La storia di Rita Coda Deiana comincia all’interno del cortile di una piccola casa nell’Azienda San Michele, una splendida tenuta agricola tra i comuni di Donori, Serdiana e Ussana. Fino alla fine degli anni '40 questo centro è appartenuto all'Istituto Nazionale di Cerealicoltura di Roma, arrivando a produrre ed esportare in tutta la penisola circa 5000 quintali all'anno di grano selezionato.
“Sono nata nel mese di agosto – comincia a raccontare Rita -, nel cuore dell’estate sarda, quando la terra è dorata e l’aria profuma di grano maturo e di sole. Le mie radici familiari sono profonde e ben precise: sono di origine ogliastrina da parte di entrambi i genitori, un sangue e una cultura che porto nel profondo del mio essere.
Il padre di Rita entrò nell'Azienda San Michele a soli sedici anni come guardia giurata, legando il suo destino a quei campi sperimentali.
“Oggi mia madre non c'è più e mio padre ha novant'anni e le sue mani raccontano la storia di un'intera epoca. Lì, ho vissuto i primi cinque anni della mia vita, tra un pino marittimo secolare su cui cercavo sempre di arrampicarmi, le cure della governante tzia Arega e la stazione meteorologica dove mio padre faceva le rilevazioni quotidiane”.
In seguito Rita, i genitori e i fratelli si trasferiscono nella zona bassa dell'azienda, a Su Benatzu, dove ha vissuto sino ai diciotto anni.
“Il mio diritto allo studio ha avuto la polvere delle strade sterrate dell'azienda San Michele – rammenta Rita - e il freddo delle cinque del mattino. Ricordo i chilometri percorsi al buio, quando l'inverno trasformava i viali in trappole di fango. Sfrecciavo forte sotto la chiesetta della Madonna del grano con un passamontagna rosso per scacciare la paura. I dipendenti dell'azienda che incontravo lungo percorso, mi scambiavano per mio fratello e dicevano a mio padre: Bernardu... nara a fillu tuu de andai a pagu cun cussu motorinu. Solo dopo tanti anni posso confessare che quel ragazzo spericolato ero io, sa piciochedda de sa tanca (la ragazza dell'azienda)”.
Ma sotto quei vestiti pesanti e maschili, necessari per il freddo, batteva il cuore di una ragazza che desiderava la leggerezza di una gonna. Questa fatica aveva forgiato il suo carattere.
“Dopo il diploma, ho scelto di orientare il mio cammino accademico verso la cura della memoria, specializzandomi in Archivistica e Biblioteconomia. Nella mia vita ho ricevuto il dono più grande: sono madre e nonna di una meravigliosa nipotina – esclama con orgoglio -, una nuova linfa che oggi porta avanti il filo della mia storia. Da circa dieci anni risiedo a Sadali, il paese dell’acqua nella Barbagia di Seulo, ma le mie radici restano saldamente ancorate a quei viaggi sulle strade sterrate dell'azienda San Michele e agli anni vissuti lì con la mia famiglia. Se mio padre custodiva le terre per far nascere il grano, mia madre, che da ragazza era stata la mugnaia di Donori, custodiva una forza e una dignità immense, e nelle sue mani l'acqua e la farina si trasformavano in gesti d'amore e profumo di pane appena sfornato”.
Rita da diversi anni dedica la sua vita al volontariato. In particolare, si occupata del supporto scolastico per bambini con problemi di apprendimento e dona supporto psicologico a persone con disabilità mentali. Ha sempre cercato di accostarsi alla vita degli umili, degli sfruttati e di chiunque necessitasse di sostegno.
“Nei rapporti umani ho imparato che saper ascoltare è molto più di un atto passivo – dice con enfasi -, è una vera e propria arte che richiede presenza e sensibilità. Significa accogliere e custodire la realtà altrui, senza il bisogno di dare per forza consigli. Credo fermamente nell'esistenza di un Amore che ci parla attraverso la voce del Silenzio, che si fa udire solo da chi sa guardarsi dentro. Chi è in grado di ascoltare il silenzio delle persone ‘invisibili’, tra le note di questo vivere, riesce a trasformare la sofferenza in speranza condivisa”.
La casa di Su Benatzu era distante dal paese di Donori o Ussana. Questa lontananza avrebbe potuto significare solitudine, invece ha spinto la mente di Rita a cercare la bellezza nel dettaglio.
“Nel retro della nostra abitazione c'era un lungo muro perimetrale che divenne la mia prima tela. Sapevo quanti sacrifici facessero i miei genitori e non osavo chiedere loro di comprarmi tele e colori, che allora erano un lusso. Così mi ingegnavo: recuperavo i pezzi di carbone dal fuoco e li usavo per disegnare sulla parete i paesaggi della nostra cultura sarda. Dipingevo con le dita sporche di nero. Erano opere provvisorie, infatti bastava un temporale perché la pioggia lavasse via tutto. Ma questo non mi scoraggiava, anzi alimentava la mia determinazione. Con pazienza e gioia, tornavo a impugnare il carbone per ridisegnare i miei mondi e la ruvidezza di quei muri era il mio spazio di libertà”.
