Il carnevale di Teti è stato reinterpretato recentemente per volontà di un gruppo di giovani del paese, volenterosi di promuovere una rappresentazione folclorica, che pone le sue basi su un’antica leggenda popolare che, a sua volta, fa riferimento a fatti storici realmente accaduti.

 

Su “Sennoreddu e S’iscusorzu” è un’entità magica identificabile a tratti come demone, a tratti come folletto, che si muove con grande agilità ed è caratterizzato da una forza sovraumana. Veste un mantello bianco e il suo volto è appena percettibile, nascosto dal nero della fuliggine, fa trasparire lo sguardo della fiera. Tra le braccia custodisce avidamente un’anfora all’interno della quale è conservato il tesoro che vorrebbe tenere lontano dagli umani.

Attorno a lui sfilano “Sos de s’Iscusorzu”, i Pastori che, avvolti in un nero cappotto di orbace (su Saccu), accompagnano con un ritmo solenne e impassibile “su Sennoreddu” lungo un percorso forzato che lo condurrà a essere sopraffatto dagli umani che finalmente potranno impossessarsi del suo tesoro. Il loro volto è uniformato dal nero del carbone bruciato, il capo è chino, gli occhi coperti dal lungo cappuccio del “gabbano”, calzano gli scarponi e i gambali del pastore, mentre brandiscono a ritmo costante un grosso e nodoso bastone cinto di una dozzina di campanacci. Due di loro, i più forti, tengono legato con due grosse funi contrapposte la maligna entità.

(photo credit copertina Mattia Melis)

 

Il rito e la leggenda

Tanto tempo fa, un giovane pastore di Teti, tormentato da sogni ricorrenti decise di raccontare agli amici quello che gli stava succedendo. Raccontò loro di una voce che gli ripeteva in continuazione di recarsi al santuario di Abini perché lì c’era un tesoro, nel sogno il ragazzo raggiungeva il santuario e qui si trovava una persona minuta, una via di mezzo tra un bambino e un folletto.

In paese si raccontava che nei pressi del santuario di Abini ci fosse un tesoro nascosto e un vitello d’oro che si aggirava fra le capanne del villaggio, a guardia di questo tesoro si trovava un essere di piccola statura, alcuni lo descrivevano come un diavoletto, altri come un folletto, altri ancora come una sorta di entità impalpabile, chiamato da tutti “su Sennoreddu”. Quando qualcuno si avvicinava al santuario veniva sfidato dal “Sennoreddu” il quale, prometteva che se fosse stato battuto avrebbe ceduto il tesoro. I pastori, convinti dall’insistenza e dalla disperazione dell’amico decisero di recarsi al villaggio equi trovarono veramente il tesoro, che possiamo ammirare ancora oggi, nei più importanti musei, sono i nostri bronzetti conosciuti ormai in tutto il mondo.

Questo rito rappresenta i Pastori (dei quali è stato ricostruito il tipico vestiario dell'epoca in particolare "su saccu" il mantello con cappuccio d'orbace) i quali recatisi al santuario di Abini, incontrano “su sennoreddu”, pian piano lo circondano e iniziano a ripetere una filastrocca che veniva raccontata in paese che raccontava di un vitello d’oro (il tesoro) nascosto nel villaggio.

“Sos chi sunis in su Fruncu ‘e su ludu

Este a craru de su muru irau

Su bitellu de oro est’ attaccau

In su postu chi este abbarra mudu,

sia sole o siad oscuru,

Mai a fora du biene istuppau,

cà est sempere in d’unu croccadorzu

e no ddu moven’a puntor de puntorzu”.

Stremato dalla cantilena e dal continuo girare attorno dei pastori su Sennoreddu, scaraventa a terra la brocca che tiene in mano e cede il tesoro. 

Il racconto è stato estrapolato dall’indagine condotta dalla Prof.ssa Maria Murgia nel 1964,sulla storia delle tradizioni popolari locali.

 

 

L’associazione e il legame tra leggenda e realtà

L'Associazione Culturale “S’Iscusorzu” persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale e si propone, come primo intento, di promuovere la ricerca e la valorizzazione nell’ambito della storia e delle leggende legate al proprio paese, attivando iniziative culturali per la promozione della nostra cultura e del nostro territorio. Con questo è per noi di fondamentale importanza, riscoprire e mantenere tutte quelle tradizioni legate al folklore e alla sua memoria con l’intento di stare nell’attualità del presente con l’unico fine di promuovere positivamente il nostro territorio e in particolare il paese di Teti.

