Pierpaola Porqueddu: una musicista raffinata

Pierpaola Porqueddu: una musicista raffinata

Ci sono artisti che usano la musica come un mezzo di evasione e artisti che, al contrario, la scelgono come uno strumento di scavo archeologico dell'anima.

Pierpaola Porqueddu appartiene di diritto a questa seconda, rara categoria. Musicista raffinata, interprete rigorosa e fine tessitrice di trame sonore, ha saputo trasformare il patrimonio acustico della Sardegna in un linguaggio universale, capace di dialogare con la modernità senza mai perdere quell'intonazione arcaica, quasi sacrale, che ne costituisce la radice.

Nata a Nuoro nel 1976, è particolarmente apprezzata a livello internazionale sia per le sue interpretazioni del repertorio classico sia per la sua dedizione alla didattica musicale.

Si è diplomata giovanissima e con il massimo dei voti al Conservatorio "Palestrina" di Cagliari. Successivamente, nel 1997, si è perfezionata presso la prestigiosa Accademia Chigiana di Siena sotto la guida del celebre pianista Paul Badura-Skoda.

Nel 1996 ha vinto il primo premio assoluto al VI Concorso Pianistico "Città di Camaiore". Ha inoltre eseguito il Concerto n. 1 di Brahms al Teatro Comunale di Cagliari sotto la direzione del Maestro Sanna.

Ha all'attivo numerose registrazioni di successo, collaborando con importanti etichette di musica classica e digitale come Halidon Music e Fluente Records.

Ha registrato acclamati album dedicati ai 24 Preludi di Chopin, alla Suite Bergamasque di Debussy e a musiche di Mozart, Haydn e Schumann.  È nota per la sua sensibilità pedagogica. Ha inciso le opere per bambini di Prokofiev e Kabalevsky (Russian Music for Children) e ha registrato ampiamente i lavori didattici del compositore italiano Remo Vinciguerra (come I Preludi Colorati e Ciao, Piano!).

La sua bravura è stata celebrata all'estero, ad esempio dalla Radiotelevisione Svizzera. Nonostante le proposte di tournée globali (tra cui alcune in Giappone), ha scelto di bilanciare la carriera internazionale con la famiglia.

Oggi affianca l'attività concertistica e in studio all'insegnamento, unendo alla musica una forte passione per la psicologia e la pedagogia.

Pierpaola, per chi nasce e si forma in Sardegna, il suono non è mai un elemento astratto. È il vento che modella il granito, è la cadenza della lingua materna, è la polifonia dei canti che riempiono le piazze. Come si è strutturato il tuo primo incontro con la musica e in che modo l’isola ha influenzato la tua sensibilità iniziale? «Il mio primo incontro con la musica è stato un fatto puramente sensoriale, un’eredità ambientale prima ancora che accademica. In Sardegna il silenzio non è mai vuoto, è una partitura ininterrotta. Crescere circondata da questi stimoli ti educa a un ascolto profondo, quasi viscerale. Quando ho iniziato a studiare musica formalmente, ho capito che la mia sfida non sarebbe stata semplicemente quella di eseguire delle note, ma di trovare la vibrazione che collegasse quelle note alla terra. L'isola ti dà una postura mentale ben precisa: ti insegna il valore della pausa, la sacralità del ritmo e, soprattutto, il rispetto per la melodia che ti ha preceduto. La mia musica nasce da lì, da quel costante cortocircuito tra il rigore dello spartito e la libertà ancestrale dei nostri paesaggi sonori.»

