‘La cena delle anime’: le voci dei nostri antenati nel romanzo di Maria Laura Berlinguer

‘La cena delle anime’: le voci dei nostri antenati nel romanzo di Maria Laura Berlinguer

All’interno delle stanze di una casa ottocentesca di Padria, un viaggio temporale attraverso storie di donne, segreti familiari e i legami indissolubili tra vivi e morti. L’opera, pubblicata da HarperCollins, attraversa oggi i confini europei e approda anche a teatro

 

E se, per una notte, potessimo tornare attorno alle tavole insieme ai nostri antenati defunti. Se potessimo ritrovare i loro sguardi, sentire le loro voci che il tempo ha reso lontane, ascoltare i racconti mai conclusi e chiedere ulteriori dettagli su quelle vicende, legate alla famiglia, rimaste sospese. Quali segreti verrebbero finalmente svelati, quali ricordi riaffiorerebbero e quanto di ciò che siamo diventati oggi riusciremmo a comprendere attraverso le loro storie?

Forse scopriremmo che queste storie non sono mai finite davvero, che continuano a vivere dentro le stanze delle nostre case, tra i mobili antichi e le sedie posizionate sempre nello stesso punto, quasi a tenere quel posto mancante occupato; o ancora tra gli oggetti che abbiamo conservato: il borsello con le immaginette dei Santi, le ceramiche mai utilizzate, le fotografie ingiallite.

È proprio in questa dimensione, dove il passato si rivolge al presente (o forse il contrario) che prende forma 'La cena delle anime', il romanzo della scrittrice sassarese Maria Laura Berlinguer, pubblicato da HarperCollins Italia nel 2025, oggi alla seconda ristampa e tradotto in cinque lingue: è difatti distribuito in Svezia, Germania e Paesi Bassi, con un’edizione spagnola prevista a novembre 2026 e una francese a giugno 2027.  

Un’opera nella quale la Sardegna viene descritta attraverso memorie familiari, amori proibiti e clandestini, riti e tradizioni popolari ed emancipazione femminile che si intrecciano all’interno di una narrazione tra passato e presente, restituendo ‘anima’ soprattutto alle donne e alle storie rimaste a lungo nell’ombra, come ci ha spiegato l’autrice durante la nostra conversazione.

Tutto comincia con un ritorno.

Iride Dessì torna nella sua casa natale, in occasione della morte del padre Vincenzo Dessì, uno dei maggiori possidenti di Padria. Ad attenderla non solo il dolore del lutto: nel silenzio alcune voci ‘e is ànimas’  sembrano echeggiare tra le pareti delle stanze.

Ad aiutarla, nel comprendere questi linguaggi, trova Tata, la donna che si è occupata di lei sin da bambina, dopo la morte prematura della madre.

Maria Laura Berlinguer ci racconta di aver trovato parte di questa dimensione, che poi è stata di ispirazione per il suo romanzo, “nella dimora storica di un amico di Padria: una casa rimasta quasi immutata, con i suoi ambienti d’epoca, gli arredi, gli arazzi, la grande cucina, i camini e le carrozze, dove hanno preso vita i miei personaggi”.

La memoria acquista dunque una consistenza fisica. Non è soltanto il luogo che accoglie i personaggi, ma una sorta di archivio domestico nel quale le vicende familiari continuano a esistere, anche non si ha più il coraggio di raccontarle.

“Per chi è nato e cresciuto in Sardegna e, in seguito, ha trascorso parte della propria vita lontano dall’isola, il ritorno in una casa familiare può assumere un significato particolare. Ci sono ambienti nei quali il tempo sembra essersi fermato sugli arredi, nei cassetti, nel legno, nei quadri. Sulle tavole”.

E’ qui che prendono vita le vicende di Mimì, trisavola di Iride Dessì, che attraverso i racconti di Tata, ripercorre la sua storia. Non tutte le memorie però sono piacevoli e rassicuranti: alcune custodiscono ferite, perdite, verità taciute, silenzi con pesi considerevoli. Le storie degli antenati si insinuano nel presente, influenzano i rapporti e alimentano interrogativi che, successivamente, necessitano di trovare risposte.

Durante la nostra chiacchierata, Maria Laura Berlinguer ha sottolineato quanto conoscere ciò che ci ha preceduto possa rappresentare un’occasione di crescita e, allo stesso tempo, di liberazione da alcuni pesi familiari.

È una riflessione che si collega alla psicogenealogia, alla quale l’autrice si è avvicinata anche  personalmente, approfondendo il rapporto tra le storie suoi antenati e le dinamiche delle generazioni successive.

“Gli antenati quando muoiono non scompaiono. In parecchi tornano in determinati periodi dell’anno e tra il trentuno di ottobre e il due di novembre si percepisce un sentire particolare: gli spiriti ci guidano e tornano per aiutarti, e questo mi è parso un messaggio bellissimo, pensare alla morte come un passaggio e con la speranza di rincontrare chi non c’è più, come accade durante sa chena pro sos mortos “.

Il romanzo pone anche un quesito interessante e molto profondo: quanto del nostro modo di vivere, amare e scegliere appartiene realmente a noi, e quanto deriva dall’educazione ricevuta, dai fatti e dalle storie delle persone che ci hanno preceduto?

E sono soprattutto le donne in genere a custodire queste memorie, nelle loro abilità, nella loro sensibilità, anche nel loro modo di pensare e agire, come se possedessero delle eredità immateriali, spesso inconsapevoli. Nel romanzo sono donne molto diverse tra loro, alcune piegate dalle convenzioni sociali, altre capaci di sfidarle; donne innamorate, temute, giudicate, depositarie di conoscenze.