È fondamentale attività quella della rievocazione del ritrovamento dei bronzi di Abini, antico villaggio santuario nuragico, situato a nord del territorio di Teti, attraverso un rito suggestivo chiamato “ Su Sennoreddu e sos de s’iscusorzu”. Con questo rito, si ha l’intenzione di ricostruire un’antica leggenda che da secoli si tramanda da padre in figlio, il quale racconta di un grande tesoro nascosto nelle campagne di Teti con a guardia un “ragazzino” senza età e di piccola corporatura, ma dotato di una forza sovraumana, chiamato dai Tetiesi “Su Sennoreddu de s’iscusorzu”.

Tutti i Tetiesi, che per la maggiore vivevano di pastorizia, si prodigavano in infinite e assidue ricerche, fin quando giunti alla tanto desiderata scoperta del tesoro, vedevano materializzarsi questa figura de “su Sennoreddu”, che quasi beffeggiatrice, li sfida a combattere promettendo loro, previa una sua sconfitta, di poter finalmente impossessarsi del tanto bramato tesoro (“Iscusorzu”). 

Il mito e la leggenda si vedranno poi materializzare quando, dai frequenti e propiziatori sogni di un giovane servo pastore Tetiese, nel 1865 si avviano le prime attività di scavo (Clandestine) nella famosa area di Abini, luogo dove i pastori tetiesi per la maggiore, si prodigavano nella ricerca del famoso “Iscusorzu” citato nella leggenda. Da questi primi scavi scoprirono una vasca costruita con pietre, e al suo interno numerosi bronzetti e armi.

Nel 1866 i materiali di bronzo illustrati dal Canonico Spano vennero acquistati dal Cav. Efisio Timon che in seguito li donò al R. Museo di Cagliari.

Nel 1878, ci fu ad Abini una scoperta più ricca della precedente, ma sempre frutto di ricerche clandestine. Nel recinto, sotto le radici di un grosso albero di ulivo selvatico, venne ritrovata una grossa olla rozzamente piena di terra, che andò in pezzi sotto i colpi del piccone.

Il quantitativo di bronzi frutto di questa seconda scoperta è notevolissimo: 750 bronzi, del peso complessivo di 108 Kg, tra cui 124 spade riunite in fascio con delle strisce in bronzo, 77 frecce e lame di pugnali, cuspidi e puntali di lancia, spille e braccialetti, 8 lingotti di rame e 1 di piombo, 22 bronzetti figurati. Filippo Vivanet, Commissario governativo per le antichità e i musei di tutta l’isola saputo del ritrovamento, si recò subito ad Abini con Vincenzo Crespi che documentò i nuovi ritrovamenti in due tavole di disegni.

L’ingente quantità di materiali rinvenuta fu acquistata da Filippo Vivanet e in seguito confluì nelle raccolte del R. Museo di Cagliari.

Il Vivanet racconta che gli abitanti del villaggio, quando il lavoro soleva mancare, si recavano ad Abini con la speranza di trovarvi dei tesori.

La notizia delle nuove scoperte, accese ulteriormente l’interesse degli archeologi e dei collezionisti di antichità, così nel 1882 l’ingegnere Leone Gouin, noto collezionista, con l’autorizzazione della Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti del Regno, effettuò nuovi scavi ad Abini.

Dalle descrizioni fornite si fecero diversi saggi tutti finalizzati al recupero di bronzo che si recuperarono sebbene in misura molto minore rispetto a quella sperata.

È nel 1909 che, il professor Antonio Taramelli, allora soprintendente agli scavi della Sardegna e dirigente del museo di Cagliari, entra nelle cronache di archeologia relative ad Abini.

Con questo, per tutti noi Tetiesi, il tesoro, il vero “Iscusorzu” erano e sono tutt’oggi i preziosissimi reperti rinvenuti ad Abini nel corso dei due secoli di cavi più o meno ufficiali, tesori della quale sentiamo appartenere, essendo legati a loro non tanto per il valore materiale ma bensì per il grande valore tradizionale e culturale che loro rappresentano come nostri diretti antenati.

Perciò, lo scopo della rappresentazione è quello di far conoscere, con l’umiltà e la modestia i tesori e le tradizioni del luogo. La “Maschera” non intende figurare alcun rito pagano riconducibile ad alcuna ricorrenza particolare, legata all’antico carnevale bensì ricostruire una antica leggenda Tetiese che si riferisce chiaramente e direttamente alla Storia di un’antica popolazione e alle sue usanze che facilmente si correlano a quelle attuali di Teti.