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Il business dei somari

Il business dei somari

C’è una nuova economia che prospera silenziosamente sotto i nostri occhi. Non produce beni, non innova processi, non risolve problemi.

Produce consenso emotivo, indignazione istantanea, semplificazioni aggressive. È il business dei somari: un mercato florido che monetizza l’ignoranza, la sfiducia e il risentimento sociale, trasformandoli in like, follower, visibilità e – sempre più spesso – denaro.

Roberto Burioni, nel suo La congiura dei somari, ha chiarito un punto fondamentale: la scienza non è democratica. Non perché sia elitaria, ma perché si fonda su metodo, studio, competenza e verifica, non sull’opinione. Quel ragionamento, però, oggi va esteso ben oltre la medicina e i vaccini. Riguarda tutti i campi del sapere scientifico: dall’economia all’energia, dal clima alla geopolitica, dalla tecnologia alla statistica.

Nel mondo dei social network la conoscenza è stata trasformata in intrattenimento competitivo. Non vince chi ha ragione, ma chi urla meglio. Non emerge chi argomenta, ma chi semplifica. Non viene premiata la complessità, ma la frase breve, indignata, emotivamente caricata.

In questo contesto si è affermata una nuova figura: il divulgatore in mala fede, spesso colto, talvolta persino autorevole per curriculum o ruolo passato, che però sceglie consapevolmente di strumentalizzare l’informazione. Non per chiarire, ma per polarizzare. Non per spiegare, ma per alimentare una narrazione binaria: popolo contro élite, buon senso contro “esperti”, pancia contro cervello.

La scienza, l’economia, il diritto diventano così armi retoriche, private del loro rigore e piegate a una narrazione che fa leva su ciò che più abbonda: frustrazione economica, insoddisfazione sociale, senso di ingiustizia diffusa.

Il meccanismo è semplice e, proprio per questo, efficace. Si prende un tema complesso – inflazione, transizione energetica, cambiamento climatico, politiche sanitarie, intelligenza artificiale – e lo si riduce a una causa unica, spesso individuata in un nemico comodo: “la scienza”, “i tecnici”, “i professori”, “Bruxelles”, “le multinazionali”.

Il messaggio non è mai: “La realtà è complessa”.
Il messaggio è sempre: “Ti stanno fregando”.

È una comunicazione che non cerca soluzioni, ma colpevoli. Che non propone alternative realistiche, ma scorciatoie emotive. Che non educa al dubbio, ma alimenta certezze infondate. E più il contenuto è enfatico, più è divisivo, più viene premiato dagli algoritmi.

Così il malcontento diventa carburante. La crisi economica diventa storytelling. L’insicurezza sociale diventa engagement.

Criticare questo sistema non significa invocare censura o autoritarismo. Significa reclamare responsabilità. La libertà di espressione non equivale alla libertà di mistificare. Il dissenso è legittimo solo se informato. Il dubbio è sano solo se nasce dalla conoscenza, non dal sospetto sistematico.

Contrastare il business dei somari non è facile, perché è redditizio. Ma è necessario. Serve una nuova alfabetizzazione critica, una vera e propria alfabetizzazione digitale,capace di distinguere tra informazione e propaganda, tra complessità e manipolazione, tra competenza e teatralità.

Chi cavalca il malcontento non ha interesse a spegnerlo, né a chiarirlo. Ha interesse a mantenerlo acceso, a nutrirlo di slogan e semplificazioni, perché ogni indignazione condivisa è un click in più, ogni paura confermata è un follower fidelizzato.

In questo gioco perverso, la frustrazione collettiva diventa carburante e gli indignati finiscono per lavorare gratuitamente per chi li illude di rappresentarli.

 

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