Maurizio Carta, siniscolese, è un reporter finanziario e giornalista di The Post Internazionale, con la passione per la politica, l’economia e il calcio. Vive e lavora a  Londra dal 2013 ed è un esperto di Brexit e Unione Europea, prerogative che lo hanno visto ospite in numerose trasmissioni radio e televisive italiane. Laurea in Scienze Politiche presso l’Università di Sassari e studi alla London School of Journalism, ha scritto un romanzo, “La brace sotto la cenere”, ma non vorrebbe essere definito propriamente uno scrittore. Pensa alla sua Sardegna “tutti i giorni”. Una perla, come ama chiamarla, ricca di petrolio.

Orgogliosamente  baroniese, con la semplicità di chi conosce profondamente la realtà dei piccoli centri dell’entroterra, di chi ha respirato e osservato attentamente la vita, riconoscendo il valore delle “cose” lasciate, ci  racconta il suo percorso formativo e ci confessa qualche dettaglio mai rilasciato prima, riguardo il suo romanzo e la sua visione di Sardegna. Con uno sguardo da critico d’arte di chi, come lui, è passato oltremare e, dalla City, sta ad osservare le evoluzioni, o le involuzioni dell’isola, a una certa distanza. Nella speranza, magari, un giorno, di potervi fare ritorno.

Parliamo di te Maurizio, di cosa ti occupi? Oltre  a scrivere per TPI,  lavoro da circa un anno presso Alliance News, un’agenzia economico-finanziaria, dove seguo l’andamento dei  mercati e mi occupo di macroeconomia e finanza. Scrivo per TPI da circa tre anni, mi oriento sulla politica e in particolare sulla Brexit, un passaggio per me giornalisticamente molto importante. Con TPI sono cresciuto, è un giornale al quale sono molto affezionato e mi piace perché è una testata giovanile. Il nostro motto storico è “senza giri di parole”.

La tua partenza a Londra è stata una scelta consapevole oppure dettata dai tempi odierni che i giovani si trovano a vivere? E’ stata dettata dalle circostanze. Quando stavo a Siniscola ho perso il lavoro. Sono partito a giugno 2013. Inizialmente ho fatto i lavori che trovavo, prima il  lavapiatti, poi in una catena di coffee-shop. Non avessi perso il lavoro è possibile che sarei rimasto in Sardegna. Adoro Siniscola e voglio molto bene al mio paese. Non sono uno che si lamenta del fatto che non funziona niente.  Sono innamorato pazzo della Sardegna, quindi non escludo che un giorno possa portare, tornando, la mia umile esperienza e dare il mio piccolo contributo.

(Foto di Mario Conteddu)

 « Nel mio piccolo ho imparato che scrivere è una grande manifestazione di libertà. Perché possiamo immaginare il mondo come lo vorremmo oppure anche come non lo vorremmo. Non sono io, ma mi posso riconoscere in qualcosa »  

Hai scritto anche un romanzo “La brace sotto la cenere”. Ti senti più giornalista o scrittore? Tu hai detto che sono anche uno scrittore e ti ringrazio, ma non mi definisco tale. Faccio un lavoro molto tecnico, mi occupo di politica e di economia. Scrivere un romanzo è una cosa diversa dai miei compiti quotidiani. Sono un giornalista, scrittore no. Scrittore si diventa, semmai, dopo anni e anni di dedizione. Per aver scritto delle cose che interessano il pubblico o anche che non interessano. Però ci devi dedicare del tempo. Certamente scrivere un romanzo mi ha reso molto felice. Ho provato a trovare una casa editrice ma nessuno voleva il mio libro. Sono una testa dura, come tutti i sardi. Dunque l’ho autoprodotto.

Ho letto il tuo romanzo, si riconosce il Faro di Capo Comino, le Baronìe, la vita della campagna sarda. Quanto c’è di tuo in questo libro? Vivevi a Londra quando lo hai scritto? E’ una domanda che mi fanno spesso, però nessuno lo ha  mai chiesto così direttamente come te. (ride, ndr). Nel mio piccolo ho imparato che scrivere è una grande manifestazione di libertà. Perché possiamo immaginare il mondo come lo vorremmo oppure anche come non lo vorremmo. Non sono io, ma mi posso riconoscere in qualcosa, ovviamente. Questo è un dettaglio che non ho mai detto a nessuno, nel libro ci sono due personaggi, Filippo e Mario, che poi infine sono la stessa persona.  I nomi che ho scelto sono dei miei zii: Filippo era zio da parte di mamma, invece Mario era fratello di babbo, che purtroppo era affetto da distrofia muscolare ed è scomparso molto giovane. Mio zio non poteva camminare e, nel libro, ho voluto che Mario, come mestiere, facesse il capraio. Gli ho voluto dare gambe che funzionavano. Il capraio è un atleta nato e per me sinonimo di libertà.

