Il libraio domanda - Bachisio Medde intervista Ciriaco Offeddu

Il libraio domanda - Bachisio Medde intervista Ciriaco Offeddu

Vivere lontano dalla propria terra cambia il modo di guardarla.

A volte permette di cogliere aspetti che la vicinanza rende meno evidenti, altre volte fa emergere la distanza tra i ricordi e la realtà. È da qui che comincia la conversazione tra Bachisio Medde e Ciriaco Offeddu, ospite della prima puntata di Il libraio domanda, il nuovo format di Focusardegna dedicato agli incontri tra librai e scrittori.

Siamo a Ghilarza, nella libreria Da Chiara e Stefy. Bachisio, da anni impegnato nella promozione della lettura e nell'organizzazione di iniziative culturali, incontra uno scrittore che ha conosciuto il mondo attraverso una lunga esperienza internazionale, mantenendo un legame profondo con la propria terra.

Nato a Nuoro nel 1948, Ciriaco Offeddu si è laureato in Ingegneria elettronica all'Università di Pisa e ha costruito una carriera manageriale che lo ha portato a lavorare per multinazionali in Italia e all'estero, con una lunga esperienza in Asia. A Hong Kong ha frequentato un master in scrittura creativa alla City University, aprendo una nuova fase del suo percorso. Ha scritto romanzi, saggi e articoli, oltre a produrre e dirigere documentari. La sua attività culturale si affianca ancora oggi all'esperienza professionale internazionale.

La letteratura gli ha permesso di attraversare luoghi, epoche e vicende umane molto diverse. Nel romanzo L'altalena di Apollinarija si è confrontato con la figura di Dostoevskij; con Francesca e Rechella. Concedici, Dio, diritto di ritorno ha rivolto lo sguardo a personaggi femminili e storie legate alla Sardegna. Nel 2025 è arrivato in libreria Istella mea, pubblicato da Giunti e candidato al Premio Strega, un romanzo che intreccia la Sardegna degli anni Sessanta con l'Argentina degli emigrati, muovendosi tra memoria, leggende, amore e conflitti e infine Angelina.

Il suo percorso offre spunti per riflettere sul rapporto tra la Sardegna e il resto del mondo. È uno dei temi centrali della conversazione con Bachisio, che affronta anche il ruolo della cultura, l'eredità di Grazia Deledda, le opportunità per i giovani e le difficoltà dell'isola nel dare continuità alle proprie energie.

Le domande arrivano fino al futuro della Sardegna e alle scelte che potrebbero cambiarne il destino. In mezzo c'è la scrittura, con la capacità di riportare alla luce storie e destini che rischierebbero di essere dimenticati.

A Ghilarza, tra gli scaffali di una libreria, il dialogo parte dai libri e arriva a interrogare una comunità intera: la sua idea di cultura, il modo in cui si racconta e la capacità di immaginare ciò che potrebbe diventare.

 Buongiorno dott. Offeddu e benvenuto in questa libreria!

Lei ha vissuto per oltre vent’anni in Asia, lavorando in contesti internazionali. Dopo tanto tempo trascorso lontano, come è cambiato il suo modo di vedere la Sardegna? Ci sono cose che da lontano si capiscono meglio e altre che, invece, si finisce per perdere di vista? 

In realtà sono stato lontano per circa cinquant'anni. Credo che la lontananza acuisca i sentimenti: di amore e nostalgia per la propria terra, di disillusione e disconoscimento una volta tornati. Si è due volte emigranti, due volte colpiti da disterru, sempre con dolore. Da lontano la Sardegna si vede con gli occhi del cuore, con le cellule, e questo impedisce oggettività all’analisi che viene fatta quotidianamente e capillarmente con la lettura dei quotidiani e dei libri. Un emigrante è informatissimo e allo stesso tempo cieco. Quello che si perde è il peso dei giorni, il tempo sardo. Chi torna dopo decenni si trova sbalzato in una dimensione temporale alienante e giudica con una impazienza che qui non ha titolo: la pratica che non arriva, la risposta o la persona che si fa attendere, la vischiosità del lavorare e dell’interagire, la fatica minuta che logora più di qualsiasi tragedia. Il Giorno del Giudizio di Salvatore Satta si comprende in tutta la sua immutabile drammaticità solo quando si torna. 

Chi parte spesso conserva un’immagine idealizzata della Sardegna, mentre chi resta rischia di abituarsi ai suoi problemi. Lei che ha conosciuto entrambe le condizioni, come vede oggi l'isola? 

