Oristano ama raccogliersi intorno alla sua piazza centrale, un tempo detta piazza di Città. Basta seguire il flusso della gente a passeggio e in breve si arriva lì, ai piedi della donna che nell’immaginario di ogni sardo è simbolo di libertà e saggezza: la giudicessa Eleonora D’Arborea. Scolpita nel marmo, sembra governare l’intero spazio circostante, in memoria delle virtù di amministratrice che la storia le attribuisce.  Alla base della sua imponente statua – realizzata dall’artista fiorentino Ulisse Cambi nel 1881 – si trovano due panchine. Sedetevi e guardatevi intorno: vedete il palazzo comunale, con le sue mura da convento del XVII secolo, e gli edifici neoclassici tutt’intorno? Bene.

E’ uno degli angoli più belli della città, il salotto dove conversare con gli ospiti graditi. E a tutti voi che adesso siete miei ospiti (sistematevi bene comodi sulla panchina) voglio raccontare perché quest’importante spazio di Oristano è stato dedicato a Eleonora D’Arborea. Bisogna tornare indietro di un migliaio d’anni, a quando i sardi, per meglio difendersi dalla minaccia saracena, suddivisero l’isola in quattro giudicati: quello di Cagliari, quello d’Arborea, quello del Logudoro e quello di Gallura.I giudici regnanti erano sovrani a tutti gli effetti. Eleonora fu uno dei trentasette giudici che si susseguirono nell’amministrazione del territorio d’Arborea – la cui capitale, dal 1070, fu proprio Oristano.

Catalana di nascita, Eleonora era figlia del giudice Mariano IV, schierato con la sua casata in una guerra perenne contro gli Aragonesi, nel tentativo di unificare la Sardegna intera sotto il governo del proprio giudicato. Nel 1367, la futura giudicessa, sposò Brancaleone Doria – dal quale ebbe due figli: Federico e Mariano. Lasciò quindi la corte di famiglia e si trasferì a Castelgenovese (la Castelsardo di oggi). Nel 1383 Ugone III, giudice di Arborea in carica e fratello di Eleonora, venne assassinato nel suo palazzo di Oristano. Legittimo successore dello zio risultò Federico, primogenito di Eleonora. Brancaleone Doria si recò quindi dal re di Aragona, per trattare in prima persona la questione dinastica, ma venne fatto prigioniero. Da quel momento in poi fu solo Eleonora a farsi carico delle incombenze. Tornata a Oristano venne proclamata giudicessa di Arborea, trattò con gli aragonesi la liberazione di suo marito e punì gli assassini di Ugone.

Iniziò così a regnare, in qualità di reggente dei propri figli. A contraddistinguere il suo periodo di governo fu il costante tentativo di unificare la Sardegna, obbiettivo che gli Arborea perseguivano già da lungo tempo e vanificato in modo definitivo dalla prematura morte di Eleonora, causata dalla peste.

Ma l’atto principale che rende questa giudicessa ancora oggi degna di tanta memoria fu la promulgazione della Carta de Logu: un documento giuridico senza precedenti per l’epoca, composto di un codice civile, uno  penale e uno rurale. Un corpus di leggi scritte, formato da 198 articoli, nel quale si decretava l’uguaglianza di tutti gli uomini liberi di fronte alla legge. Per ogni reato era prevista una pena precisa, che si abbatteva sul colpevole senza alcuna distinzione sociale. Neanche i più alti esponenti del clero ne erano immuni. Un atto tanto moderno, l’ordinamento giuridico redatto da Eleonora  - con le sue misure a tutela delle donne e dei minori, o quelle a difesa delle vittime di usura – che restò in vigore per quattro secoli.

Come è scritto in un passo della sua introduzione,  “l’elevamento dei popoli e degli stati dipende dall’osservanza di quel diritto universale che è dettato dalla ragione”.

Ed è per questa ragione che la piazza centrale di Oristano oggi non viene più chiamata piazza della Città, ma porta il nome di Eleonora.

 

Da “101 cose da fare in Sardegna almeno una volta nella vita” di Gianmichele Lisai