Domanda retorica per un sardo. Ti manca la Sardegna? Mi piacerebbe sapere cosa invece non ti manca della Sardegna, quali sono gli aspetti negativi che hai potuto rilevare rispetto alla situazione politico-economica attuale. Ci penso tutti i giorni alla Sardegna. Adesso faccio questo lavoro e non potrei fare ovviamente il giornalista economico a Nuoro, o a Cagliari. Ho un lavoro che mi piace tanto. Quindi infine andar via forse è stata una grande opportunità, soprattutto per l’arricchimento personale. Ma se domani decidessi di prendere un aereo, e tornare a Siniscola, sarei positivo. Perché Londra mi ha dato tanto. In Sardegna si vive bene. Secondo me è come quando guardi un quadro o una bella fotografia, per osservarla bene devi fare due o tre passi indietro. Perché così, magari un po’ sfumato, vedi tutto. La Sardegna è veramente una perla nel Mediterraneo. Non è per fare retorica o il patriottico. Abbiamo tante cose che ci ha dato la natura, noi non abbiamo fatto niente. Ma l’altra parte dovremmo farla noi.

(Foto di Alex Cucchi)

 « La Sardegna è come quando guardi un quadro o una bella fotografia, per osservarla bene devi fare due o tre passi indietro. Perché così, magari un po’ sfumato,vedi tutto »

Che cosa i sardi dovrebbero fare? Ognuno di noi dovrebbe capire che senza interagire con l’altro non si va da nessuna parte. Credo manchi ancora un pochino il senso di comunità nelle cose che contano. Ti faccio un esempio, il sardo è un grande solidale: un pastore perde il gregge e gli altri contribuiscono a ricrearlo. E’ un gesto fantastico se ci pensi. Come quando una persona ha un lutto in famiglia, qualcuno le porta da mangiare. Diamo queste cose per scontate, ma non lo sono in altri contesti.  Se fossimo in grado di creare questa catena per le grandi sfide che ci impone il futuro, sul decidere una persona che pensiamo sia veramente brava, per potergli delegare le nostre scelte, politicamente cambierebbe tutto! Ho notato che in Italia e di conseguenza anche in Sardegna, non si fa politica. Rispetto al Regno Unito l’elettore italiano, a cui il sardo non fa eccezione, non partecipa al dibattito con delle proposte chiare, a differenza dell’elettore inglese. Se stiamo parlando di economia io voglio sapere cosa ne pensa anche il bidello, dobbiamo ascoltare tutti. In Italia, più che fare gli elettori, facciamo i tifosi della politica. Non ammettiamo mai se la persona che ci piace o il partito sbaglia, ma facciamo un tifo da ultras.

Dunque cosa suggeriresti? In Sardegna dobbiamo puntare su quello che abbiamo, magari l’avrai sentito dire tantissime volte. Economicamente e socialmente c’è un bel concetto in economia che si chiama “Teoria del vantaggio comparato”, dove ognuno produce ciò che riesce a produrre meglio. Ad esempio, in una terra calda dove possono crescere avocado, banane e ananas cosa ci fanno le industrie? Ciascuno dovrebbe specializzarsi in quello che sa fare meglio, in maniera più economica, perché magari è aiutato dal clima e anche dalla cultura. Immagina se riuscissimo a coniugare le nostre tradizioni millenarie e proiettarle nel futuro. Il nostro petrolio è veramente quello.

