DI MARCELLO DERUDAS*

Siamo tutti abituati, nella nostra bellissima Isola, a passare le nostre vacanze in spiagge incantevoli: acque cristalline, pacifiche e piacevoli, anche in inverno, quando il maestrale o il grecale le scuotono, tra onde spumose bianche e brillanti, che si gettano fragorose sulla battigia portando, da lidi lontani, ogni sorta di residuo.

Ecco, immaginiamo questo mare così bello che si ribella improvvisamente, abbandonando la pace cristallina ma anche la ‘moderazione’ delle tempeste invernali, che oltre a flagellare gli scogli e creare disagio alla navigazione, non provocano altri danni incontrollabili e pensiamo a certe immagini apocalittiche che, certamente, avremmo visto in qualche produzione cinematografica, letto in qualche libro se non nello stesso Libro dell’Apocalisse. Chiudendo gli occhi e immaginando uno tsunami nella nostra Isola certamente sorrideremo, ci sembrerà impossibile.

Eppure – secondo antichi storiografi e cronisti – fu questa la causa della scomparsa di numerose città delle nostre coste.

Immaginiamo di essere a Turris Lybisonis nel IV secolo circa. La città è ancora florida, ricca di templi e abitazioni lussuosamente ornate, numerosi abitanti stanziati sia nella città sia nell’agro, diviso in centinaia di lotti. Tutto colpisce della grandiosa colonia giulia, all’epoca anche cristianizzata e sede episcopale, ma certamente più di tutti questi monumenti dovevano colpire il suo celebre porto – elemento vitale dell’insediamento e unico trait d’union attivo con i nostri tempi – con le grandiose costruzioni affacciate sul mare e il grandioso ponte sul riu Mannu, ancora oggi esistente e in perfette condizioni.

Il medesimo panorama le nostre coste lo mostravano anche per altre città: Olbia, Karales, Tharros, Nure, Cornus e altri insediamenti minori ma non meno importanti, che brillavano al sole del mediterraneo davanti agli occhi di chi – via mare – si accostava alla Sardegna. Uno spettacolo meraviglioso, insomma.

Tuttavia lo stesso mare che impreziosiva queste città e le aveva rese prospere si sarebbe presto mostrato sotto un altro aspetto. Scuotendosi violentemente e improvvisamente sulle coste ne distrusse le città e anche i piccoli villaggi. Sobbolliva, si allontanava dalla riva per decine di metri come per prendere la rincorsa e poi si abbatteva con tale forza da cancellare porti, costruzioni e trascinarne con sé i frammenti sotto le acque. Un’autentica sorpresa ma che, conferma, del resto, quello che i sardi ancora sino a tempi recenti dicevano: ‘Dal mare viene il male’.

Ma di tutto questo, quanto potrebbe essere realmente accaduto?

Non sono molte le cronache e gli studiosi che ne parlano e, oggi e in passato la stessa tradizione orale sarda non è ricca di esempi, anche se il topos è diffuso in tutto il mediterraneo e anche oltre. Un racconto, però, vale la pena di essere riportato, quello che Gino Bottiglioni, dialettologo, glottologo e filologo, raccolse circa un secolo fa a Villanova Monteleone. Riassumiamolo.

Villanova Monteleone, spiaggia di Pòglina, ©Villanova Monteleone, @Sardinia Digital Library

 

"Esisteva, in tempi molto lontani, un potente re di nome Cesare e soprannominato Barcellone (nomi casuali? ce ne occuperemo forse in un’altra pillola storica ...), che regnava sul regno di Bárace, non lontano da Villanova e Alghero e, dettaglio molto importante, dal mare. Il sovrano, un giorno, prese le parti del conte di Villanova contro il loro sovrano Ixascia (forse anche questi nomi non casuali ...) e si scagliò assieme a lui contro gli abitanti del villaggio, non tanto per odio verso i villici quanto per avere, in caso di vittoria, il cavallo verdedi Villanova, chiamato stella Diana, da lui tanto bramato. Vinta la guerra il conte non mantenne la sua promessa e Cesare ritornò al suo paese, irato e frustrato, giurando che mai più avrebbe fatto ‘del bene’ ad alcuno. Ordinò di massacrare i preti in modo che mai più potessero essere impartiti i sacramenti e insegnata la fede cristiana e, in più, vietò qualsiasi battesimo e matrimonio. Vietò inoltre di fare l’elemosina ai poveri e questo cattivo comportamento nell’odio verso la fede e verso il bene spirituale dei suoi sudditi durò sette anni, cifra simbolica per eccellenza che indica un tempo molto lungo, spesso infinito. Sino a questo punto abbiamo notato come molti elementi possono non essere leggendari ma, come accennato prima con Cesare Barcellone, si potrà approfondire in futuro.

