La cantastorie effervescente Marta Cicilloni e il romanzo Le nostre tracce

La cantastorie effervescente Marta Cicilloni e il romanzo Le nostre tracce

Accorrete lettori, c’è un romanzo da leggere! Inchiniamoci al fascino della penna istintiva e coinvolgente di Marta Cicilloni e al suo “Le nostre tracce”.

E’ d’obbligo lasciare un pegno nel suo cappello da Cantastorie effervescente, voi che ascoltate lo strimpellio di termini e lemmi inequivocabili: una piccola tassa da salariare per aver squarciato un sorriso dai vostri volti, un fremito dai vostri cuori. Tempi duri per i sognatori in questo universo che ha sempre confuso chi realizza desideri con chi semina illusioni.

Dopo aver letto l’ultima pagina, i proiettori si sono spenti, i seggiolini muti, ripiegati e impolverati. E’ tutto un dolere di cuori dopo aver convissuto con i protagonisti del libro, Tommaso e Vittoria, il mondo è rotolato nel cadavere di sé stesso, sul freddo teatrino letale del Sentimento Nobile soltanto sfiorato.

Mi sposto brevemente alla quarta di copertina:

“Tommaso è un giovane brillante che ha lasciato l'Italia per cercare fortuna in una Londra che promette tutto ma sembra mantenere poco. Vittoria, invece, è rimasta nella stessa città del Sud in cui entrambi hanno frequentato il liceo, e la sua routine si divide tra affetti fragili, ambizioni accese e una vita che le chiede ogni giorno qualcosa in più. Quando si ritrovano dopo anni, non sono solo i ricordi dei tempi in cui erano compagni di scuola a unirli, ma una connessione alla quale nessuno dei due potrà sottrarsi. Inizia così un legame incerto e magnetico, fatto di attrazioni irrisolte, fughe emotive e ritorni sempre più complessi. Londra e l'Italia diventano palcoscenico di un tira e molla in cui amore e paura danzano senza tregua, mentre i due cercano di diventare adulti senza perdere la propria verità. ‘Le nostre tracce’ è un romanzo sulle distanze - geografiche, emotive, temporali - e sulle cicatrici che lasciano. Ma è anche un invito ad abbracciare la vulnerabilità: una storia che parla di seconde possibilità, di scelte difficili e della forza di lasciarsi finalmente trovare”.

Un dato eloquente: Marta Cicilloni ha fatto carezzare l’amore trasversalmente all’intimità dei silenzi, agli spazi emozionali.

Beh, dovete sapere che la penna della scrittrice è peregrina e coinvolge. E le luci del palcoscenico narrativo sono la luna e le altre stelle: che si rassegnino coloro che hanno vissuto di aridità mentale.

I sognatori continueranno a credere nell’amore, tenendosi per mano, come hanno fatto i protagonisti del libro pur vivendo, certifica Google, a quasi duemila chilometri di distanza.

Hanno vissuto non solo di illusioni ma hanno bramato realizzare passioni irrefrenabili e anche se hanno nascosto l’orizzonte dalla certezza, nemmeno una speranza di utopia si è arresa.

A Marta il grande merito di averlo dimostrato in tutto il tragitto narrativo costellandolo di tasselli infiniti.

La lontananza raccontata tra Londra e una Cagliari mai menzionata è veramente poca cosa rispetto alle distanze emotive dei personaggi prodotte sostanzialmente dai timori per il domani. Oblio, negazione, mezze frasi e le canzoni dietro a cui entrambi i protagonisti si eclissano, fanno parte del mosaico d’insieme.

Tutta la bellezza della trama è l’analisi sull’amore, la carestia dell’anima e l’opportunità di ricondurre la respirazione degli interpreti, verso concetti elusi.

Niente persuasioni, l’amore è solo un atto di fiducia che si occulta nel domani da vivere.

I sognatori vagheggiano, è il loro mestiere. Con “Le nostre tracce” potrebbero rinverdire il concetto di appartenenza a questa categoria ancestrale. Marta Cicilloni alimenta la dimensione dei vagheggi facendoli diventare incrollabili, prodotti di altissima magia, riappaiono all’improvviso ogni volta che l’amore fra Tommaso e Vittoria sia lì per affiorare ma non c’è calamita che li possa coadiuvare.

La più proficua arte del narrare germoglia dalla sofferenza, tanto che rende i protagonisti maestri nel ricucire lo sfilacciamento del loro divenire.

In una recente intervista di Mariazzurra Lai, la scrittrice ha affermato:

Ai silenzi e ai non detti dei due protagonisti ho voluto dare, paradossalmente, una profondità, una dimensione realistica e reale che probabilmente ho vissuto spesso. Lavorare nella comunicazione mi porta a dire che il confronto è l’unica risorsa possibile per crescere come persone e nelle relazioni di qualsiasi genere, ma nei rapporti più stretti e intimi spesso sono invece i silenzi quelli più tangibili, anch’essi ricchi in egual modo di significato. Se non sapevo dove mi avrebbe portata questa storia, una cosa invece l’avevo chiara: chi fossero i protagonisti. Ne ho seguito facilmente i percorsi mentali, i caratteri diversi, i punti di forza e quelli di debolezza. A volte, sia Vittoria che Tommaso, così come i loro amici, mi somigliano, in altri casi mi sono divertita a farli ragionare, agire e sentire in modo diametralmente opposto al mio”.

Docile, balsamica, candida e graziosa come un bouquet di orchidee e allergica alle regole, alle emozioni blindate, la scrittura di Marta è una fresca brezza improvvisa, è impertinente quando viaggia nei meandri dell’intimità, dissidente sulla cresta di un’onda battente ma libera nello spazio che le appartiene.

L’amore per esser enunciato, necessità di passare attraverso degli episodi e relative coincidenze che si possono considerare sfortunate, esamina la sofferenza e, la disperazione è così proiettata in una dimensione pessimistica.

Tommaso e Vittoria, hanno soppesato tutto e il contrario di tutto. Cercano nella vita e si lasciano trovare, pretendono e insistono o accettano e accolgono. Amano attraverso le parole a distanza senza sentirsi amati e non si scomodano per chi non li ama. Piuttosto patiscono nel loro silenzio interiore restituendo voce solo al loro sentire narrativo creato dall’autrice. Cantano il sangue e l’aria: ma la verità è che la vita riempie di botte alla cieca e l’unica cosa che conta è restare in piedi.

Marta Cicilloni una Cantastorie senza chitarra, un po’ ciarlatana, incide il silenzio facendolo diventare universale, rimanendo fedele agli ideali, ai valori, al sentimento puro del suo vissuto personale.

“Le nostre tracce” ha questa strada di salvezza. Una è la trascendenza, la spiritualità, la tregua tra corpo e anima. Un poco di sollievo gli viene dalla musica, ed è così che diventa menestrello quando usa melodie intense di sottofondo per cantare i propri tormenti interiori. Il vero balsamo poi, sono le immensità che si celano nella natura: il cielo, il mare, la grigia metropoli londinese, l’orizzonte con i suoi colori. Sono gli strumenti della filarmonica che danno voce alla sinfonia della trama.

Ai lettori, il compito di accertare la cosa più complessa che riesce a questo libro: quella di farsi apprezzare. Quando lo fa, quando fa percepire il Sentimento vero, dà tutto sé stesso. E lo vive con tale intensità che come nel pieno di un uragano, non si riesce a trovare appiglio e ci si lascia trasportare dalla tempesta.

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