"Com’è stato possibile che proprio io, tra migliaia di altri i cui corpi sono stati combusti nei forni e le ceneri sparse sul terreno a concimare i campi, sia sopravvissuto?"

Questa è la domanda che ancora, a distanza di decenni, emerge violentemente fra i pensieri del Cav. Modesto Melis, militare sardo miracolosamente sopravvissuto alle assurde atrocità perpetrate dalle milizie naziste nei campi di concentramento e sterminio del Terzo Reich, al termine della II Guerra Mondiale.

 

     Modesto Melis, classe 1920 – residente a Carbonia (CI) ma originario di Gairo (OG) – è uno dei pochissimi sopravvissuti al Lager di Mauthausen che oggi, alla soglia dei 96 anni può ancora personalmente raccontare quelle drammatiche vicende. Ci tiene  a portare la sua testimonianza, a far conoscere la sua storia e la storia dell’Olocausto soprattutto alle future generazioni. Così, da tanti anni, porta avanti con dedizione questo alto impegno, non solo attraverso la sua attività fra le file dell’ANMIG (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra) in qualità di Presidente della Sez. di Carbonia, ma anche andando direttamente nelle scuole ad incontrare giovani e giovanissimi, insieme ai loro genitori e docenti che, immancabilmente, rimangono affascinati e stupiti dalla sua lucidità e dalla sua grande forza d’animo.

     <<In quelle giornate nel lagher, pur nella nebbia che mi ottenebrava la mente, ero sempre consapevole, in ogni attimo di quella parvenza d’esistenza, che la morte era sempre in agguato, pronta a cogliermi per un nonnulla. Anche quando strappavo dai mucchi di cadaveri quei poveri brandelli umani, sapevo che di lì a poco anch’io sarei potuto finire ad ingrossare quel macabro cumulo e, a quella fine che appariva ineluttabile, pensavo, non sarei sfuggito>>. Queste laceranti parole sono riportate nell’intenso libro, edito da Giampaolo Cirronis e curato dal bravissimo Giuseppe Mura, “L’animo degli offesi. Storia di Modesto Melis da Carbonia a Mauthausen e ritorno”, di cui suggerisco vivamente la lettura per poter, in qualche modo, provare almeno ad immaginare cosa può aver provato chi ha subito quell’atroce inferno senza riuscire mai più a varcarne i cancelli e, ancor di più, forse, cosa può aver dovuto doppiamente sopportare chi, dopo tutte quelle torture fisiche e psicologiche, ha dovuto convivere e sopravvivere a quei terribili ricordi, diventati dilanianti incubi, non solo notturni.

     Il Sig. Melis, nonostante questa difficilissima prova a cui lo ha sottoposto il destino, da buon sardo, ha una fibra forte e un carattere deciso e determinato. Quando ci sentiamo al telefono per l’intervista, inizialmente si schernisce, teme di non riuscire a ricordare bene gli avvenimenti, poi, invece, diventa “un fiume in piena”: mi racconta dell’emozionate periodo in cui, da militare, prestò servizio come paracadutista; dei mesi vissuti in modo rocambolesco in Toscana, quando, a seguito dei fatti conseguenti all’Armistizio, non potendo ritornare nella sua Sardegna, scelse di vivere in clandestinità piuttosto che arruolarsi nella Repubblica Sociale; infine, del lunghissimo anno vissuto da deportato nei Lager di Mauthausen[1] e di Gusen: episodi tremendi, da farmi gelare il sangue nelle vene, ma delineati col suo modo leggero, a tratti scherzoso, per stemperare i ricordi più devastanti ed attenuare anche la mia palpabile emozione nel raccogliere questa sua preziosa testimonianza.

     Cav. Melis, cosa ricorda della sua vita militare e del reparto in cui ha prestato servizio?

