Gennaio 24, 2019

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    “Chi sei tu, Lenny? Sono una contraddizione”.

    Ho pensato spesso a questo scambio di battute netto e quasi laconico, pronunciato nella pluripremiata serie tv “The Young Pope”, firmata da Paolo Sorrentino, tra il neo Papa Lenny Belardo e il cardinale Andrew Dussolier.

    E il pensiero andava alla Sardegna e al fatto che, alla stessa domanda, avrebbe risposto nello stesso modo.

    Una contraddizione. Vacanze patinate e ancestralità, lusso e povertà, passato e futuro, guerra e pacifismo.

    È voglia di fare e ignavia, innovazione e arretratezza, è spopolamento e storie di borghi che resistono. E’ contraddizione in chi resta con la speranza di un cambiamento e in chi parte con la rabbia e la speranza di un ritorno a casa. È quell’isola senza tempo, come direbbe Lawrence e dalla storia antichissima come sottolineava il La Marmora. E’ salda al passato ma guarda al futuro senza voler, a tratti, soffermarsi nel presente. Una sola linea, dritta, continua, tra ciò che è stato e ciò che sarà ma senza pensare a ciò che è, ora. Senza riflettere sul punto in cui ora, adesso, nel presente, è arrivata. Senza cercare il punto d’incontro, quella verità nel mezzo delle contraddizioni.

    Si parla di ciò che è stato e di ciò che sarà.

    E se provassimo, per un attimo, a fermarci, a fluttuare in questo presente? A respirare l’aria di quell’adesso senza chiederci com’era un tempo o come sarà domani?

    È in quel momento che nasce l’innovazione, in quello stare, anche solo per un attimo, nel vuoto. Nel soffermarci a pensare su quello che è. Il colore che ci farà compagnia in questo 2018, per l’Istituto Pantone sarà l’Ultra Violet, colore del misticismo, della riflessione spirituale e intuitiva. Viviamo in un contesto storico che richiede inventiva e immaginazione, che pretende di essere costantemente innovativi, creativi. Ed è proprio in questo momento che dobbiamo pensare al nostro potenziale, prendere consapevolezza dei nostri strumenti, di quello che abbiamo ora e di come trasformare un obiettivo in realtà.

    Questo, anche partendo dalle contraddizioni che conferiscono quell’unicità in grado di farci sempre provare, da sardi, quell’orgoglio speciale che, in qualunque luogo del mondo, ci fa sentire uniti dalle stesse radici, dallo stesso passato e, soprattutto, parte di uno stesso presente.

    A tutti voi, Buon 2018!

     

    *FocuSardegna

     

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    E chissà cosa direbbero di noi i nostri antenati nuragici, osservando quanta poca considerazione abbiamo della loro grande civiltà e del patrimonio culturale che ci hanno inconsapevolmente regalato.
    Certamente penserebbero che siamo pazzi, che viviamo completamente sconnessi dalla spiritualità, fondamento della loro vita e del loro modo di essere, inseguendo Dea Ignoranza e Dio Denaro.
    Abbiamo perso il contatto con la terra, con l'acqua, col sole e con la luna; abbiamo perso il contatto con l'aldilà e coi nostri avi defunti; abbiamo perso la capacità di essere in contatto con noi stessi e gli altri popoli coi quali essi scambiavano saperi e tesori. 
    Probabilmente ci direbbero che è arrivato il tempo di ridestarsi dal pesante sonno lungo quanto migliaia di ere. È tempo di assemblare forze e energie per riportare alla luce le loro fortezze, le loro case, i luoghi sacri e tombali, che hanno sapientemente costruito. È tempo di decifrare il loro linguaggio e i loro simboli. È tempo di far conoscere al mondo la loro grandezza e il loro splendore.

     

    Così immersa nelle campagne intorno a Borore, ai piedi del Marghine, i pensieri prendevano forma. Una zona con un’alta concentrazione di nuraghi, di tombe, di dolmen e domus de janas mi si presentava davanti quasi a dirmi: “Eccoci, vieni a farci visita, prenditi un attimo. Fermati a riflettere sul significato che abbiamo avuto e perché siamo qui, proprio in questo punto”.

    E’ una condizione che si ripete continuamente. Tutte le volte che mi ritrovo in un sito archeologico inizia un viaggio introspettivo  e, dentro di me, sorgono numerose domande, molte delle quali senza risposta,  ancora avvolte dal mistero. Le poche che gli esperti sono riusciti a dare sono oltretutto cariche di contraddizioni. Un mondo strano quello dell’archeologia: porti avanti una teoria per tanti anni, poi ne arriva un’altra e fa cadere ogni convinzione avuta fino a quel momento.

    Nel caso della Sardegna questa è la norma, se pensiamo che l’interesse verso la nostra storia antica è nato solamente circa cento anni fa. Giovanni Lilliu e altri studiosi arrivati dal Continente furono i primi, quando gli abitanti avevano ben altro a cui pensare e lo fecero per altri anni ancora: le due grandi guerre, la preoccupazione di come poter sfamare la famiglia, la miseria, la malaria.

    Il sardo comune non aveva tempo di pensare al suo passato, viveva il presente e faceva il possibile per costruire basi solide per il futuro. Concreto e radicato sulla terra, come era giusto che fosse.

    Oggi i tempi sono cambiati, abbiamo certamente altri problemi da risolvere ma le persone sono più curiose, informate sotto certi aspetti, più “studiate”come avrebbe detto mia nonna.

    Nonostante questo vi è però, tuttora, una scarsa consapevolezza diffusa sull’importanza del nostro passato, quello lontano, lo stesso che ha lasciato tracce ben delineate e che ancora subisce un rifiuto. Lo si osserva chiaramente, quando ti ritrovi davanti a un nuraghe con gli ingressi sbarrati dal proprietario del terreno, come a dire: “Qui non si entra, è roba mia”; oppure domus de janas avvolte dalle sterpaglie, o menhir infranti in pezzi destinati all’arredamento casalingo. O peggio, quando non vengono segnalati o, se lo sono, si fa in modo di eliminare ogni indicazione.

     

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    Ieri la manifestazione dei pastori si è chiusa con la promessa, da parte del Presidente della Regione, dell'Assessore all'agricoltura e dei capigruppo, di destinare 35 milioni alle ragioni e alle richieste del Movimento Pastori sardi.
    La prima domanda, tralasciando le questioni di metodo a cui purtroppo sono tristemente abituato, è sempre la solita: dove li troviamo?
    Dubito si tratti di risorse dimenticate in qualche meandro del bilancio, un po' come quando capita di trovare una banconota sgualcita nelle giacche invernali riposte nell'armadio al cambio di stagione.

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