La pittura di Rita Coda Deiana nasce come risposta naturale alla campagna di Su Benatzu, che era una fonte inesauribile d’ispirazione. Il bisogno di usare i pennelli è nato dal desiderio di fermare la meraviglia che vedeva ogni giorno: i campi sperimentali di cotone, le distese di mais e i giganti dorati dei girasoli che seguivano la luce.
“Durante le mie lunghe passeggiate solitarie verso un boschetto di eucalipti - rammenta malinconicamente-, mi fermavo all'ombra di un albero isolato di olivastro. Lì, lontano dal caos, aprivo i miei quaderni e ho capito che la sola parola scritta non bastava a contenere la forza di quella terra. Avevo bisogno della materia del colore per trattenere l'anima della mia giovinezza”.
L’utilizzo dei colori per Rita è la scoperta dall'istinto e rispondono a un bisogno emotivo. Nel tempo c’è stata un’evoluzione: partita dal nero del carboncino dell’infanzia per arrivare a un richiamo naturale verso tutte le sfumature dell’azzurro.
“Amo il celeste chiarissimo che sfuma nel bianco, il turchese vibrante del nostro mare, l'indaco della sera e il blu più profondo. Per me l'azzurro significa libertà, respiro e ricerca di armonia. Oltre ai colori acrilici e quelli ad acqua su vetro, ultimamente mi sto dedicando molto alla pittura a olio e alla pittura materica, che mi appassiona per la sua irregolarità. Penso che la bellezza nella vita, così come nell'arte e nella poesia, stia proprio nelle piccole imperfezioni. La perfezione non esiste, tranne nella narrativa, dove le regole servono per farsi capire dai lettori, ed è proprio attraverso la ruvidezza della materia e i toni dell'azzurro che stendo sulla tela la mia storia”.
Dipingere per Rita è un dialogo intimo, un vero e proprio ritorno a casa. Affrescare non è solo stendere colore, ma dare una forma visibile agli stati d'animo. In ogni volto, in ogni sguardo e persino nelle crepe di un muro, c'è un pezzetto della sua anima che cerca di comunicare con il mondo senza bisogno di parole.
“Quando mi trovo davanti al cavalletto, ogni pennellata di azzurro diventa un modo per portare luce e pace interiore. Se il carboncino dell'infanzia serviva a far uscire l'urgenza e la fatica del silenzio, l'azzurro di oggi trasforma le ombre del passato in respiro e guarigione”.
La luce e la natura della Sardegna dettano il ritmo del pennello. Lo sguardo è cresciuto con il sole dell'estate a San Michele e i cieli immensi di Su Benatzu.
“Quando dipingo, quegli spazi si riflettono sulla tela attraverso i blu e i celesti che richiamano la nostra aria tersa. Anche la scelta della pittura materica è un legame con la mia terra: l'irregolarità della materia ricorda la pietra delle mura del cortile, i muretti a secco e l'argilla della campagna sarda”.
Accanto alla poesia, Rita Coda Deiana si dedica alla scrittura di novelle, fiabe e favole. Questi testi sono quasi tutti ambientati in Sardegna e nascono per esaltare i miti, le leggende e la cultura isolana.
“Nei racconti inserisco volutamente termini e interi discorsi in lingua sarda: è una scelta consapevole che porto avanti per tutelare, proteggere e tramandare la nostra lingua, la nostra tradizione e la nostra identità”.
L’urgenza di raccontare accompagna Rita da sempre, ha iniziato a pubblicare i suoi scritti solo nel 2014, dopo una lunga stagione di scrittura intima e privata. Nel 2018 ho esordito con la prima raccolta di poesie, “Divagazioni oltre i confini dell’empatia”, seguita nel 2025 da “Paesaggi dell’Animo”. Quest'ultima è un'opera bilingue, scritta in italiano e in logudorese, si configura come un viaggio geometrico del cuore, dove il silenzio si fa estasi luminosa e i versi risuonano di ammentos (ricordi/memorie) e bramas (desideri), invitando il lettore a una contemplazione lenta e profonda.
“Nutro un amore immenso per la lingua sarda – dice - e ho intrapreso uno studio specifico per imparare a scriverla. Utilizzo il logudorese soprattutto quando compongo poesie, questo per la straordinaria musicalità delle sue parole”.
Negli ultimi anni, oltre a collaborare con diverse testate online, Rita ha ideato e curato il progetto socioculturale “Storie di Vita: Sul Filo degli Antichi Mestieri”. Questa iniziativa nasce dal desiderio profondo di far rinascere i saperi artigiani ormai in disuso, tessendo un filo invisibile tra la saggezza dei nonni e l'entusiasmo delle nuove generazioni.
“Attraverso questo progetto ho cercato di celebrare l'elogio della lentezza e della ciclicità naturale, intese come vie per ritrovare l'ispirazione, la maestria e l'autentica armonia nella creazione. La parola da sola però non mi bastava ed ho cercato di esprimere questa stessa creatività anche attraverso la fotografia, il cinema e la pittura, che per me si aiutano a vicenda per fermare un sentimento e custodire il mistero dell'animo”.