Nel febbraio del ’40, mentre lavoravo a Carbonia come aiutante meccanico ai montaggi del nuovo impianto della laveria che si stava costruendo, mi arrivò la “cartolina” per il servizio militare. Giusto il tempo di fare un salto al paese, Gairo, per salutare la famiglia, prendere poche cose e partire per la visita a Piacenza. Poi fui trasferito a Fiorenzuola dove arrivò la notizia che l’Italia era entrata in guerra insieme alla Germania. Il mio reparto di fanteria motorizzata venne destinato al fronte francese: sulle montagne c’era ancora la neve e noi eravamo “mezzo congelati” perché avevamo scarpe di tela con fasce e pezze da piedi anziché i calzettoni. Fortunatamente durò poco. Il nostro reparto rientrò in Italia, a Piacenza. Qui, un giorno venne un ufficiale dei parà in cerca di volontari per la costituzione del reggimento dei paracadutisti. Aveva dei moduli per chi voleva fare domanda. Le prospettive, come una paga più sostanziosa, erano interessanti e poi io ero giovane e volevo fare nuove esperienze, così, insieme ad altri cinque commilitoni firmai uno di quei moduli. Dopo poco tempo io e gli altri che avevano fatto la domanda venimmo convocati a Ferrara per la visita e delle prove specifiche. Dopo una settimana fui mandato a Tarquinia per iniziare il corso di addestramento per paracadutisti. Ho fatto 11 lanci e l’anno scorso, per festeggiare il mio 95° compleanno, ho fatto il dodicesimo lancio, dall’altezza di 4.000 metri (ndr: in tandem con l’istruttore del centro di paracadutismo Skydive di Serdiana, Valentino Deriu): bellissimo! Ad aprile di quest’anno mi piacerebbe farne un altro per spegnere le 96 candeline!

     Ricorda dove si trovava l’8 settembre del ‘43?

Il nostro battaglione era in Calabria, rientravamo dalla Sicilia, quando gli americani sbarcarono in Italia. Con l’armistizio ci sono stati tanti morti perché era stato diramato in ritardo. Molti non ci volevano neppure credere. Per noi, in quel momento, iniziò la guerra vera e propria.

     Dopo cosa successe?

In quel momento, i militari italiani si trovarono in situazioni critiche. Il Re e il Generale Badoglio avevano pensato a loro stessi e si erano messi in salvo, lasciando l’esercito allo sbando. A quel punto, c’era poca scelta: o entrare nella Repubblica Sociale e trovarci a combattere contro altri italiani o entrare a far parte delle formazioni partigiane che iniziavano a costituirsi, col rischio di essere arrestati dalle milizie fasciste, consegnati alla Gestapo e finire fucilati. In Sardegna non si poteva rientrare e io, non avevo più voglia di fare la guerra. Così, assieme ad un gruppetto di commilitoni abbiamo deciso di organizzarci per conto nostro. Per vivere “ci aggiustavamo usando le mani”, cioè si rubava qualcosa, tutta roba militare (camion, copertoni, benzina, ecc), e la si rivendeva per racimolare un po’ di soldi per poter mangiare. Spesso, quando c’era bisogno, aiutavano anche i contadini. Si contraccambiava come si poteva il loro aiuto nel nasconderci ogni tanto. La vita era dura per tutti.

     Poi, dopo alcuni mesi di vita rocambolesca in clandestinità, purtroppo, il 4 febbraio del '44, venne arrestato dai fascisti a Firenze e condotto prima nel carcere de “le Murate” e poi al Campo di Fossoli (MO), quindi a quello di Gries-Bolzano. Giusto?

Si, dopo un mese di isolamento al buio nel carcere di Firenze, ho fatto un periodo al campo di transito di Fossoli, vicino a Modena e poi nel carcere di Bolzano, dove “è cominciata la festa”! A forza di urla e bastonate ci hanno fatto radunare nel grande piazzale centrale, lì ci hanno fatto spogliare completamente, hanno attaccato gli idranti con l’acqua gelata  e ci hanno “lavato” – il getto era talmente forte che sentivamo sulla pelle come migliaia di punture di spillo (meno male che era luglio, altrimenti saremo morti assiderati!) – e poi rasato completamente. Ci bagnavano e facevano rimettere gli abiti senza farci asciugare, la mattina e la sera, prima e dopo il durissimo lavoro: dal dolore, le gambe e le braccia sembravano spezzarsi!

     Purtroppo, però, non era ancora finita! Dopo il carcere di Gries-Bolzano venne condotto a Mauthausen: cosa ricorda del suo arrivo al lager?