La tradizione musicale sarda possiede un’architettura complessa e rigorosa, spesso dominata storicamente da figure maschili, dal canto a tenore alle launeddas. Eppure, esiste un filone femminile sotterraneo, legato alle ninne nanne, ai canti di cura e alla trasmissione orale, di straordinaria potenza. Come si colloca la tua figura di musicista in questo flusso? «Il ruolo della donna nella musica sarda è monumentale, anche se spesso è rimasto custodito entro le mura domestiche o nelle pieghe del rito privato. Se l'uomo storicamente occupava la piazza con la forza della polifonia, la donna custodiva la melodia solista, quella che accompagnava i momenti cruciali dell'esistenza: la nascita, il sonno, il lutto, la preghiera. Come musicista contemporanea, sento una responsabilità enorme nel raccogliere questo testimone. Non si tratta di fare del folklore, ma di rivendicare la dignità intellettuale e spirituale di quel canto al femminile. Le donne sarde hanno una capacità unica di modulare la nostalgia, trasformandola non in un lamento, ma in una corazza di resistenza. Quando interpreto o compongo, cerco di portare sul palco esattamente quella forza: un'eleganza che non vacilla, che sa essere dolce ma che ha la precisione del bisturi nell'andare a toccare le corde più intime di chi ascolta.»

Nel tuo percorso, lo studio filologico convive stabilmente con una spinta verso l'innovazione. Come si riesce a innovare senza tradire? Qual è il confine tra la sperimentazione legittima e lo snaturamento di un'identità musicale? «È una linea sottilissima, una sorta di crinale su cui bisogna camminare con estrema lucidità. Il segreto sta nel non tradire la verità emotiva del pezzo. Puoi cambiare l'arrangiamento, puoi inserire armonie contemporanee o dialogare con strumenti distanti dalla tradizione, ma la matrice profonda, lo scheletro ritmico e modale del brano deve rimanere intatto. Lo snaturamento avviene quando si usa la tradizione come un semplice abito esotico da sfoggiare per compiacere il pubblico. La sperimentazione autentica, invece, nasce dall'amore: scavi nel passato, ne capisci la struttura profonda e poi provi a darle una veste che possa parlare ai giovani di oggi o a un pubblico internazionale. La musica è una lingua viva; se smette di evolversi, diventa un dialetto per pochi iniziati. E l'identità della Sardegna è troppo vasta e dinamica per rimanere chiusa in un recinto.»

Tu conosci bene il valore della diaspora sarda vivendo a Imola e l'importanza di testate come Tottus in Pari, che da trent'anni uniscono gli emigrati nel mondo. La musica, in questo contesto di distanza geografica, diventa spesso l'ultimo legame indissolubile con la patria. Che emozione si prova a suonare per le comunità dei sardi all'estero? «È un'esperienza che ti segna profondamente come artista e come persona. Quando suoni oltreoceano, di fronte a un pubblico di emigrati o dei loro figli, ti rendi conto che la musica cessa di essere un semplice intrattenimento culturale e diventa un sacramento affettivo. Vedi negli occhi delle persone la riattivazione immediata della memoria. Una determinata cadenza melodica o un accordo possono scatenare una commozione che le parole non riescono a spiegare. Per chi vive lontano, la musica è la casa che non si può spostare, è il profumo dell'elicriso e del mare concentrato in pochi minuti di suono. In quei momenti senti che il tuo ruolo di musicista si eleva: diventi un canale, un ponte telematico dell'anima che unisce generazioni e geografie diverse. Capisci che tottus in pari non è solo un motto, ma una realtà acustica tangibile.»

Guardando al futuro, qual è la prossima frontiera che la tua musica intende esplorare? C'è una trama sonora o un progetto che senti particolarmente urgente in questo momento della tua maturità artistica? «C'è sempre una nuova trama che preme per essere scritta. In questo momento sento forte l'esigenza di lavorare su un progetto che metta in dialogo diretto la musica contemporanea con la parola poetica delle grandi autrici sarde del passato e del presente. Voglio esplorare ulteriormente il concetto di "vulnerabilità come forza". Spesso la società contemporanea ci chiede di essere d'acciaio, ma l'arte vive di crepe, di sfumature, di fragilità accolte. La mia prossima frontiera sarà un viaggio ancora più nudo ed essenziale, alla ricerca di un suono che sia puro spirito, capace di parlare al cuore dell'uomo moderno, ovunque si trovi, ricordandogli la bellezza ancestrale delle sue origini. Finché avrò la forza di far vibrare una nota, il mio viaggio continuerà su questo sentiero.»

 

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