Io vedo persone più capaci di quanto sospettino e una terra più immobile di quanto confessi. Il guaio non è la mancanza di risorse e talenti – che giocoforza scappano e trovano soddisfazione altrove. È che in ottant’anni non si è costruita un'idea di Sardegna che qualifichi gli obiettivi strategici che si vogliono ottenere e i piani per raggiungerli. Mancando una visione, uno scopo e un orizzonte, si parla di identità a sproposito. Quale identità? Bachisio Bandinu ci ha insegnato a diffidare di quella che si pretende di ereditare, anziché costruire. Gran parte di ciò che oggi celebriamo come tradizione è stata codificata, rielaborata, talvolta reinventata nell’Ottocento, mentre la nostra storia precedente veniva progressivamente cancellata o riscritta. Abbiamo finito per riconoscerci in una rappresentazione di noi stessi senza più domandarci chi l’abbia costruita e perché. Ci si accontenta, si chiama pazienza quella che è rinuncia e resilienza quella che è acquiescenza, si accetta la mediocrità. E ci si vanta di quanto abbiamo avuto in eredità da Dio: le bellezze naturali, uniche, che fanno la Sardegna. Come se bastasse possedere un costume, un coro o un paesaggio per avere un’identità e soprattutto un futuro. 

Quando si parla di Sardegna, si finisce spesso per tornare ai soliti riferimenti: le tradizioni, i paesaggi, la storia, l’archeologia. Tutto importante, naturalmente. Ma come si fa a evitare che la cultura sarda venga ridotta a un’immagine da vendere ai turisti? 

Il rischio non sta nelle tradizioni, che sono un patrimonio da salvaguardare, ma nel fermarci a esse. Bisogna tornare a essere contemporanei, che è ben più faticoso che essere antichi. Bisogna aprire vertenze col mondo, come diceva Salvatore Mannuzzo, e mettersi al passo col mondo. A partire dalla formazione, ricominciando dal basso, dall’asilo. Senza formazione – e inviterei a interiorizzare Gramsci – siamo e rimarremo vittime sacrificali di chi ci sopravanza. La cultura non cade dall'alto e non viene imposta per decreto: si crea e si sostiene con il circolo virtuoso di conoscenza, confronto e produzione culturale.

Il problema non è che vendiamo ai turisti un’immagine da cartolina della Sardegna. Il problema è che abbiamo finito per crederci anche noi. Abbiamo trasformato una rappresentazione commerciale in una narrazione collettiva, confondendo ciò che possediamo con ciò che siamo capaci di fare. E intanto lasciamo che siano altri a raccontarci, a interpretarci e, inevitabilmente, a decidere quanto valiamo.

Grazia Deledda è riuscita a portare la Sardegna nel mondo, senza rinunciare alla propria identità. A distanza di tanti anni, che cosa ci insegna ancora la sua esperienza? E perché facciamo così fatica a dare continuità a quella capacità di affermarsi fuori dall'isola? 

Deledda non ha reso gradita la Sardegna: l'ha descritta per quello che era. Una terra poverissima, dove il crollo del sistema bancario alla fine dell’Ottocento aveva aggravato una cronica scarsità di credito e di liquidità, senza speranze che non fossero minute, di quartiere, o rivolte altrove, alla Tunisia o a Roma. Una società che sopravviveva con l'usura, s'azzudu torrau e l'emigrazione, sempre l'emigrazione. E dove il destino individuale era spesso deciso dalla comunità, attraverso l’esclusione, la vergogna, la condanna morale.

Grazia Deledda aveva un’ambizione senza scuse e una disciplina da vera artigiana, virtù sospette che hanno costretto anche lei a emigrare e a non tornare. Ma il suo vero insegnamento non sta soltanto nell’essere riuscita ad affermarsi fuori dall'isola. Sta nell’aver trasformato una realtà marginale in letteratura universale, senza chiedere indulgenza a nessuno.

Ancora oggi fatichiamo a darle un seguito perché siamo autocentrati. Non abbiamo costruito una filiera capace di portare stabilmente la nostra letteratura nel mondo. Molte traduzioni, soprattutto quelle inglesi, sono misere e fuorvianti, e manca un lavoro sistematico di promozione internazionale. Servono traduttori, editori, scuole, istituzioni culturali capaci di ricostruire la nostra storia e dunque il messaggio della Deledda. Servono mestieri e serietà, non miracoli, non assistenzialismo. Una Deledda nasce forse per caso, una tradizione si costruisce. 

