Quello che altrove si è perso in Sardegna resiste, radicato nella vita delle comunità. Il sacro e il profano si mescolano. Echi di riti ancestrali, di culti pagani dispersi nell'ardore cristiano di marca spagnola. E le mille tetre leggende che ancora qualche anziano racconta vicino a su fochile.

 

JANAS: le piccole fate delle rocce

Chi erano Sono descritte come una specie di piccolissime fate che vivevano in buchi scavati nelle rocce (le cosiddette domus de janas). Uscivano solo di notte, affinché i raggi del sole non rovinassero la loro candida pelle. Quando, nelle notti senza luna, si spostavano per andare a pregare presso i templi nuragici, erano costrette a percorrere sentieri ripidi e ricoperti di rovi. Per evitare le spine, le janas diventavano luminose: questo chiarore segnalava la loro presenza.

Cosa facevano Erano specializzate in ogni tipo di lavoro domestico: tessevano splendide stoffe e preparavano un pane più leggero dell'ostia. Secondo la leggenda, possedevano telai d'oro, setacci per la farina fatti d'argento. Ma non solo: esse custodivano un immenso tesoro, fatto di oro, perle, diamanti. A difesa di queste ricchezze erano poste le cosiddette muscas maceddas, orribili creature con testa di pecora, un occhio solo al centro della fronte, denti aguzzi, ali corte e, sulla coda, un pungiglione velenoso. Le muscas si trovavano nascoste dentro una cassa, mischiata a tante altre contenenti il tesoro. Poiché nessuno osava rischiare di aprire la cassa sbagliata, liberando così i terribili insetti, il tesoro da sempre era e rimaneva di proprietà delle janas.

Curiosità • Le janas accompagnavano il loro lavoro con un bellissimo canto: la melodia si spandeva nell'aria e nelle notti silenziose dava conforto ai viandanti solitari. • Le tombe preistoriche, scavate nella roccia 5-6000 anni fa, diffusissime in Sardegna, sono chiamate domus de janas (case delle janas)

Testi di Grazia Villani 

SÙRBILES: le donne vampiro

Chi erano Le sùrbiles erano donne-vampiro che sorbivano, succhiavano il sangue dei neonati, specialmente se non ancora battezzati. Si credeva che diventasse una sùrbile la settima di sette figlie femmine.

Cosa facevano Ungendosi con oli vegetali, le sùrbiles erano capaci di trasformarsi in specie di mosche e penetrare nelle camere dei neonati attraverso il buco della serratura. Agivano col buio, fra la mezzanotte e le tre. Per evitare che entrassero nelle stanze, si utilizzavano come amuleti degli oggetti ben precisi: ad esempio una scopa, che però doveva essere posta con le chiome all'insù, oppure un mazzo di foglie d'issopo ed arancio, da appendere sul muro. Ancora, sortivano lo stesso effetto un paio di scarpe collocate a capo del letto, che dovevano essere abbinate ad un fazzoletto da testa messo ai piedi dello stesso. In alcune zone si usava invece appendere dietro la porta un treppiede, di quelli usati per poggiare la pentola sul fuoco, o sistemare a rovescio un cappuccetto o un giubbettino sulla testata del letto. Ancora, c'è chi sistemava oggetti dentati (forconi, pettini) sulla porta d'ingresso della camera: così, le sùrbiles si sarebbero fermate a contarne i denti, ma, poiché non conoscevano i numeri oltre il tre, ogni volta avrebbero dovuto iniziare daccapo. Finché, giunte le tre di notte, sarebbero state costrette a scappare.

Curiosità • Spesso le sùrbiles venivano identificate con le streghe e chiamate cogas. Erano allora raffigurate come donne brutte e vecchie che si spostavano a cavallo di una scopa. • Si diceva che potessero trasformarsi in gatti e deponessero il sangue dei neonati nella cenere calda del focolare, dove si trasformava in sanguinaccio, il loro cibo preferito. • Per spostarsi, usavano una formula magica, che diceva: Folla a suba de folla, tres oras andai e tres oras a torrai (Foglia su foglia, tre ore per andare e tre ore per tornare). • Contro le streghe veniva pregato San Sisinnio, l'unico che fosse in grado di neutralizzarne il potere.