Ed ecco dunque Gesù, in veste da povero (elemento non trascurabile – si presentò realmente in queste vesti a diversi santi come Caterina da Siena), andò al trono di Cesare per chiedere l’elemosina e invocare il ritorno alla legge cristiana.

Il povero/Gesù insisteva ma il re di Barace non voleva saperne, anzi, l’insistenza del Povero portò il sovrano a cacciarlo via a suon di spada. Non ebbe accoglienza migliore nel resto del paese: chiedeva l’elemosina ma le persone, ormai indurite nel cuore, lo cacciavano via in malo modo, tanto da spingerlo al limitare dell’abitato.

Si comprende qui, nemmeno troppo velata, una parafrasi dello scacciare Cristo e la Chiesa dai centri abitati sino al limite, ovvero all’esterno, lontani, in luogo insignificante. Ma Cristo non è di periferia, oggi come ieri, e lo fece subito comprendere al Cesare Barcellone. Al limitare del paese, ove viveva una donna panificatrice e con una figlia (un esempio che corrisponde a molte figure di donne paesane sarde sino alla prima metà del XX secolo), accettò di offrirgli del pane. Pose l’impasto in forno e questo si ingrandì così tanto che il pane, se distribuito, sarebbe stato bastante per sfamare non quello ‘strano’ povero mendicante ma tutto il regno di Barace. La donna forse riconobbe Chi aveva davanti e gliene diede una parte implorandolo però, per sacro timore, di allontanarsi. Il mendicante obbedì ma le diede un avviso: doveva tenersi lontana da casa, prendere di quel pane miracoloso, sua figlia di appena tre mesi ed allontanarsi immediatamente da quel posto. Nell’andare via, qualunque rumore non avrebbe dovuto distrarla dall’ordine: voltarsi le sarebbe costata la vita, come Orfeo ed Euridice, come la biblica moglie di Lot nel libro della Genesi. La donna obbedì e preso il pane e, specialmente, la figliola, andò via. Senza voltarsi e rispettando le ultime regole del Pellegrino: non azzardarsi mai a reagire qualunque fosse stato il tenore dei lamenti, o grida di aiuto, e di incamminarsi verso la campagna (ovvero la Nurra interna). Il tempo stabilito da Gesù fu di due ore. Dopo questo tempo, nel fertile regno del re Cesare/Barcellone, il cielo si oscurò, piovve, il mare sommerse la zona e tutto divenne un pantano.

Tra freddo e rovesci improvvisi, piovvero anche rane e vipere che, spaventando giustamente i baracini, provocarono spavento e urla. Sentendo queste la donna, avvisata da Dio ma nonostante il terrore, incuriosita, si voltò e restò impietrita". 

Ora, a noi non importano le figure pietrificate della Sardegna (almeno in questo momento), ma ci importa il mare e ancora la sua potenza. Ogni sardo conosce questo aspetto del proprio mare. La nostra Isola ha spesso subito danni e perso vite umane per inondazioni, frane e valanghe d’acqua e terra, anche in tempi recenti. E i nostri conterranei, sempre vivi, con me proseguiranno il racconto. Stavolta storico.

Lo storiografo sassarese Giovanni Francisco Fara e poi Francisco De Vico (XVI e XVII secolo) si presero la briga di raccogliere, raccontare e commentare per primi, arditi o temerari (ma con una sana dose di prudenza e rigore scientifico se confrontati con molti altri scribi sardi seicenteschi), del terremoto e maremoto sardo. Fu quello che scosse e distrusse la città di Barcellone? Probabilmente, anche se su quella vicenda intervenne la fantasia umana a dare spiegazioni convincenti all’episodio, interpretando i fatti come un castigo divino per il cattivo comportamento umano.

