Faceva abbastanza caldo, quel pomeriggio. L'estate si faceva sentire, così come l'umidità che aggrediva la pelle quando questa non veniva accarezzata dal maestrale. Avevo lasciato Cagliari di prima mattina, percorso la 131, lasciandomi alle spalle quella sensazione di leggera oziosità, la stessa che mi convinceva a trattenersi a letto, qualche istante in più. Ci vollero diverse ore per raggiungere la mia destinazione.

Tutto mi distraeva, tutto meritava una sosta. Erano anni che mancavo dalla Sardegna e ora la riassaporavo con fare nuovo, come fosse la prima volta che lentisco e timo solleticassero il mio naso riaccendendo ricordi d'infanzia.
C'era il profumo del ginepro, speziato e fresco, il sapore leggero del fiore di borragine e il delicato retrogusto del castagno che sfioriva con fare elegante.
Pensavo di trattenermi un po', utilizzando quella città dalle mura bianche e austere come punto di partenza e ritorno. La brezza della sera, a Cagliari, aveva tutto un altro sapore.
Per la prima tappa, però, volevo lasciarmi circondare dall'azzurro limpido del lago, perdermi nelle sue storie e leggende, nelle vie strette dei paesi che vi si specchiavano. Non era un vero e proprio lago, sia chiaro. In Sardegna, escluso Baratz, non esistono laghi naturali. Dighe che diventano specchi d'acqua, pronti a raccontare una storia. 

Sorradile, Zuri e Bidonì avrebbero accolto i miei passi che risuanavano forti d'attesa, desiderosi di scoprire e il lago Omodeo, per occhi ansiosi di riempirsi di sapere, era il luogo ideale.
Fu Angelo Omodeo, l'ingegnere che curò la progettazione della prima diga, nei pressi di Ula Tirso, a dare il nome a quel lago che per anni detenne il primato di invaso più grande d'Europa. Il progetto era ambizioso e comprendeva anche la bonifica della Pianura di Oristano. Tutto iniziò nel 1918 con la costruzione della diga di Santa Chiara che coinvolse ben 16mila operai. La diga situata nel territorio di Busachi, venne realizzata tra il 1982 e il 1997 e, intitolata alla giudicessa Eleonora d'Arborea, sbarró il fiume Tirso, dando al lago la forma attuale.
Altopiani basaltici e montagne austere, una storia che si fa conoscere senza fatica attraversando le epoche, dalla preistoria al contemporaneo, in un continuum che esalta. Ci sarei voluto andare in un periodo di secca, quando l'acqua si ritira per svelare i nuraghi, sommersi dal bacino.
Non furono solo i baluardi dell'età nuragica a venir sacrificati e la foresta tropicale fossile miocenica, che finì sott'acqua. Ci fu anche un intero paese, Zuri, insieme alla sua chiesa, gioiello di architettura romanica, a venir smontato e ricostruito a monte, pezzo per pezzo tra il 1922 e il 1923.


La chiesa di San Pietro di Zuri, trachite rossa proveniente dalle cave di Bidonì, racconta la sua storia, iniziata nel 1291, con l'epigrafe in facciata che celebra il maestro Anselmo da Como e la committente, la badessa Sardinia de Lacon.
Planta pedis, meridiane e altri simboli ricordano di passaggi, pellegrinaggi e committenze. Passai diverso tempo all'esterno, mentre il sole del pomeriggio illuminava le incisioni sulla pietra, prima di varcare la soglia. Venni travolto, quasi senza che me ne accorgessi, da una piccola furia dagli occhi vispi e scurissimi e i capelli argento raccolti in una piccola crocchia alta, fermata da forcine scure. "La vede questa?- mi disse senza togliermi gli occhi di dosso- questa è l'impronta della mano insanguinata di Valore de Ligia, ucciso insieme a suo figlio, in questo luogo sacro!".
Rimasi un attimo fermo prima che il mio sguardo si poggiasse sulle macchie nere della colonna a destra dell'altare, affianco a una nicchia. Avevo quasi scordato quel particolare intreccio di storia, leggende e cose dette e sussurrate, quasi con la paura che qualcuno, spia indiscreta di chissà quale epoca, potesse scoprire. La Sardegna era per me, in tal senso, una sublime delizia ed ero certo che nelle giornate seguenti sarei stato invaso piiù e più volte da quel fiume di notizie a tratti sfumate e a tratti certe dove spesso storia e leggenda fanno capo alla stessa matassa. I passi di Valore de Ligia nelle vicende sarde, sono reali. Era il 17 luglio 1416 quando Valore, dopo aver tradito il Regno di Arborea tornò in Sardegna, forte del titolo di feudatario del quale venne insignito dagli aragonesi, per riscuotere le terre che gli spettavano. Ad attendere lui e il figlio Bernardo furono però cavalieri e popolani che gli davano la caccia, dopo la condanna a morte sancita dal Giudicato. Confidando nel diritto d'asilo, si rifugiò all'interno della chiesa, correndo in quella che allora era la sagrestia. Venne però raggiunto e trucidato, insieme al figlio. Le impronte delle loro mani, insanguinate, si impressero secondo la leggenda sulla pietra, come a voler dare un ammonimento ("iscramentu") a coloro che avessero deciso di seguire la stessa strada. Si dice anche che, inseguito, l'impronta venne scalpellata ( e vedevo ancora i colpi, nella pietra subito sotto la colonna), per non suggestionare troppo i fedeli delle epoche suggestive. Mentre mi perdevo nel racconto dell'anziana, immaginandola come una sorta di marinaio maledetto di Coleridge, pronto a raccontare a chiunque la storia, gli occhi aguzzi mi riportarono alla realtà. "Ha capito, signò? Nessun luogo è sicuro se si tradisce la fiducia!" E se ne andò, lasciandomi lì, affianco alla macchia nera. Sarebbe stata la scia di sangue e di persecuzione ad accompagnarmi ancora domani per la seconda tappa del mio viaggio, a Bidonì, paese delle streghe. Ma allora volevo lasciarmi cullare dalla brezza dolce del lago, perdendomi con lo sguardo in quello che poteva essere il paese prima dell'arrivo del lago, prima di venir smontato e ricostruito, ai tempi dei Giudicati e degli aragonesi. Chiudere gli occhi, e lasciarmi così trascinare dai pensieri.

https://www.google.com/maps/d/edit?mid=zHLPdvajVDlc.ki12BbvdImuI&usp=sharing

 

 

 Mario Terocs