Si parla molto di turismo come motore dell'economia sarda. Ma è sufficiente attirare visitatori, se poi tanti giovani sono costretti ad andarsene per studiare, lavorare o realizzare i propri progetti? Su che cosa dovrebbe puntare la Sardegna per diventare anche un luogo in cui sia possibile costruire il proprio futuro? 

Ho già scritto in un editoriale che nel linguaggio di chi ha gestito aziende, la Sardegna non ha un problema di vendita, perché attira molto, ma di fidelizzazione. E tuttavia si spende per portare il cliente alla porta e quasi nulla perché non esca subito da quella opposta. Nessun business plan regge se il prodotto si scopre al secondo inverno, dopo aver firmato le cambiali, e se non si passano i cinque esami fondamentali per la permanenza: della casa, della salute, dei trasporti, delle scuole e della burocrazia. Se non si ottengono risultati su queste cinque direttrici – e la nostra classe dirigenziale dimostra ogni giorno di non saperlo fare –, lo spopolamento continuerà e noi rimarremo una popolazione costiera che si accontenta di stagionalità. 

Nel corso della sua carriera ha lavorato in contesti internazionali molto diversi dal nostro. Che cosa potremmo imparare da quelle esperienze? E c’è qualcosa che, secondo lei, la Sardegna dovrebbe smettere di aspettarsi dall’esterno e cominciare a costruire da sé? 

Potremmo imparare moltissimo, a cominciare dalla capacità di decidere. La nostra, parafrasando Donoso Cortés, è una “clase discutidora” che invece di affrontare i problemi e decidere, si limita a discutere, a condividere, a cercare consenso immediato e a mantenere il potere. Una classe direttrice che trasforma ogni decisione in una discussione senza fine. Il potere vero decide; quello debole rinvia e chiama prudenza il rinvio.

Lavorando in paesi e culture profondamente differenti, e soprattutto in Asia, ho imparato innanzitutto a dismettere l’arroganza e a imparare. Mai accontentarsi di approfondire e di imparare dagli altri, mai vergognarsi di copiare le cose utili e interessanti. La seconda cosa è che i risultati contano più delle dichiarazioni di principio. Un progetto deve funzionare, produrre effetti misurabili, essere modificato quando sbaglia. La terza è che il merito, quando viene riconosciuto e premiato, produce una straordinaria accelerazione della società tutta. La Sardegna dovrebbe smettere di aspettare il finanziamento, il grande investitore, il salvatore in arrivo col traghetto, il politico che porterà il mare a Nuoro: è un’attesa che non ha mai prodotto nulla. Le cose nascono piccole, a casa propria, e crescono se qualcuno ha la pazienza di tenerle in vita. Ancora una volta: formazione. 

In Sardegna non mancano persone capaci e iniziative interessanti, ma spesso sembrano mancare le condizioni perché possano crescere e durare nel tempo. Dove si inceppa il meccanismo? Mancano risorse, capacità organizzativa o, più semplicemente, una visione condivisa? 

Il meccanismo si inceppa nel passaggio dall’iniziativa all’istituzione. Le persone ci sono, le idee pure, ma ciascuno riparte da zero e ciascuno muore da solo. Le risorse economiche e l'organizzazione, che pure mancano, sono comunque un effetto: la causa sta più a monte, in una fiducia reciproca e in una stima reciproca che mancano. Ci si guarda di traverso, si teme il successo altrui come un'offesa personale. Canetti metteva all'origine del potere la paura di essere toccati; qui diventa uno stile di vita. E Girard spiegherebbe che si invidia il vicino che ci somiglia: per questo il successo del vicino brucia più di qualsiasi sconfitta. Senza una visione condivisa (vogliamo comunque parlare di identità?) nessuno è disposto a pagare il prezzo di costruire qualcosa che sopravviva a sé stesso. 

Se potesse indicare una sola cosa su cui investire nella cultura sarda nei prossimi dieci anni, quale sceglierebbe? E che cosa cambierebbe concretamente per chi vive nell'isola? 

L’ho già detto, sceglierei la formazione, senza esitazione: scuole, residenze, programmi che portino qui chi sa e rendano possibile a chi crea di restare. Concretamente, un ragazzo di Nuoro o di Oristano non dovrebbe più emigrare per trovare dei maestri, e uno scrittore di Londra o di New York potrebbe venire a lavorare qui. Cambierebbe la direzione del traffico. L’isola smetterebbe di essere un luogo che si visita e diventerebbe un luogo dove si pensa, che è la sola forma di prestigio che non si consuma. 

