Il suono puro dell’arpa: il jazz contemporaneo di Marcella Carboni

Il suono puro dell’arpa: il jazz contemporaneo di Marcella Carboni

Marcella Carboni, diplomata in arpa classica e laureata presso i corsi superiori sperimentali di Jazz, ha dedicato tutte le sue forze alla ricerca musicale. Il risultato, è l’equilibrio fra il jazz e le sonorità europee, fra scrittura e improvvisazione, tecnica impeccabile e suono affascinante.

Oltre alle tappe formative tradizionali, dal diploma in arpa classica alla laurea in jazz, e allo studio della composizione, sono le collaborazioni artistiche a indirizzare da subito la sua strada.

Laureata in jazz nel 2008, con una tesi sull'arpa al Conservatorio di Cagliari sotto la guida del pianista australiano Peter Waters. Continua poi a perfezionarsi con Park Stickney in numerose occasioni, in Italia come in Germania, Inghilterra e Svizzera. Se il primo effetto è la curiosità di vedere il suo scintillante strumento blu quasi fuori contesto, è stato grazie alle sue qualità artistiche che nomi del calibro di Bruno Tommaso, Paolo Fresu e Ricardo Zegna hanno deciso di collaborare con lei, spesso scrivendo composizioni pensate per il suo strumento o affidandole alcune delle proprie pagine, come è successo con un gigante del jazz come Enrico Pieranunzi. Ed è con questo bagaglio sonoro che la sua musica ha viaggiato fino alla realizzazione di “Trame” (Blue Serge 2010), il suo primo disco da solista.

Perché hai scelto di suonare l'arpa? Quando ero piccola mia madre mi portava ai concerti e io senza conoscere gli strumenti tra tutti indicavo l’arpa. Ho iniziato a 7 anni, ma l’approccio con il solfeggio è stato duro così, come capita a molti bambini, il mio interesse stava scemando. Poi a 9 anni ho studiato in una scuola di musica che usava metodi didattici più giocosi e prediligeva la musica d’insieme. Un adattamento di vari metodi come Orff, Dalcroze e Kodaly che parte dalla notazione classica ma la traduce immediatamente in suono e gesto. Io ero l’unica della scuola a suonare l’arpa e la suonavo in mezzo a flauti, chitarre, tastiere, percussioni varie. A 11 anni ho iniziato il conservatorio.

Hai deciso di abbracciare il jazz, anziché proseguire con la musica classica? Sin da ragazzina ho sempre ascoltato il jazz, principalmente dal vivo. Ma studiavo classica e amavo l’arpa. Nel 1998 ai seminari di Umbria Jazz ho conosciuto Park Stickney, arpista jazz americano, e ha aperto una porta verso un mondo che non sapevo esistesse. Ci sono entrata e ho scoperto che l’arpa ha un ruolo nel mondo del jazz, sebbene piccolo e non ben definito, dal 1934 e anche che c’è un largo margine di sviluppo. Da allora ho esplorato, e continuo a farlo, un mondo che mi appartiene e dove mi sento molto libera di sperimentare e consolidare la mia idea di musica. Certo vorrei che ci fossero meno barriere mentali tra musicisti classici e jazz, e vorrei che l’improvvisazione venisse riconosciuta negli ambienti classici. Io nel mio piccolo faccio tante masterclass in questa direzione, principalmente nelle classi di arpa ma anche aperte ad altri strumenti classici. Il passaggio non è semplice e io ci sono passata non senza difficoltà, ma sarebbe doveroso dare una più completa formazione musicale già dai primi anni di conservatorio, senza inutili e dannose barriere di stile.

Qual è, a tuo parere, il valore aggiunto dell’arpa? La versatilità sonora, ci sono tantissimi modi di suonare le corde, il tocco fa la differenza e costruisce mondi sonori differenti. Se a questo aggiungiamo il fatto che la mia arpa è elettroacustica, le possibilità diventano infinite tra suono pulito e aggiunta di elettronica.

So che insegni: ti piace altrettanto l'attività didattica? Si, amo insegnare. Premetto che io non insegno solo arpa, lavoro principalmente con bambini in età prescolare e faccio animazioni musicali di diverso genere con strumenti a barre e a percussione. Insegnavo propedeutica e musica d’insieme per bambini in una scuola civica. Ho studiato il metodo Edwin E. Gordon che tra l'altro auspica una educazione musicale proprio come l'ho avuta da piccola, ricca di ascolti e di esperienze di musica d'assieme.

Quali sono le esperienze didattiche che ti hanno arricchito di più? Sicuramente la scuola di musica che ho citato prima che non a caso si chiama “non solo musica”, istituto che mi ha accompagnato fino al conservatorio e dove sono poi ritornata come insegnante dai 17 ai 30 anni. Ma un’insegnante d’arpa a cui devo molto per la sua passione e l’entusiasmo, oltre che per un metodo di studio che prima non avevo, è sicuramente Ester Gattoni. Mi ricordo quando dalla Sardegna viaggiavo in giornata a Piacenza solo per una sua lezione, rientravo a casa con un pieno di energia e voglia di studiare che mi durava un mese intero fino alla successiva lezione. Inoltre credo che siano stati importanti tutti i corsi fatti dopo il conservatorio, uno tra tutti il corso di Siena all’Accademia Chigiana con Susanna Mildonian.

A che fase di studio consiglieresti ad un arpista di avvicinarsi al Jazz? Il giorno prima di mettere le dita sull’arpa. A parte gli scherzi, credo che un sano approccio alla conoscenza dell’armonia e un libero sfogo all’improvvisazione possano andare di pari passo con tutto il percorso arpistico classico. È un’aggiunta che arricchisce sicuramente e stimola la comprensione e l’analisi dei brani classici. Poi ognuno sceglie quel che più gli piace.

Hai un brano che vorresti interpretare? Io amo suonare la musica degli altri, lo faccio regolarmente ed è il mio modo preferito di nutrire la mia vena compositiva. Uno dei brani che ultimamente mi piace suonare è O espelho di André Mehmari, per l’arpa è a dir poco acrobatico armonicamente, una pedalata continua, ma è bellissimo e ipnotico.

Il disco che ti ha cambiato la vita? Non saprei, forse la V sinfonia di Mahler diretta da Solti, nel IV movimento c’è a parer mio la pagina più bella mai scritta dove il suono dell’arpa si fonde con gli archi e crea dinamiche intense. Ma a cambiarmi proprio la vita sono stati i concerti live sentiti al Jazz in Sardegna da adolescente: Miles Davis, le grandi Big Band, Dizzy Gillespie, John Zorn solo per citarne alcuni.

Cosa è scritto nell’agenda di Marcella Carboni? La mia agenda, come immagino quella di molti musicisti oggi, è un continuo scrivi e cancella. Concerti e masterclass che saltano e vengono rinviate. Ma teniamo duro e continuiamo a crederci.

Articoli dello stesso autore

Image