Si è conclusa lo scorso weekend la nona edizione di una delle più importanti rassegne musicali di tutta l’Isola e che niente hanno da invidiare a eventi d’oltremare, che tanto ci piace osannare. Il Karel Music Expo da anni onora più che dignitosamente la mission che porta nel nome, mettendo in mostra talenti di tutto il mondo, emergenti e affermati, provenienti da scene musicali e contesti culturali tra i più disparati. Se questa rassegna ha un grande merito, probabilmente è proprio quello di consentire a noi poveri isolani, tagliati fuori dalle varie scene musicali sparse nel globo anche in questi tempi digitali, di prendere parte a quei pochi e circoscritti cataclismi musicali che ancora, nel loro piccolo, le sconvolgono.

Come da tradizione, pure quest’anno sono stati predisposti due palchi, quello principale del teatro Civico, il main stage, e quello più piccolo dell’acoustic stage, realizzato nella bella sala al primo piano, destinato a esibizioni più intime e meno rumorose.

L’edizione numero nove del KME è stata fin dall’inizio segnata dagli imprevisti; prima ci si è messo il ciclone mediterraneo, i cui strascichi hanno costretto a dirottare a Palazzo Siotto i concerti della prima serata, previsti al Teatro Civico. Poi sono arrivate alcune defezioni dell’ultimo momento, che hanno scombinato la line-up della seconda giornata, come le altre, già perfettamente incastrata tra i due palchi. In entrambi i casi gli organizzatori sono stati eccezionali a fronteggiare tutto ciò in pochissimo tempo, aiutati, nella sfortuna, anche dalla scarsa affluenza, in particolare della prima giornata, la quale, se avesse avuto le presenze degli anni passati, avrebbe necessitato di spazi ben più ampi di quelli offerti dalla ottocentesca Sala dei Ritratti.

La parte iniziale della prima serata, dall’impronta cantautoriale, si è svolta nell’acoustic stage del Teatro Civico, per concludersi a Palazzo Siotto, con le esibizioni degli artisti di punta in scaletta. A rompere il ghiaccio, è stato il cantautore, scozzese di nascita ma berlinese di adozione, Jim Kroft. Accompagnato solamente dalla chitarra acustica, come altri al seguito sul palco, ha presentato il suo folk etereo, con qualche impercettibile sfumatura blues, che deve tanto a Damien Rice quanto ai Coldplay.

A seguire è stato il turno di Ayala, frizzante cantante irlandese, e del suo chitarrista. I loro pezzi pop suonavano ben strutturati, anche se mal celavano il furto a mani basse da standard funky e R&B, con qualche inserto raggamuffin e citazioni latineggianti. Anche la voce, seppur poco incisiva, palesava il tentativo di imitazione di vocalist del calibro di Norah Jones e Selah Sue. A suo merito va detto, grazie soprattutto a una forte carica e un grande entusiasmo, l’essere coinvolgente col pubblico, che gradisce e inizia così a immergersi nell’atmosfera del festival.

A chiudere, in bellezza, la prima tranche di spettacoli acustici, ci ha pensato Dimartino, autentico interprete generazionale, dotato del giusto mix di fantasia, estro, ironia e coraggio, che tanto manca a parecchi suoi colleghi. Bello scialato, come direbbero nella sua isola, alternandosi tra piano basso e chitarra con il maestroAngelo Trabace, ha cantato con leggerezza i tanti paradossi di quelli che si apprestano a entrare negli anta, farcendoli con immaginifici sprazzi di sud e dimostrando un sincero attaccamento alla sua Sicilia.

Il pubblico, con il benestare del ciclone mediterraneo, viene dirottato in blocco a palazzo Siotto, dove si è esibito quello che probabilmente è il primo vero Big del festival: Andrea Appino, in arte semplicemente Appino, che da qualche anno ha aggiunto alla importante esperienza con gli Zen Circus, quella da cantautore, con band e composizioni proprie.