Sicuramente fu il 476 d.C. sardo (effettivamente il cardinale Baronio lo interpretò come un segno anticipante la caduta dell’Impero Romano), la fine di un’epoca, il troncamento violento di un tempo di sicurezza e floridità che non sarebbe tornato più.

Secondo san Gerolamo, Paolo Orosio, Ammiano Marcellino e, addirittura, Cesare Baronio, l’evento non solo avvenne storicamente ma fu realmente distruttivo e funesto per la Sardegna, seguito dalle incursioni vandaliche e dalla sguarnizione parziale delle coste i cui abitanti di lì a poco sarebbero stati intimoriti per i secoli a venire anche dalle scorrerie saracene.

A detta sempre di Gerolamo e Orosio, il mare si ritirò lasciando nuda la sabbia e quanto sotto vi era (‘Mare litus egreditur et Siciliae multarumque Insularum urbes, et innumerabiles populos oppressit’). Poi, si scagliò con estrema violenza sulle coste e distrusse le città, uccise gli abitanti e lasciò i lidi sardi pressoché disabitati. Lo stesso avvenne in buona parte della Sicilia e del Sud Italia.

Non è questa la sede per discettare troppo nel profondo ma basti pensare che, negli stessi anni indicati dagli storici e cronisti per questo evento (secondo Cesare Baronio era il 366 d.C, un anno prima per Paolo Orosio citato anche da Martin Carrillo), si verificò un terribile e devastante sisma nel sud Italia devastando in particolar modo la Sicilia e le altre isole e distruggendo tantissime città.

La Sardegna (dove – per inciso – la tradizione non riporta alcuna data precisa per l’evento) ne risentì?

Turris Libisonis - Colonia Julia. ©Credits: Archivio Turris Bisleonis, @Sardegna Turismo

 

Probabilmente, poiché anche il canonico Spano vide sotto la trasparente acqua turritana le rovine di Torres e riconobbe (con insolita prudenza) che un qualche maremoto in epoca antica ‘abbia dato principio alla rovina di questa città’ e aveva ridisegnato la linea costiera e portato sotto le acque molti solidi monumenti, che lui effettivamente vide. La stessa area turritana perse quattordici villaggi per il sisma e il maremoto (come riporta il Fara nella Chorographia della Sardegna) più le città di Tilio e Nure.  Lo stesso accadde a Tharros, l’antica Karales romana, Nora e Cornus (anche se per l’abitato tharrense si potrebbe pensare soltanto ad un inizio di decadenza poiché fu abbandonato lentamente tra i secoli X e XI per la trasmigrazione degli abitanti verso la nuova e più sicura Oristano).

Ma quando, dunque, avvenne l’evento che portò anche in Sardegna tante e tali catastrofi?

Si potrebbe identificare con il terribile sisma (X grado della Scala Mercalli) che nel 361 d.C devastò la Sicilia e la Calabria? Anche se nel corso del IV secolo altri sismi di grado elevato colpirono il Sud Italia e le Isole, quello del 361 fu l’unico a presentare tutte le caratteristiche dell’evento sardo: il terremoto fu accompagnato da un maremoto, le coste furono devastate e numerosissimi centri abitati scomparvero, causando anche un imponente crollo demografico.

Probabilmente, come a Baraci, piovvero anche rane e vipere?

Il fenomeno, che può sembrare inserito nella leggenda per dare un tocco horror in più ai tragici eventi e alla punizione di Barcellone, può essere realmente avvenuto.

