*Di Alessandra Derriu 

Quando migliaia di anni fa in Sardegna vengono scavate le domus de janas (case delle fate o case delle streghe), per accogliere le sepolture dei defunti, queste diventano abitazioni, a specchio di quelle del mondo dei vivi, con porte verso l’aldilà, per l’aldilà, un mondo di pietra per ospitare i morti e favorire il loro passaggio. Abbiamo visto nell’’articolo precedente “Janas e fate, sibille e streghe porte e donne magiche in Sardegna” come la tradizione popolare da tombe-case dei morti le identifichi come dimore abitate da creature leggendarie di piccola statura che tessevano, cantavano, panificavano, predicevano il futuro, avevano il dono della profezia, le janas. In seguito le janas divennero le streghe.

Le porte che attraversano i defunti li conducono nell’aldilà, nel mondo altro, capovolto, sono porte di comunicazione anche per altre entità e spiriti che dalle porte, delle domus come delle case, hanno la capacità di raggiungere il nostro mondo, la porta è magica. La porta diviene il luogo dove passa la strega e la magia. Per evitare che la strega entri di notte con intenzioni malvagie si mette una scopa sull’uscio in modo tale che la donna, che sa contare solo fino a sette, passi la notte a contare i fili fino all’alba. Per lo stesso motivo si mettevano più di sette grani sulla soglia.

Usci, soglie, porte sono punti di passaggio anche per i vivi, che possono essere usati per canalizzare e far arrivare energie, buone o cattive.

Dalle denuncie raccolte dal Tribunale dell’Inquisizione vescovile del XVIII secolo capiamo quanto queste credenze fossero radicate in tutta la Sardegna. Nelle soglie delle porte venivano posizionati involti e preparati che dovevano agire sulle persone che entravano ed uscivano e che erano destinatari di influssi benefici o malefici.

Nel 1728, a Benetutti, Elena Puddu, moglie di Baingio Coco, per cercare rimedi contro i nemici del marito, invia degli uomini di sua fiducia a Villagrande Strisaili perché le procurino alcuni rimedi superstiziosi “para buscar algun hechisero per avere da lui embrollos y hechisos, malos ni pecaminosos”; questi trovano a Nuraxinieddu, nel campidano di Oristano, un uomo di nome Tommaso, di circa 60 anni, robusto, de mala mirada, dalle fattezze di un demonio, che possedeva rimedi per non essere danneggiati dai nemici e per non essere castigati dalla giustizia. Tommaso consegnò quindi agli uomini inviati da Elena Puddu degli involti in tela, di cui ignorarono il contenuto. Gli involti, a detta dei testimoni, vennero messi uno nella porta della chiesa di Santa Elena, la parrocchiale, e uno nella porta della casa di un uomo nemico di Baingio Cocco.

Un altro caso, diverso per intenti, è quello di Elena Puddu, di Benetutti, che viene denunciata per aver consigliato un rimedio per agevolare una riconciliazione: prendere un tizzone ardente, spegnerlo con un po’ di miele, ed infine metterlo nella soglia della porta dell’interessato o in qualche altra parte dove passasse: questo sarebbe servito per ottenere la riappacificazione.

Nel 1734, in Alghero, Gavino Murru denuncia Maria Cosseddu per aver usato rimedi superstiziosi per ricongiungere due coniugi. Maria aveva consigliato di mettere degli escrementi nel confine della porta per fare in modo di allontanare un uomo che non doveva più recarsi in quella casa, perché, calpestandoli, non sarebbe più andato li. Nel 1735, una certa Anna Maria Iddau viene accusata di aver consigliato di mettere, la prima notte di agosto, tre grani di sale sulla porta che sarebbero serviti all’interessata a per sapere se in futuro l’avrebbero presa i morti. Nel 1734 Teresa Murru denuncia Maria Cosseddu per aver usato rimedi superstiziosi per ricongiungere due coniugi e per propiziare la ricerca di lavoro.

La Cosseddu gli aveva procurato un involto da interrare sotto il confine della porta di casa dove passava il detto patrono ma Teresa non era riuscita a portare a termine l’operazione perché aveva tentato una notte, quella di San Pietro o della Maddalena, nella quale c’era troppa gente in giro per la città. Chiavi di porta venivano usate nelle fatture per esempio associate al un cuore di animali che veniva trapassato, legato e involto con dello spago. La stessa donna viene accusata di aver proposto a Bartolomeo Antioco Otgianu, fabbro, un rimedio per riacquistare la libertà. Bartolomeo incontra Maria ad Alghero, nella chiesa cattedrale dove si trovava rifugiato da tre anni per un delitto di furto che gli era stato imputato ingiustamente. Maria gli aveva offerto in quell’occasione un rimedio per riacquistare la libertà, gli aveva detto di entrare nel cimitero della cattedrale dove vi erano sepolte alcune persone morte “de muerte violenta”, di prendere la terra dove si trovava uno di questi cadaveri, e di metterla, o di farla mettere da qualcuno di suo fiducia, vicino alla porta della persona che lo accusava.

Le porte di Chiese e Conventi essendo benedette venivano usate per le guarigioni. Baingio Piaguesu, di Ozieri, cerca di procurarsi legna della porta del convento per porre rimedio all’infermità di donna Caterina Sotgiu Satta, colpita da mal de ojo per il quale rischiava di morire. Porte come confini, da cui lasciar passare, lasciare andare via le anime e farle tornare, porte come passaggi di vita e morte, di speranze e di sentimenti, porte magiche. 


Alessandra Derriu

Archivista e storica. Laureata in Conservazione dei Beni Culturali, Università degli Studi di Sassari, specializzata a Roma alla Scuola di Archivistica dell’Archivio Segreto Vaticano e presso la Scuola di Archivistica dell’Archivio di Stato di Cagliari. Autrice di: ‘Il tribunale dell’Inquisizione di Alghero. Storie di donne e di uomini attraverso documenti inediti del XVIII secolo’, 2015.  Magia e stregoneria dal Logudoro alla Barbagia. Le denunce dell’Inquisizione vescovile settecentesca nella diocesi di Alghero’, 2016. ‘Maura, l’indovina di Orotelli. Streghe nella Sardegna del ‘700’, 2018. 'L'eredità di Angela. Magia e stregoneria in Sardegna tra '800 e '900', 2020.

(Foto © Studio 5 Alghero Fabio Sanna)