilibrio rotto.
Soprattutto, in entrambi i sistemi lo Stato non è il monopolista della giustizia. Le regole nascono nella comunità, si trasmettono socialmente e trovano legittimità nella loro stessa condivisione.
L’individuo non è mai completamente libero di scegliere se reagire o meno: è vincolato da un codice non scritto (o scritto, nel caso del Kanun) che definisce obblighi, reputazione e conseguenze.
Le analogie, tuttavia, non cancellano differenze significative.
Il lavoro di Pigliaru descrive un sistema che resta in larga parte implicito, ricostruito attraverso l’osservazione sociologica di comportamenti reali. Non esiste un codice scritto della vendetta barbaricina: esistono norme sociali che si manifestano nella pratica.
Il Kanun, al contrario, ha una forma codificata e sistematica. È un corpo normativo che pretende di regolare non solo la vendetta, ma l’intera vita sociale.
Anche la dinamica dei conflitti cambia: nella Barbagia studiata da Pigliaru la vendetta appare più circoscritta, meno estesa nel tempo; nel Kanun può invece assumere una dimensione ereditaria, con faide che attraversano generazioni.
Al di là delle differenze storiche e culturali, il confronto tra questi due sistemi solleva una domanda scomoda: il diritto coincide davvero con lo Stato?
Pigliaru e lo studio del Kanun suggeriscono di no. Esistono contesti in cui la norma giuridica nasce altrove, nella comunità, nei rapporti sociali, nei codici dell’onore. E in cui la vendetta, lungi dall’essere semplice violenza, diventa un dispositivo di regolazione sociale.
Non si tratta di nostalgia per forme arcaiche di giustizia, né di giustificazione della violenza. Piuttosto, di una constatazione: il diritto è più plurale di quanto la modernità sia disposta ad ammettere.
E forse è proprio questo il punto più scomodo di tutta la riflessione.
Antonio Pigliaru, Il codice della vendetta barbaricina
Paolo Fadda, studi sul diritto consuetudinario sardo e la società pastorale barbaricina
Stephanie Schwandner-Sievers & Robert Pichler (a cura di), studi sul Kanun e le trasformazioni sociali nei Balcani