Al KME si presenta in compagnia di Francesco Pellegrini alla chitarra elettrica, che lo accompagna nel tour del suo ultimo lavoro, Grande Raccordo Animale, e con una bella batteria minimal alle spalle, che fa ben sperare per la riuscita del live. All’attacco però non si presentano percussionisti sul palco, ma parte una improbabile base ritmica, e veder suonare, su una batteria registrata, uno che dal vivo e nella strada si è fatto le ossa, fa decisamente una strana impressione. Scopriremo poi in seguito che la batteria sul palco sarebbe servita a far sfogare di tanto in tanto i nostri eroi e ad accompagnare qualche pezzo durante il live.

Il nostro è comunque in gran spolvero, sorriso beffardo e chitarra acustica, in pieno stile Zen, e presenta pezzi di entrambi i suoi lavori, con un buon ritmo e il piglio solito, tra i quali svettano, per intensità e per risposta del pubblico comunque sempre molto composto, Che il lupo cattivo vegli su di te e L’isola di Utopia. L’inedito duo sembra funzionare, animato dalla solita carica sprigionata dal pisano, che ha fatto da contraltare al più compassato Pellegrini, bravo comunque a riempire i vuoti lasciati dalla sinteticità delle basi e dalla assenza della band.

Appino recita bene la parte del discolo della scena indie nazional-popolare, ma si vede costretto a dismettere la maschera e tornare “normale”, quando canta 1983, canzone dedicata al padre, introdotta da un laconico “ogni generazione ha il cantautore che si merita”, e fa quasi piacere vederlo faticare a mascherare di non aver accusato il pezzo. Viva la sincerità, anche quando inevitabile! Successivamente torna in sé, reincarna il ruolo del cattivo e, finalmente senza basi, infila una sfilza di pezzi sentiti che, più degli altri, si discostano dalla tradizione cantautoriale che ha negli anni sessanta e settanta le sue fondamenta, e che lui stesso fatica a scrollarsi di dosso. 

Chicca della serata, verso metà concerto il maestro Pellegrini sfodera un fagotto, con il quale accompagna il cantautore in quella che potrebbe essere definita, tanto per restare in tema, la sua “Avvelenata”, quella “Tropico del Cancro”, che a un primo ascolto potrebbe sembrare una brutta copia del classico di Guccini, ma dal vivo, come spesso succede con le belle canzoni ben interpretate, acquisisce magicamente una identità reale tutta sua, a suggello di una interpretazione integra e sincera.

L’ultimo artista della serata è Lorenzo Urciullo, conosciuto ai più con lo pseudonimo di Colapesce, che sceglie di farsi accompagnare solamente dalla sua chitarra, da una looper e dal bravissimo disegnatore e fumettista Alessandro BaroncianiIl duo apre, proprio a Cagliari, il tour “Concerto disegnato”, durante il quale le immagini, realizzate in real time, fanno da sfondo alla musica rigorosamente in acustico, del cantautore siciliano, raccontando le storie e descrivendo le emozioni. Il connubio, già sperimentato con successo da Toffolo e i Tre Allegri Ragazzi Morti, in alcuni passaggi distoglie l’attenzione del pubblico dal live, ma si configura come un legittimo mutuo scambio di posizioni che, specie quando la qualità di musiche, testi e immagini tocca tali livelli, difficilmente disturba o delude il pubblico.

Termina il tempo a sua disposizione ma il cantautore viene ancora acclamato, quindi stacca il jack e esegue una bella versione di Bogotá mentre passeggia tra gli spettatori. Colapesce si dimostra un bravo interprete, con una voce intensa ma discreta, che fa un uso poco invadente del falsetto, proponendo alcuni dei suoi pezzi migliori, come Satellite e Maledetti Italiani, con un finale decisamente passionale e, forse, davvero sofferto, in cui dimostra di covare sincera rabbia da rocker e trattenuta a stento come in una fissazione freudiana, sembra esaltarne i caratteri migliori.

Bilancio della serata positivo, nonostante inconvenienti e cambi dell’ultim’ora. Location come al solito azzeccate e organizzazione ineccepibile, nomi di tutto rispetto e esibizioni all’altezza, confermano, come hanno voluto precisare gli artisti stessi, che il Karel Music Expo è una grande risorsa per gli appassionati di musica e per la città di Cagliari tutta.

 

Simone La Croce

 

(Photo credits Stefania Desotgiu)


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