La gente arriva a Su Gologone con le taniche vuote e riparte con i bagagliai delle auto straripanti di scorte d’acqua. In una terra che è stata a lungo arsa per la siccità, questa sorgente non ha mai smesso di pompare i suoi trecento litri al secondo di acqua purissima: l’acqua del Supramonte, alla costante temperatura di undici gradi centigradi, dolcissima e pura come nessun’altra nella zona. I comuni limitrofi se la litigano: tutti vorrebbero vederla scorrere dai rubinetti delle proprie case. Gli assessori si battono in consiglio per portarla alle loro comunità, o per conservare il privilegio di averla. La stampa si interessa e dà risalto all’argomento. Qui di seguito gli stralci di un articolo apparso sul quotidiano «La Nuova Sardegna» del 27 agosto 2008, Liscia, gasata o …Su Gologone: “Per gli olianesi che erano convinti di scegliere quest’ultima soluzione nel bere un bicchiere d’acqua dal proprio rubinetto c’è ora una quarta e inaspettata opzione: abbanoa (acqua nuova), a detta di molti con un sapore e una colorazione che, rimanendo in tema pubblicitario, non ti aspetti. Il mixage dell’acqua nessuno se lo aspettava. Ed è per questo che non va giù a molti cittadini di Oliena.

Alcuni si sono convinti che si tratti di un progetto predisposto da tempo per somministrare loro l’acqua di Olai […]. I commenti degli olianesi sono diventati polemiche e proteste…sulla qualità dell’acqua che scende ancora dei rubinetti delle case: a detta di molti abitanti non sarebbe quella che dovrebbe scendere, vale a dire l’acqua delle sorgenti di SuGologone senza nessuna aggunta […] una nota della locale sezione sardista senza mezzi termini ha accusato gli attuali amministratori, sindaco in testa, di non aver fatto e di non fare qualcosa per fermare una operazione che se dovesse andare in porto potrebbe creare qualche problema di ordine pubblico.”

Qualcosa di analogo è accaduto anche a Dorgali dove, nel dicembre 2008,un assessore comunale, presa a cuore la causa, ha presentato in consiglio comunale un’interrogazione per chiedere conto della provenienza dell’acqua che scorre nelle tubature del paese. Secondo il politico locale, infatti, quella erogata dall’ente preposto non proviene dalle fonti di Su Gologone – la cui acqua. “Ha delle caratteristiche chimiche che poco hanno da invidiare a quelle imbottigliate” – ma dalla famigerata diga di Olai. Il disappunto dei dorgalesi era inoltre acuito dal dettaglio, non certo irrilevante, che “ad Oliena, l’amministrazione ha chiesto e ottenuto […] che l’acqua dei propri rubinetti sia quella di Su Gologone”.

Insomma, ad avere quest’acqua ci tengono tutti parecchio, e non sia mai che venga concessa agli olianesi e non ai dorgalesi, o viceversa!

Quello che si è capito chiaramente è che l’acqua di Olai non deve essere un granché, mentre con quella del Gologone ci si può rifare la bocca dopo aver mangiato una tartina al caviale e bevuto un bicchiere di champagne.

Raggiungere le fonti è piuttosto semplice. Uscite da Oliena, dove sono certo vi sarete fermati a provare,come vi ho consigliato, il Nepente, il pane guttiau e il porcetto, e prendete la strada per Dorgali. Dopo circa otto chilometri troverete le indicazioni per la sorgente. Arrivati nella zona, dovrete lasciare l’auto in un piazzale e da qui proseguire a piedi. Una piacevole passeggiata di circa dieci minuti e sarete davanti alle più grandi, più importanti e più famose fonti carsiche della Sardegna. Vi stupirete davanti all’impressionante massa d’acqua, di un blu esagerato, che esplode dal granito rinfrescandovi gli occhi alla sola vista. Questa è solo la parte terminale di un vasto sistema carsico che raccoglie le acque dei Supramonti di Oliena, Orgosolo e Dorgali, e che comprende, tra le altre, le famose grotte di Sa Oche e Su Bentu. Quest’ultima, il cui nome tradotto significa “la voce”, è chiamata così perché, quando nei periodi di piogge abbondanti raccoglie troppa acqua, la forte pressione spinge l’aria all’esterno provocando tuoni udibili in tutta la valle. Gli studiosi ritengono che questo fenomeno, presso le antiche popolazioni della zona, fosse il centro di alcuni riti propiziatori legati al culto delle acque che si celebravano proprio all’interno della grotta.

Sa Oche è composta da tre laghi. I primi due sono piuttosto lunghi, mentre l’ultimo, più piccolo, contiene il sifone di raccordo con la cavità di Su Bentu.

Secondo gli speleologi, lungo questo complesso di grotte scorre il fiume sotterraneo che alimenta le fonti di Su Gologone. Quindi l’acqua risorge spaccando la roccia, si riversa nel laghetto, passa al torrente che sfocia nel Cedrino e Panta Rei.

Sulla base dell’esperienza, a tutt’oggi, gli specialisti possono solo ipotizzare l’architettura che unisce le varie grotte, anche se, a partire dagli anni Sessanta, sono in molti ad aver provato a esplorare Su Gologone. Le prime profondità rilevanti (quaranta, cinquanta metri) si raggiunsero agli inizi degli anni Ottanta, quando la cavità cominciò a essere conosciuta dai più esperti speleosub tedeschi, inglesi e francesi. Nel 1982, Patrick Plenez e Francis Le Guen si spinsero fino a settanta metri, credendo di aver raggiunto il massimo punto esplorabile. Furono smentiti sette anni dopo dal collega Olivier Isler che aggiunse altri dieci metri al loro primato. Ammaliato dalle acque cristalline, lo speleosub svizzero decise di riprovarci dopo pochi mesi e, con la collaborazione di Patrick Jolivet, si migliorò di ben altri ventiquattro metri. Ostinato, nel 1992 tentò di battere anche questo nuovo record, ma una piena imprevista e un improvviso incidente tolsero la vita a Jacques Brasey, grande amico di Isler coinvolto nell’impresa, che venne dunque abbandonata. Dopo quattro anni di silenzio, il famoso speleo sub decise di tornare a Su Gologone per terminare ciò che aveva cominciato e per commemorare l’amico perduto. Niente da fare: una fitta serie di temporali impedì il ciclo di immersioni.

Nell’ottobre del 1997, a nove anni dalla sua prima spedizione nelle fauci di cobalto, Olivier Isler è finalmente giunto alla resa dei conti con quella che ancora oggi considera una delle più belle sorgenti del mondo. Assistito da sette professionisti, ha raggiunto centosette metri di profondità, oltre i quali una lunga fenditura, troppo stretta per essere attraversata con le bombole, gli ha impedito di andare.

Non so se tra voi lettori qualcuno ambisca a tanto. Personalmente, ve lo sconsiglio. A prescindere dal rischio, sempre calcolato ma mai calcolabile, con l’acqua gelida del Gologone non c’è muta che tenga. Meglio fare le cose facili: come bere un bicchier d’acqua, si dice.

Ecco, se la prima delle 101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita è bere al nasone, bere al Gologone è tutta un’altra storia. Quindi, già che siete lì, tra queste fonti che sono un po’ l’Elena di Troia del Supramonte, approfittatene: fate scorta di quell’acqua pregiata e ogni volta che la assaggerete avrete in bocca il sapore della contesa.

Ah, mi raccomando: se capitate dalle parti della diga di Olai, state lontani dai rubinetti.

 

Da “101 cose da fare in Sardegna almeno una volta nella vita” di Gianmichele Lisai