Tante volte, del resto, abbiamo sentito parlare di tsunami e uragani, maremoti e terremoti sottomarini che hanno portato a una singolare pioggia di animali vivi o morti sulla terraferma, fenomeno dettato da leggi fisiche oggi ben comprensibili ma che, anticamente non essendo note, poteva risultare orrido e davvero apocalittico (forse il forte spostamento d’aria dovuto ad un eventuale sisma sottomarino spinse sulla terra rane e vipere raccolte da chissà quali lontani stagni scagliandoli sulla costa e sopra gli abitanti terrorizzati – questo elemento della leggenda la collega in modo particolarmente stretto col terremoto del IV secolo dandole, come abbiamo accennato, un fondo di verità). La stessa data ufficiale del sisma è compatibile con quella riportata dal Vico, da san Gerolamo, da Orosio e dal Baronio, che sbagliano di soli quattro/cinque anni. Alternativamente, potrebbe essere invece corretta la data del 365 d.C., anno nel quale un forte terremoto sconquassò l’Italia centrale e meridionale, da Roma passando per la Sicilia e la Calabria sino alla Tunisia e alla Cirenaica, ben noto anche questo agli studiosi.

Insomma, che sia accaduto nel 361 d.C o nel 365/366 d.C, il terremoto sardo, che vide il suo splendido mare scagliarsi contro gli abitanti dell’Isola di Sardegna è, con alta probabilità, un fatto storico.

Ma, come per tanti altri eventi pur importanti che hanno riguardato la nostra Storia, le testimonianze sono poche – come visto – e spesso ristrette e poco loquaci. Non abbiamo testimonianze epigrafiche né precise ed inequivocabili segni di conferma nei siti archeologici che abbiamo citato, ancora oggi di grande bellezza e suggestione. Forse si deve a questo l’atteggiamento prudenziale del canonico Giovanni Spano (ma anche di molti studiosi contemporanei) che, pur ipotizzando – alla vista di tanti reperti e intere aree sommerse dell’antica Turris – pensò nell’immediato ad un evento sismico di grande portata che coinvolse anche il mare, salvo poi ritornare a spiegazioni più plausibili: le invasioni vandaliche (queste ben documentate) e poi quelle arabe.

E Barace?

 

Ph. ©Alessio Saba, @Sardinia Digital Library

Divenuta una terra silenziosa nella grande pianura semipaludosa della Nurra, proprio alle spalle della nota spiaggia di Porto Ferro nel territorio di Sassari, incastonata tra il ‘gigante che dorme’ di Capo Caccia e Porto Conte a sud e le maestose scogliere dell’Argentiera a nord, restò temporaneamente muta, come la donna pietrificata, col silenzio rotto solo dagli uccelli che andavano a posarsi nelle basse acque del lago omonimo, l’unico lago naturale della Sardegna. Nel medioevo nell’attuale circondario del lago di Baratz sorgeva un piccolo centro abitato e, addirittura un monastero dedicato a San Giorgio, oggi scomparsi.

Ma questa è un’altra storia.

 


 

Marcello Derudas

                                                                                                                    

 Storico, storico della Chiesa, storico e docente di storia dell’arte. Laureato in Filosofia e specializzato in Filologia moderna, Industria Culturale e Comunicazione presso l’Università di Sassari, ha compiuto studi archivistici e biblioteconomici presso il medesimo ateneo. Responsabile per i Fondi Storici Archivistico e Bibliografico del Convitto Nazionale Canopoleno di Sassari dal 2009 al 2017, ne ha preso in cura anche l’ingente patrimonio artistico. Attualmente è borsista di ricerca presso la Scuola di Dottorato del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari dove si occupa di storia ecclesiastica medievale e moderna della Sardegna. Ha pubblicato diverse opere e articoli tra cui la monografia Ossi. Storia, arte, cultura (Cagliari 2012 / Sassari 2013), l’edizione critica del Rituale di apertura della Porta Santa di San Michele di Salvennor con la riscrittura della storia del monastero alla luce dell’acquisizione di documentazione inedita (nell’ambito della Collana Meilogu – Sassari 2014), la monografia Il Convitto Canopoleno di Sassari. Una finestra aperta su quattrocento anni di storia (Sassari 2018), l’inventario inedito delle carte e della biblioteca dell’ultimo vallombrosano di Sardegna Adriano Ciprari (Annali della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna – Cagliari 2020) e ha in preparazione l’edizione critica degli atti delle visite pastorali dell’arcivescovo Salvatore Alepus. Ha collaborato e collabora con diversi enti culturali, tra i quali la Pinacoteca Nazionale di Sassari.

 

Qui trovate l'intervista a  Marcello Derudas e le anticipazioni della rubrica #Pilloledistoria