Testi di Grazia Villani  

PANAS: gli spiriti delle donne morte nel parto

Chi erano Erano donne morte di parto che tornavano temporaneamente fra i mortali con le stesse sembianze che avevano da vive. Essendo morte in un momento particolare della loro esistenza (considerato "impuro"), erano condannate a lavare i panni della loro creatura per un tempo che variava dai due ai sette anni.

Come agivano Le panas potevano essere scorte lungo i ruscelli posti ai crocevia, fra l'una e le tre del mattino, mentre lavavano e cantavano una tristissima ninna-nanna. La loro condanna implicava l'assoluto divieto di parlare o di interrompere il lavoro: se questo accadeva, esse dovevano ricominciare daccapo il tempo della penitenza. Pertanto, se venivano disturbate da qualcuno mentre erano intente a lavare, le panas si vendicavano spruzzandogli addosso acqua, che però bruciava come fuoco.

Curiosità • In Gallura le donne morte di parto prendevano il nome di "paltuggiane". • Spesso le macchie sul viso, soprattutto di giovani donne, venivano spiegate come una vendetta delle panas disturbate.

Testi di Grazia Villani

LUXIA RABIOSA: la donna pietrificata

Chi era Era una donna tanto ricca quanto avara, che possedeva terre e campi di grano di cui era estremamente gelosa. Per questa sua avarizia fu punita da Dio, che trasformò in pietra lei ed anche gli oggetti che la riguardavano. Ancora oggi, infatti, è possibile vedere nell'isola strane rocce dalle forme più bizzarre; si tratta dei cavalli, dei pani, degli attrezzi di lavoro di Luxìa.

Cosa rappresenta E' evidente il legame con Demetra, la dea greca del grano e dei raccolti. Disperata per la perdita della figlia Persefone, rapita da Ade, il dio dell'oltretomba, secondo alcuni autori si rifugiò in una grotta buia, e, pietrificata dal dolore, si rifiutò di risalire sull'Olimpo: a causa della sua assenza, la terra non produsse più frutti, le messi non maturarono, gli alberi inaridirono. La dea divenne una delle Erinni, spiriti della vendetta, finché, purificata nel fiume Ladone, assunse il nome di Lusìa. Zeus, commosso dal suo dolore, ordinò di restituirle la figlia; ma Ade, prima di liberare Persefone, le fece mangiare i chicchi di una melagrana, costringendola a tornare da lui per quattro mesi l'anno. Pertanto, durante il periodo in cui la figlia stava con lei, Demetra era felice e faceva fiorire e fruttare la terra; gli altri quattro mesi erano d'inverno.

Curiosità • Nel territorio di Siris si trova una pietra che viene chiamata su procu de Luxìa Arrabiosa (il porco di Luxia Arrabiosa). • A Pompu vi sono delle pietre dette su pèi de su bòi, sa tùrra e sa cullèra, (il piede del bue, il mestolo, il cucchiaio): gli oggetti di Luxìa Arrabiosa. foto: si dice che certe rocce siano Luxia pietrificata...

(A. Salvai)

SA FILONZANA Attenti! Attenti! Arriva sa filonzana

Chi era è la Parca sarda. In mano tiene il fuso e fila in continuazione un filo sottile. E' il filo del nostro destino e lei lo conosce, è nelle sue mani. Veste di nero e ha una gobba tanto pronunciata che quasi la spezza in due. Ha il volto coperto da una maschera orribile, cattiva e ambigua.

Cosa fa Fila di continuo e quello che tutti temono è il filo che tiene fra le mani, temono che si spezzi. La gente ha paura di lei e la rispetta ma non la gradisce; ha infatti una gran brutta fama, anche se nessuno sa da dove derivi. La notte dei tempi, forse, l'ha vista nascere ma i racconti popolari non ne hanno conservato l'origine. Sa filonzana è una maschera tipica del carnevale sardo: spesso compare alla fine della sfilata, quasi un monito dopo la baldoria tipica della festa. Curiosità • Alcuni dicono che la figura un po' macabra de sa filonzana, accompagnasse i ragazzi a fare una sorta di questua nella notte di capodanno; ogni porta del paese doveva spalancarsi e regalare frutta secca e dolciumi. La presenza della "filatrice" doveva assicurare una buona riuscita della questua. Ma per chi non si dimostrava generoso, era inevitabile sentirsi rivolgere frasi o proverbi tradizionali di malaugurio.

Sa Filonzana, di Elisa Careddu