Gli scritti sono intrisi di un fortissimo senso d'identità. Il paesaggio umano e geografico di Donori, del Campidano e del resto della Sardegna ha plasmato lo sguardo d’artista.
“Un paesaggio umano indimenticabile: i giochi a nascondino tra i muretti a secco, i pomeriggi trascorsi a Oliena durante le vacanze estive a casa della famiglia Catte, dove l’aria del monte Corrasi portava giù il profumo del mirto e dell’elicriso – racconta inebriandosi di beltà -. E' lì, che ho conosciuto il valore sacro dell'ospitalità, le porte di casa sempre aperte e la meraviglia de sa murra nella città di Nuoro. Notai questo gioco in una piazza, dove uomini in cerchio lanciavano le braccia in avanti a velocità fulminea. Capii che era una sfida psicologica basata sulla capacità di leggersi dentro gli occhi, senza filtri. Tutta questa ricchezza, unita allo scorrere del Riu Mannu e al suono dei campanacci delle greggi, mi ha insegnato a cercare la poesia nelle cose semplici e invisibili”.
Un tema ricorrente nei testi di Rita è l'ascolto delle ferite interiori e il dialogo con la ‘bambina interiore’.
“Credo che scrivere e dipingere siano gli strumenti che mi permettano di rimanere in contatto con la mia bambina interiore. Cerco di ascoltarla da quando disegnava con il carbone sui muri del cortile per non pesare sulla famiglia, o che correva al buio sul motorino per scacciare la paura delle ombre. Penso che la letteratura diventi un luogo di guarigione quando permette di accogliere le fragilità del passato e trasformarle in serenità nel presente. Scrivere mi permette di dare una carezza alla bambina-ragazza che ero, celebrando la sua forza e restituendole quella leggerezza che allora le era costata tanta fatica.”
E poi i versi dedicati al mondo femminile: figure austere, generose e di immensa dignità.
“Le donne del mio passato, a partire da mia madre e da mia nonna materna, fino alla dolcissima signora Rosaria Manca a Oliena, ci insegnano il valore immenso della cura, della dignità e della capacità di trasformare il sacrificio in dolcezza. In una mia poesia scrivo: Su fumu de sa linna artziat a su celu, / sa manu de sa mamma bincit dònnia gelu (Il fumo della legna sale verso il cielo, la mano della mamma vince ogni gelo). Ricordo mia madre che si alzava prima di tutti nel freddo della casa per accendere il camino e preparare su pani arrirau (il pane abbrustolito) con la ricotta per il nostro risveglio. E ricordo mia nonna materna a Donori, la sua casa era il mio porto sicuro, il luogo dove trovavo il calore del fuoco e il profumo delle cose buone per riprendere le forze dopo i viaggi faticosi al buio sul motorino. A Oliena, poi, le donne mi insegnavano a preparare is caschettas (i dolci della sposa) e mi spiegavano che quando le persone offrono qualcosa si deve sempre accettare con un sorriso, perché rifiutare ferisce l'orgoglio di chi dona. C'è poi la dignità dei miei genitori che rifiutarono con grazia la proposta di una signora benestante di Oliena che voleva farmi da tutrice e crescermi come una figlia, non potevano separarsi da me, ma restammo sempre grati per quel grande affetto improvviso. Alle donne di oggi queste maestre ricordano l'importanza di difendere le proprie radici e di trovare la forza nella generosità e nell'accoglienza, che sono forme pure di amore e di rispetto”.
Per Rita Coda Deiana quindi, dipingere e scrivere sono due sponde dello stesso fiume, due modi diversi che utilizza per raccontare la stessa sensibilità. Lo stato mentale cambia leggermente a seconda dello strumento. La scrittura richiede il silenzio, la riflessione e l'esattezza della parola, mentre la pittura materica o il lavoro su vetro richiamano un impulso più fisico e immediato, un movimento che vive in piedi davanti alla tela, lasciando che le mani seguano direttamente l'emozione.
“Queste mie passioni non viaggiano mai su binari separati; al contrario, si cercano e si completano a vicenda. La mia scrittura è molto visiva, quasi cinematografica, perché quando scelgo le parole cerco di dipingere un'immagine nella mente di chi legge. Allo stesso modo, quando dipingo, la tela diventa una poesia silenziosa. Ho realizzato e realizzo tuttora opere in cui il testo e il dipinto si fondono direttamente, perché sento il bisogno di unire la forza del colore alla musicalità dei versi, come accade nelle mie poesie bilingue. Ad esempio, quando scrivo: “Fragu de linna e de pani in sa brasa, est s'infàntzia mia chi torrat a domu” (Profumo di legna e di pane sulla brace, è la mia infanzia che torna a casa), io sto offrendo al lettore una fotografia vissuta, un quadro fatto di parole. Colore, luce fotografica e parola per me fanno parte dello stesso cammino: sono finestre diverse aperte sullo stesso bisogno di custodire la memoria e la meraviglia del mondo”.