Nei suoi romanzi ci sono storie di sofferenza, conflitti e riscatto. Che cosa cerca nella scrittura quando affronta vicende umane così difficili? E quanto conta, per lei, riportare alla luce storie che altrimenti rischierebbero di essere dimenticate? 

Nella scrittura cerco la profondità e se possibile la verità, non il verdetto. Chi soffre non ha bisogno di essere giudicato né consolato in fretta: ha bisogno di una forma e di una voce, cose che spesso gli vengono negate. Il riscatto, quando arriva, deve guadagnarselo il personaggio, pagina dopo pagina, altrimenti è solo sentimentalismo o piaggeria letteraria.

Ma non scrivo per dimostrare che il bene alla fine prevale sul male – non ne sono affatto convinto. Mi interessa capire che cosa rimane di un essere umano quando gli vengono tolte le certezze, gli affetti, talvolta perfino la possibilità di riconoscersi. Che cosa lo tiene in vita, che cosa lo spinge a resistere, quali compromessi è disposto ad accettare pur di sopravvivere. È lì, credo, che la letteratura può arrivare dove la cronaca e perfino la storia devono fermarsi.

Riportare alla luce le storie dimenticate non è dunque un vezzo da archivista: una comunità che non racconta i propri dolori è condannata a ripeterli, e di solito, lo vediamo, li ripete peggiorando le cose. 

Se guardiamo alla Sardegna del futuro, che cosa le piacerebbe trovare di diverso rispetto a oggi? E che cosa teme possa andare perduto se non cominciamo ad agire adesso? 

Sogno una Sardegna che non si pensa più come eccezione né come vittima. Che smette di chiedersi cosa le è dovuto e comincia a chiedersi cosa può dare; dove chi nasce qui non deve scegliere tra restare e realizzarsi. Un'isola che produce, non soltanto che custodisce.

Quel che temo di perdere, prima ancora del paesaggio, è la memoria della nostra storia che ancora non ci è stata raccontata. Il paesaggio resiste; la memoria no, soprattutto quando la narrazione nella quale ci costringono a vivere non è quella reale. Una comunità che non conosce la propria storia finisce per vivere dentro quella che altri hanno scritto per lei, oppure dentro quella che si è inventata per non dover rispondere delle proprie scelte. È una forma di prigionia tanto più insidiosa quanto meno viene riconosciuta.

Le nostre voci invecchiano in storie che nessuno ha mai scritto. Quando muore l'ultimo testimone non c'è restauro che tenga, e accade senza clamore, per semplice distrazione. Il tempo non è più dalla nostra parte. 

C'è un modo di pensare dei sardi, un'abitudine o una convinzione diffusa, che secondo lei dovremmo avere il coraggio di mettere in discussione? 

Il fatalismo, nella sua versione più pregnante, che ha il suono dell'antica saggezza e la sostanza di un alibi. Ci esime dal tentare e, soprattutto, dal rispondere del fallimento. E poi l'acquiescenza verso la mediocrità imperante, la frase: "ite li achete?", che cosa vuoi che faccia, a chi importa? Così si punisce chi osa e fa le cose per bene e si premia chi si compiace del peggio, del non fatto, del fatto male. Girard ha un nome per questo: meccanismo vittimario. Il gruppo si ricompatta isolando chi si distingue, e la mediocrità si assicura così la sua unanimità. "Ite li achete?" è il male ridotto a intercalare, che diventa cultura deteriore diffusa. Ripartire dalla formazione e dalla cura della precisione e del bello: anche la bellezza, ricordiamo, è una decisione politica.

Ringraziamo Ciriaco Offeddu per il tempo che ci ha dedicato e per aver condiviso con noi riflessioni, esperienze e idee sul valore della scrittura e sulle prospettive della Sardegna. Un grazie anche a Bachisio, per l’ospitalità e per il raffinato confronto con l'autore.

E proprio da una libreria vogliamo ripartire. Perché le storie non finiscono con l’ultima risposta di un’intervista: continuano nelle pagine dei libri, nelle conversazioni che suscitano, nelle domande che lasciano aperte. Per questo invitiamo i lettori a fare visita alla libreria di Bachisio a Ghilarza, a curiosare tra gli scaffali, a lasciarsi sorprendere da un titolo inatteso. E magari a portarsi a casa una storia da cui cominciare un nuovo viaggio.

 

 

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