Mimì Oppes vive il conflitto tra il desiderio di amare Emanuele Manca, il famoso bandito, e un destino convenzionale di un matrimonio combinato. Elisabeth Hope, invece, è una figura che introduce una prospettiva differente: quella della donna indipendente, estranea ad alcune convenzioni. Il loro incontro diventa anche un confronto tra culture, mentalità e modi diversi di vivere e concepire la donna. Ma il romanzo restituisce spazio anche a figure femminili meno appariscenti, come Tata, eppure fondamentali nella trasmissione della cultura popolare sarda e di quel sapere legato a ‘mondi invisibili’. La sua presenza sembra ricordare che, prima ancora dei documenti e dei libri, esisteva una memoria affidata alla parola: racconti narrati davanti ad un caminetto acceso, canti e poesie ripetute durante le faccende quotidiane.

L’autrice fa riferimento anche alle sue ispirazioni letterarie:

“Per ricostruire questo mondo - ci spiega Maria Laura Berlinguer - ho intrapreso un lavoro di documentazione che attraversa la letteratura, la storia, l’antropologia, la sociologia e l’archeologia”. Tra i riferimenti letterari compaiono dunque Grazia Deledda, Giuseppe Dessì, Maria Giacobbe, Joyce Lussu, autori che, in modi differenti, hanno contribuito a raccontare la complessità della cultura della Sardegna.

La documentazione non è però l’unica fonte dalla quale nasce il romanzo ma proviene direttamente anche dalla storia familiare della scrittrice.

“Vincenzo Dessì, che nel libro assume una diversa identità romanzata, era realmente mio bisnonno: studioso, archeologo e collezionista. La sua raccolta di reperti è oggi custodita nel Museo Nazionale Archeologico ed Etnografico Giovanni Antonio Sanna di Sassari. Tra gli oggetti che più hanno destato la mia curiosità sin da bambina vi erano proprio le tre spade votive di Padria, citate nel libro”.

Anche la figura di Elisabeth custodisce un legame con la realtà. L’autrice racconta di essersi ispirata alla zia Elisabeth Mary Durlacher, imparentata con la linea dinastica anglo-irlandese del Conte Clonmell, che negli anni Sessanta si trasferì in Sardegna dopo aver sposato Sergio Berlinguer, il noto diplomatico e politico.

La stessa Tata nasce dal ricordo di una donna realmente esistita e persino il rapporto con la scrittura si ricollega alla nonna Maria Dessì Ruju, che scriveva romanzi d’appendice destinati alle riviste femminili, riconoscendo in quella figura una presenza di rilievo nel proprio percorso creativo.

È come se la scrittrice, raccontando le vite delle sue protagoniste, avesse intrapreso contemporaneamente un percorso dentro la propria ‘psicogenealogia’.

E forse è proprio questa sovrapposizione tra memoria personale, storia documentata e invenzione letteraria a rendere particolarmente interessante 'La cena delle anime'.

L’autrice sembra muoversi costantemente in un luogo di confine: da una parte la necessità di documentare, dall’altra la libertà di immaginare ciò che i documenti non possono raccontare.

 

Durante la nostra conversazione viene espresso con particolare accento il desiderio di raccontare l’isola e soprattutto le donne della Sardegna, senza ricorrere a immagini stereotipate; per raggiungere questi obiettivi l’autrice continua così a studiare e a scrivere - è al lavoro attualmente su un nuovo romanzo - e le sue storie non solo hanno trovato ascolto oltre i confini dell’isola, date le pubblicazioni europee, ma dialogano anche attraverso altre forme di espressione, come il teatro.

Ad agosto infatti, al Teatro Botanico di Rebeccu, borgo abbandonato del Meilogu che ha ripreso vita grazie anche alla creazione di una residenza artistica da parte della drammaturga sarda Valeria Orani, si è svolta la prima pièce teatrale di 'La cena delle anime', replicata proprio in questi giorni che precedono la commemorazione dei defunti, con altri spettacoli in diversi centri della Sardegna.

 

E così le parole scritte diventano voce, movimento, armonia. Le memorie custodite nelle pagine del libro ritrovano una dimensione nella quale gli spettatori sono invitati a sedersi alla cena delle anime e attraversare questo luogo di confine, grazie alla regia di Maurizio Rippa, l’attrice Michela Atzeni e la musicista e violinista Adele Madau.

Resta però una domanda, la stessa che crediamo si interroghi 'La cena delle anime' e che forse accompagna da sempre il nostro rapporto col passato.  Che cosa rimane davvero dei nostri antenati quando non ci sono più?

Forse restano i gesti che abbiamo imparato osservandoli, le loro conoscenze, i loro canti,  le parole in sardo che ripetiamo quasi senza ricordarne il significato, le ricette annotate su quaderni ingialliti e consumati dal tempo, le candele conservate nei cassetti. Luoghi nei quali continuiamo a riconoscere qualcosa che li riguarda e dentro i quali non abbiamo il coraggio di modificare alcunché.

Rimangono anche i silenzi, le storie interrotte, le scelte che hanno cambiato il destino di intere generazioni di famiglie.

E quando, nella notte ‘e is ànimas’, prepariamo ancora una volta le tavole per accogliere chi ci ha preceduto, forse, non desideriamo soltanto ritrovare coloro che abbiamo perduto.

                                  

 

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