Novembre 23, 2019

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    Ad Ilienses

    La voce del lettore

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    Pier Paolo Sannia da anni si occupa di studi e ricerche nei campi dell’antropologia culturale, della sicurezza e lotta al terrorismo. Tramite le sue competenze, in merito all’analisi delle informazioni d’intelligence e lo studio dei fenomeni terroristici, cerchiamo di capire cosa sta succedendo nel cuore dell’Europa.

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    Suona il citofono. Appena sveglia, frastornata dal sonno e spaventata per un incidente avuto ieri, indecisa se aprire o meno la porta, decido di farmi coraggio e aprire pensando che magari fosse qualcosa di importante e non i soliti testimoni di Geova che mi perseguitano. Ma questa non è la mia storia. È la storia di un uomo sulla quarantina, un po' trasandato, imbarazzato, preoccupato, spaventato. Mi chiede scusa del disturbo e scusa se invece di stare davanti alla porta sta al lato, come forma di rispetto.

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    Ebbene si,

    anch’io sono uno di quelli che ha fatto un anno di scuola all’estero e che vuole condividere la sua esperienza con voi, a prescindere dal fatto che possiate essere futuri viaggiatori o gente adulta e realizzata.

    Innanzitutto, l’esperienza all’estero non è una vacanza. Non è un’esperienza per sfaticati o per gente che crede che sia solo un gioco. Non va presa alla leggera, come molti fanno. Quando un ragazzo decide di andare all’estero, l’obiettivo principale è imparare e/o migliorare le competenze linguistiche (generalmente l’inglese) che al giorno d’oggi sono fondamentali, per qualsiasi tipo di lavoro. Chiunque può confermare (e dunque anch’io) che una lingua, per quanto ci si possa impegnare sui libri e ripetere a pappardella le regole basilari, la si impara nel vero senso della parola soltanto recandosi in un paese dove la si parla giorno e notte e dove si è costretti a parlarla.

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