Dopo circa 15 giorni, ci portarono in un binario isolato dove ci aspettava il nostro treno, alcuni carri bestiame con i portelloni spalancati. E proprio come bestie ci fecero salire, accompagnati dalle bastonate. Non sapevamo ancora quale sarebbe stata la nostra destinazione. Il viaggio durò 3 giorni, senza che mai i portelloni fossero aperti, né per darci da mangiare o da bere, né per i bisogni corporali. Arrivammo la notte del 7 agosto del ’44, quando aprirono i portelloni abbiamo letto il cartellone: “Mauthausen”! Ci registrarono quella sera stessa. Ci fecero capire come muoverci e cosa fare sempre a suon di bastonate. Ci consegnarono la nostra “divisa”: un paio di pantaloni a righe bianche e azzurre verticali, una giacca, niente indumenti intimi, canottiere o altro, un berretto della stessa stoffa e un paio di zoccoli. Il numero di matricola che mi stamparono sul braccio era 82.441.

     Infine, il definitivo trasferimento a Gusen. Ricorda che incarico le fu assegnato?

Durante la “quarantena” a Mauthausen, quando ci interrogarono chiedendoci nome, cognome, provenienza e mestiere, quando venne il mio turno, fortunatamente, rispose per me il mio vicino di fila, un operaio della Breda, più o meno della mia età, montatore di locomotori ferroviari che aveva fatto il viaggio con me da Fossoli fino a Mauthausen. Indicandomi con la mano, disse: <<elettromeccanico, io e lui>>. Questa cosa, molto probabilmente, mi salvò la vita.

     Ricorda il nome di quell’operaio?

Purtroppo, no! Se fossi riuscito a ricordarlo, una volta libero, col tempo, avrei cercato di rintracciare la famiglia per raccontargli questa storia, i giorni trascorsi insieme. Purtroppo, poi lui fu messo in isolamento, ci parlavamo attraverso una finestra. Poi, visto che avevamo detto di essere elettromeccanici, ci hanno mandati insieme a lavorare nelle gallerie scavate nella montagna in cui si assemblavano gli aerei tedeschi. Lui morì quattro giorni dopo, investito da una parte di aereo smontato.

     Cosa vi davano da mangiare?

Eh, il mangiare … Una brodaglia preparata con non si sa cosa, una volta al giorno. Ma era quello che avevamo. Una tazza, senza cucchiaio, la dovevamo dividere in tre, facendo attenzione che con cadesse per terra. Purtroppo, con la stanchezza poteva capitare anche quello. Eravamo molto affamati e si scatenava una guerra anche tra giovani e anziani. È capitato anche di mangiare qualche rana o, in alcuni casi, anche dei topi: si prendeva un tubo, mettevamo il topo dentro e lo arrostivamo … le pochissime volte che ci è stato possibile, senza essere visti. Però, in quei casi, capitava che lo stomaco, non più abituato alla carne o a cibi un po’ sostanziosi, anche un uovo ti poteva provocare il vomito.

     Pensava mai alla sua famiglia, alla sua terra, la Sardegna?

Si, certo, ma anche se ci pensavo, sapevo che non potevo fare niente, non potevo scappare da lì e l’unico pensiero tornava a cercare di resistere, tenere duro per rimane vivo.

     Il 5 maggio del 1945 venne liberato dagli americani, cosa ricorda di quei momenti?

Mi ricordo i biscotti che mi hanno dato gli americani, arrivati con le jeep. Io mi trovavo insieme ad un russo. Scappammo a piedi verso la città di Linz per a cercare imbarco su un treno per rientrare in Italia e tornare a casa. Purtroppo, però, anche arrivati in Italia, non fu così semplice rientrare in Sardegna. Così mi ritrovai a fare la spola avanti, indietro per la Penisola, tra Bolzano e Napoli, finché, dopo tre mesi, finalmente, riuscii a trovare possibilità d’imbarco per Cagliari.

     Cavalier Melis, sono passati 71 anni, che ricordo ha oggi: le capita ancora di pensare a quel tragico periodo?

Ci penso tutti i giorni quando mi guardo i piedi perché ho i piedi congelati. Mi ero fatto delle  scarpe di compensato legate con lo spago, ma non sono servite a ripararmi dal freddo, così mi porto ancora dietro questo problema. Zoppico ancora!

     A metà settembre del 2014, a distanza di 69 anni, ha voluto far ritorno al campo di Mauthausen e Gusen, che emozioni ha provato nel rivedere quei luoghi?

Mah, forse erano più emozionati gli altri che mi hanno accompagnato. Ho visto che molto è stato conservato, quello era in legno, le vecchie baracche, ora sono state fatte in muratura.

