Francesco Agus, di Cagliari, classe 1983, è uno dei sessanta componenti del neoeletto consiglio regionale. Laureato in Economia e Finanza è iscritto a un corso di laurea specialistica della facoltà di Scienze Politiche. Appassionato di politica fin dal Liceo, a partire dal 2001 è stato coordinatore di manifestazioni anti-Moratti, e ha fatto parte del comitato Ulivo, della Sinistra Giovanile e infine di Sinistra Ecologia e Libertà. Nel 2009 è stato coordinatore dei volontari per il Centrosinistra alle Elezioni Regionali e, nel 2011, tra i coordinatori della campagna per Massimo Zedda Sindaco di Cagliari. Per Sel è stato coordinatore della federazione provinciale di Cagliari dal 2010 al 2013. Ha svolto diversi lavori precari nell'ambito del sociale e della comunicazione e organizzazione di eventi. Lo abbiamo incontrato per discutere del suo nuovo impegno in consiglio regionale e in particolar modo dei problemi attualmente attraversati dai giovani sardi e di come sia possibile porvi rimedio.

Partiamo

1. A soli 31 anni siede tra i banchi del consiglio regionale: una cosa insolita di questi tempi nella nostra Isola ma che ha trovato alcune eccezioni in questa legislatura. Come nasce la sua passione per la politica?

Penso di averla sempre avuta: leggevo i quotidiani sin da bambino e le letture che ho fatto a scuola hanno cementato e arricchito di contenuti la mia passione. La voglia di schierarmi in prima persona l’ho coltivata sui banchi del Liceo, da rappresentante d’istituto e da attivista nelle manifestazioni contro la Riforma Moratti. 

2. C’è uno, o più politici, del passato al quale ideologicamente si sente molto legato e ci potrebbe spiegare il motivo?

Ce ne sono tanti. Ma un sardo di sinistra non può non sentirsi legato a Enrico Berlinguer e Antonio Gramsci più che a ogni altro. Del primo mi affascina l’autorevolezza tale da rendere un’icona un nostro contemporaneo. Del secondo la potenza di chi anche dal chiuso di una cella riusciva a capire i processi e a parlare al mondo intero.

3. Spesso ci si lamenta della disaffezione dei giovani nei confronti della politica. Quali crede possano essere le ragioni che hanno originato questo distacco e quali, a suo avviso, dovrebbero essere i rimedi?

La politica è vista da chi ha la mia età come la causa dei suoi mali. Questo a ben ragione: chi ci ha governato, per opere ma soprattutto per omissioni, è responsabile della situazione di oggi. Occorre cambiare prospettiva: la politica è stata la causa delle storture del nostro tempo ed è anche l’unico rimedio. L’unico tra i sistemi del nostro Paese a essere realmente “scalabile” per le nuove generazioni e attraverso il quale è possibile cambiare gli altri. E’ possibile avere un Sindaco di 35 anni o un consigliere regionale di 30. E’ estremamente più difficile incontrare un Rettore di quell’età (o anche un Professore ordinario o semplicemente un ricercatore non precario).

4. La generazione dei trentenni di oggi, della quale anche lei fa parte, è congiunturalmente tra le più penalizzate. Intende farsi portavoce di questa problematica in consiglio? Se sì, in che modo?

Mi sento investito di una grande responsabilità: quella di portare la voce di chi alla mia età è conteso tra un avvenire di disoccupazione e precarietà nella sua terra o la prospettiva dell’immigrazione. La maggioranza di centrosinistra ha avuto parole chiare riguardo questo fenomeno: In consiglio mi impegnerò affinché non siano solo parole.

5. Se non personalmente, avrà sicuramente avuto modo di vivere in maniera indiretta, attraverso amici e coetanei, il problema del precariato. Quanto questo ha influenzato la sua formazione politica?

Ho sempre avuto lavori precari, come la stragrande maggioranza dei miei coetanei. Siamo la generazione della grande illusione: ci è stato detto di investire in istruzione e in cultura e poi ci siamo scontrati con l’impossibilità di potersi programmare una vita. Credo però che la via d’uscita esista e passi per il protagonismo dei giovani in politica.

6. Nuova emigrazione e spopolamento. Esiste una "ricetta" per convincere i giovani a investire il proprio capitale culturale nel paese di origine? 

Quest’anno abbiamo speso il 53% dei fondi Europei a nostra disposizione. La stima è ottimistica visto che gran parte di quella percentuale non ha avuto in realtà concretezza. Ogni euro non speso ha una ripercussione negativa sull’occupazione. Chi parte non lo fa per egoismo ma per disperazione e per frustrazione.

7. Nel suo sito web personale individua una serie di priorità che delineano la sua azione politica. Tra queste, tuttavia, quali pensa necessitino di maggiore tempestività di intervento?

Un piano di politiche per il lavoro e di investimenti nel sociale per fronteggiare le nuove povertà. Poi, le tante emergenze aperte sul nostro tavolo: la crisi di Abbanoa e quella di Saremar. Tutto questo parallelamente a un serio lavoro di revisione delle spese superflue, clientelari e inutili che purtroppo in questi anni sono addirittura aumentate, all’interno dell’apparato regionale, nelle agenzie e negli enti, nei capitoli relativi alla spesa sanitaria.

8. Qual è la sua idea di sviluppo per la Sardegna e quali settori crede debbano essere necessariamente incentivati?

L’agricoltura, i servizi alla persona, il turismo che valorizza il territorio tutto l’anno, le attività che creano prodotti immateriali e la produzione di know how. Siamo una terra dalle mille prospettive ma sino ad ora non abbiamo trovato i mezzi per sfruttarle a pieno. Il mondo che avremo davanti nel futuro prossimo supererà i 9 miliardi di persone e vedrà crescere le elitès dei Paesi extraeuropei. Il cibo di qualità e il territorio incontaminato avrà più valore domani di quando lo abbia avuto ieri. Su quello dovremo investire seriamente.

9. Un impegno, inderogabile, di cui renderle conto a scadenza del suo mandato.

Qualche passo in avanti verso la riqualificazione del quartiere di Sant’Elia. Iniziare i lavori di restauro dei palazzoni, salvare la scuola del quartiere a incentivare le iniziative culturali e imprenditoriali. Mi piacerebbe tra cinque anni guardare quello che è stato per anni il simbolo del degrado urbano come l’immagine della rinascita possibile.

10. Che consiglio darebbe a un giovane Sardo? 

Studia, preparati, viaggia. E occupati di politica: non credere a chi ti dice che sia tutto marcio e che non sia possibile cambiare le cose in meglio, anche di poco.

 

Simone Tatti