Editoriale

  • E chissà cosa direbbero di noi i nostri antenati nuragici

    di *Natascia Talloru

    E chissà cosa direbbero di noi i nostri antenati nuragici, osservando quanta poca considerazione abbiamo della loro grande civiltà e del patrimonio culturale che ci hanno inconsapevolmente regalato.
    Certamente penserebbero che siamo pazzi, che viviamo completamente sconnessi dalla spiritualità, fondamento della loro vita e del loro modo di essere, inseguendo Dea Ignoranza e Dio Denaro.
    Abbiamo perso il contatto con la terra, con l'acqua, col sole e con la luna; abbiamo perso il contatto con l'aldilà e coi nostri avi defunti; abbiamo perso la capacità di essere in contatto con noi stessi e gli altri popoli coi quali essi scambiavano saperi e tesori. 
    Probabilmente ci direbbero che è arrivato il tempo di ridestarsi dal pesante sonno lungo quanto migliaia di ere. È tempo di assemblare forze e energie per riportare alla luce le loro fortezze, le loro case, i luoghi sacri e tombali, che hanno sapientemente costruito. È tempo di decifrare il loro linguaggio e i loro simboli. È tempo di far conoscere al mondo la loro grandezza e il loro splendore.

    Così immersa nelle campagne intorno a Borore, ai piedi del Marghine, i pensieri prendevano forma. Una zona con un’alta concentrazione di nuraghi, di tombe, di dolmen e domus de janas mi si presentava davanti quasi a dirmi: “Eccoci, vieni a farci visita, prenditi un attimo. Fermati a riflettere sul significato che abbiamo avuto e perché siamo qui, proprio in questo punto”.

    E’ una condizione che si ripete continuamente. Tutte le volte che mi ritrovo in un sito archeologico inizia un viaggio introspettivo  e, dentro di me, sorgono numerose domande, molte delle quali senza risposta,  ancora avvolte dal mistero. Le poche che gli esperti sono riusciti a dare sono oltretutto cariche di contraddizioni. Un mondo strano quello dell’archeologia: porti avanti una teoria per tanti anni, poi ne arriva un’altra e fa cadere ogni convinzione avuta fino a quel momento.

    Nel caso della Sardegna questa è la norma, se pensiamo che l’interesse verso la nostra storia antica è nato solamente circa cento anni fa. Giovanni Lilliu e altri studiosi arrivati dal Continente furono i primi, quando gli abitanti avevano ben altro a cui pensare e lo fecero per altri anni ancora: le due grandi guerre, la preoccupazione di come poter sfamare la famiglia, la miseria, la malaria.

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