Negli ultimi tempi si sente spesso parlare di archeologica sperimentale, quasi fosse la tendenza del momento. Le definizioni sono molte e fantasiose. L’Archeologia sperimentale, piace ricordarlo, è una disciplina sussidiaria della scienza archeologica tradizionale che studia - attraverso l’esperimento (nel senso scientifico-galileiano del termine) - i processi che sottendono alla creazione e modificazione di un manufatto. Ritenere perciò una “prova empirica” il radersi con una scheggia di ossidiana piuttosto che con una replica di un rasoio romano di bronzo, è a dir poco esilarante. Al contempo, la mera replica di scenari del passato attraverso installazioni fisiche, appare quantomeno riduttivo.

Ciò non toglie che la spettacolarizzazione dell’archeologia sia possibile, a patto che vengano rispettati sicuri dettami.
L’estremo interesse suscitato dallo studio di questa disciplina e l’approfondimento delle suddette tematiche, ha portato alla costituzione in Sardegna, ad Ardauli (OR), di una sede del network nazionale Paleoworking che da anni si occupa di divulgazione e ricerca attraverso la sperimentazione archeologica.

Paleoworking Sardegna, attiva dal 2005, è nata con l’intento di coniugare questi aspetti con la valorizzazione delle radici culturali dell’isola, con particolare attenzione al territorio del Barigadu, attraverso progetti di ricerca incentrati sull’archeologia sperimentale e la creazione di circuiti virtuosi che includano in essi ogni possibile risorsa, dall’ingente patrimonio archeologico a quello storico-etnografico, nonché ambientale.

Per quanto concerne i progetti sperimentali, svariati gli studi compiuti finora dal team sardo del Paleoworking sul materiale litico rinvenuto nel sito preistorico di S. Vittoria di Neoneli, all’interno dell’Oasi faunistica di Assai. L’industria in questione, di cui fanno parte numerose punte di freccia e raschiatoi con evidenti tracce di ritocco, è stata presa in esame da un punto di vista funzionale; ovvero alcuni di questi reperti sono stati fedelmente replicati, immanicati in aste di freccia e scagliati, in diverse sessioni di sperimentazione, su carcasse di selvaggina per comparare le fratture risultanti. In questo modo è stato possibile attribuire all’impatto la maggior parte delle tracce presenti. I dati raccolti suggeriscono un’ipotetica interpretazione del sito, identificabile come accampamento temporaneo di cacciatori in cui veniva operato il depezzamento primario della selvaggina abbattuta con arco e frecce, per agevolarne il trasporto verso il villaggio. La morfologia del territorio, alcune considerazioni legate alla dinamica venatoria e la sua ubicazione, in un’area ancora oggi ricca di fauna ungulata autoctona, potrebbero suffragare questa ipotesi.

A ciò si aggiungano le attività di ricerca inerenti le metodologie di produzione dell’olio di lentisco. Il lentischio (Pistacia lentiscus) è un arbusto sempreverde dall'intenso profumo resinoso e aromatico, tipico della macchia mediterranea, molto diffuso in Sardegna dalla pianura alle zone montuose. Le foglie, ricche di tannino, venivano utilizzate per la concia delle pelli, mentre il legno, ottimo da ardere, veniva usato per produrre carbone vegetale. Dai frutti si ricava un olio, usato un tempo principalmente per l’illuminazione, per la cura delle ferite del bestiame e, nelle tavole dei poveri, per uso alimentare.

L’argomento è stato affrontato in maniera multidisciplinare; attraverso varie campagne di indagine etnografica sul campo, studi bibliografici e d’archivio, si è riusciti a fissarne le diverse fasi operative. Successivamente, ricerche sperimentali sulle tecniche di produzione hanno permesso di riproporre le stesse e di definire le caratteristiche ottimali della strumentazione da utilizzare. Di ciascun metodo produttivo testato ne è stato documentato il processo operativo. Le informazioni acquisite con il procedimento sperimentale hanno consentito una più ampia interpretazione delle informazioni pubblicate finora.

Connessi agli studi sperimentali sull’arco preistorico - che il Paleoworking compie da anni nell’ambito di un progetto internazionale finalizzato alla ricostruzione dell’arco dell’Uomo dei ghiacci- sono, invece, quelli relativi alla lavorazione del lino e alla trasformazione della fibra, dal cui intreccio deriva pure la produzione di cordami.

Nel territorio del Barigadu, in cui particolarmente rinomato era il lino di Busachi, la semina - praticata ovunque in piccole quantità per sopperire agli usi domestici - avveniva in Ottobre o in Novembre, mentre la raccolta nel mese di Giugno. Questa fibra naturale, dalle proprietà paragonabili ai moderni filati sintetici di cui ci si serve oggi nel tiro con l'arco, era ampiamente utilizzata nella balistica interna dell’arco fin dalla preistoria.

I risultati ottenuti da questi progetti di ricerca vengono presentati ogni anno - oltre che in convegni, workshop e seminari informali - nell’ambito di un meeting di respiro internazionale: “Archeosperimentare in Sardegna” giunto oramai alla nona edizione e organizzato dal Paleoworking Sardegna in collaborazione con università ed enti sia pubblici sia privati.

Questa, come le altre azioni promosse in questi anni dall’associazione, oltre agli intenti scientifici, vuole portare all’attenzioni delle istituzioni - ancora troppo scettiche nei riguardi del turismo culturale - le possibilità di sviluppo economico offerte dall’interesse crescente per le tematiche legate alle tecnologie primitive.

Siamo fermamente convinti che la valorizzazione del turismo possa rappresentare - se supportata da una serie di azioni sinergiche - anche una possibilità per l'occupazione giovanile, uno strumento concreto e non demagogico, per contrastare lo spopolamento delle aree interne dell’isola.

Sappiamo tuttavia che l’azione di convincimento dei nostri amministratori e politici è ancora lunga, ma l’obiettivo è così importante che ogni fatica compiuta fino ad oggi è ben ripagata già solo dal fatto di essere riusciti a coinvolgere negli anni tante persone, esperti e non, che condividono con noi l’amore per l’archeologia e per il territorio, l’idea che una realtà “altra” è possibile.
Cinzia Loi

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