I tuoi temi forti riguardano la politica internazionale e l’economia. Sei uno dei giornalisti italiani, possiamo dirlo fieramente, tra i massimi esperti di Brexit. Puoi darci qualche aggiornamento in questo senso? Il Regno Unito dopo oltre quarant'anni ha deciso di abbandonare l’Unione Europea. E' un divorzio che va contrattato. E’ come un matrimonio che è finito, però allo stesso tempo si cerca di rimanere amici. Quindi l’anomalia è questa: c’è stato un divorzio ma allo stesso tempo si cerca di rimettersi insieme, nelle cose che possono andare bene, per il bene dei figli cercano di non farsi la guerra. Le novità sono che, se dovesse passare questo accordo, ci sarebbe un periodo transitorio di altri due anni, dove vengono effettuate delle trattative. Sarebbe quello che darebbe forma alla nuova relazione tra il Regno Unito e l’Unione Europea. Sono comunque dei processi lunghi, non si può trattare in due giorni. Nessuno ci credeva e soprattutto ha creato tanta incertezza, in un mondo che ragiona per blocchi. Come avrai capito il mondo oggi ragiona per influenze: ci sono gli Stati Uniti, c’è l’Europa, la Cina e la Russia. Le grandi potenze influiscono per poi andare in un mondo sempre più de-globalizzato da un punto di vista politico. Sembra si stia tornando indietro. Ovviamente è una dichiarazione da prendere con le pinze.

 (Foto di Maurizio Carta)

« Ciascuno dovrebbe specializzarsi in quello che sa fare meglio, in maniera più economica, perché magari è aiutato dal clima e anche dalla cultura. Immagina se riuscissimo a coniugare le nostre tradizioni millenarie e proiettarle nel futuro. Il nostro petrolio è veramente quello »  

Invece Maurizio Carta, cosa pensa dell’operazione Brexit? Per te che sei emigrato potrebbe giovare o al contrario creare problemi? Da giornalista, mi sono reso conto che l’Unione Europea è una macchina imperfetta, perché ti dice quanto devono essere lunghe le zucchine ma non si occupa di cose molto più importanti. Penso alle zone più povere. Ha una moneta unica ma non fa politiche comunitarie. Quindi, da isolano, un po’ lo capisco il Regno Unito. Chiariamo una cosa, fuori dall’Unione Europea c’è vita! Se non sei europeo non è che ci sarà filo spinato nelle scogliere di Dover. Ci sarà una rimodulazione dei rapporti, ci sarà più burocrazia probabilmente. Questo lo sapremo nei prossimi due anni. Anche se non è detto, un giorno magari il Regno Unito può decidere di fare un passo indietro. La storia insegna che a volte si va avanti, a volte si torna indietro. Spesso succede l’imprevedibile. Trump non doveva diventare Presidente e invece è diventato Presidente. Il Titanic non sarebbe dovuto affondare è invece è affondato. Altrimenti non andremmo mai giocare ai mondiali di calcio, perché è già scontato vinca il Brasile. Dobbiamo imparare a convivere con l’idea che può succedere di tutto. Il Regno Unito è la quinta potenza mondiale del Pianeta, non stiamo parlando dell’ultimo staterello. E’ un paradosso, sono arrivati in tutto il mondo, ha avuto una lunga storia coloniale anche non felice.  Adesso, invece, sono loro a chiedere un po’ di isolazionismo. 

Sei anche un appassionato e esperto di calcio. C’è qualche squadra inglese alla quale ti sei affezionato. Oppure  calcio italiano tutta la vita? Mi piace molto il Liverpool, è una città di porto, ha una tradizione di lavoratori e di pescatori. Come tutti i sardi, però, mi sono appassionato anche al Chelsea perché c’era Gianfranco Zola. Il calcio è una metafora della vita. A volte in campo succedono delle cose che poi affrontiamo nel quotidiano, su tutte le sfere sociali. E’ uno sport che ho amato fin da piccolo. Ho conservato questa passione, anche se adesso non ho tanto tempo per praticarlo.

Avresti potuto essere un giornalista sportivo! Guarda, fondamentalmente i giornalisti sportivi sono un po’ tutti matti. Quindi sarei partito da buone basi..(ride, ndr)

 

(Foto di Giuseppe Fabio Ciccomascolo)

 

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Autore dell'articolo
Natascia Talloru
Author: Natascia Talloru

Barbaricina dalle radici profonde, con lo sguardo rivolto verso il mare. Chimico farmaceutico di formazione, mi interesso di medicina alternativa, terapie naturali, alimentazione. Amo l’arte in tutte le sue forme, personalmente la esprimo attraverso la scrittura, la musica e la fotografia. Mission: comunicare che conoscenza e cultura sono essenziali per la vita, come l’aria che respiriamo. “E questa terra, una terra che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca. Guai a chi me la ruba, guai a chi me la invade.”

Su Twitter: @na_talloru

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