     Cosa rappresenta per lei la sirena che ha portato con se da Gusen?

Sinceramente, non lo so’neppure io. In realtà, ne ho prese due, le ho trovate su un camion prima di andare via. Una l’ho prestata ad un cacciatore sardo e l’ho persa. L’altra è stata utilizzata per dieci anni nella scuola in cui ho lavorato al mio rientro in Sardegna, a Carbonia. Si era rotto il campanello che suonava ad ogni ora, il comune all’epoca non aveva soldi, allora io ho detto che avevo una sirena che potevo mettere a disposizione della scuola. Servì non solo alla scuola media “Giovanni Pascoli” di Carbonia,  ma a tutto il vicinato. Ormai ha perso un pochino il suono forte che aveva, ma comunque la porto con me quando incontro i ragazzi per raccontare la mia storia.

 

     Quando incontra i ragazzi delle scuole per raccontare la sua esperienza, qual è la domanda che maggiormente le porgono?

Sono molto curiosi e molto in gamba, anche i più piccoli, forse aiutati anche dai genitori e dagli insegnanti. Mi chiedono di raccontare com’era la vita nel campo, oppure cosa pensavo quando vedevo altri morire. Cose di questo genere. Allora, io devo dire la verità e racconto quello che mi ricordo. Del mangiare che non c’era. Dei letti: chi riusciva a dormire sulla branda di legno e chi, invece, doveva accontentarsi di stare per terra. Vinceva il più forte. Delle camere a gas: si credeva di aspettare la doccia, invece, in 5 minuti si moriva. Oppure delle latrine, una vasca alta 5 metri su cui c’erano due tavole dove appoggiarsi facendo molta attenzione, capitava spesso che qualcuno cadesse dentro e venisse ripescato morto, solo al momento in cui si doveva svuotare. Oppure tante altre cose che ho visto, come la  “scala della morte” che aveva gradini diversi, alti, bassi, larghi e stretti: facevano salire i prigionieri a cinque a cinque, con un tronco di legno legato sulle spalle, i piedi legati, quando arrivavano su, se ci arrivavano, iniziavano a rotolare e cadevano in una cava di pietra, a quel punto venivamo trasportati al mucchio dei morti. … Se uno aveva la giacca rotta, andava in quel mucchio e sceglieva, staccava la matricola e prendeva il resto.

     Sono passati 71 anni da quegli eventi, qual è l’augurio che si sente di rivolgere ai nostri giovani?

Purtroppo, vedo un futuro ancora incerto, però auguro a questi giovani che non debbano mai vivere il dramma che abbiamo vissuto noi e poi che il ricordo del nostro sacrificio serva per dare a loro un futuro migliore e … per costruire un’Italia migliore!

di ELISA SODDE

 

Con un grande e caloroso abbraccio rivolgo un ringraziamento speciale al Cav. Modesto Melis per avermi concesso il suo tempo e questa emozionante intervista.

Un altro particolare ringraziamento per il suo supporto, va alla dottoressa Agnese Delogu, Presidente Regionale ANMIG Sardegna.



[1] Durante la Prima Guerra Mondiale, gli austriaci aprirono un primo campo per prigionieri di guerra ad est di Mauthausen (piccola cittadina dell’attuale Alta Austria, a circa 25 km da Linz) per lo sfruttamento della cava di Wiener-Graben, il granito che veniva usato per pavimentare le strade di Vienna. Nel 1938 il comandante supremo delle SS, Heinrich Himmler,  decise l’avvio della costruzione del campo di concentramento destinato ad ospitare i deportati che avrebbero dovuto lavorare nelle cave. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Mauthausen divenne il fulcro di un sistema concentrazionario che comprendeva ben 49 campi satelliti sparsi in tutta l’Austria, organizzati in modo da poter realizzare uno sterminio pianificato che portò a gestire, nel comprensorio di Mauthausen-Gusen, oltre 200.000 prigionieri di almeno 12 nazionalità, il 93% dei quali erano stati internati per motivi politici e razziali.

Considerato impropriamente come semplice campo di lavoro, il lager di Gusen – arrivando a contenere fino 26.000 deportati, era il più grande delle 49 macabre strutture collegate al centro direzionale e di smistamento di Mauthausen –  fu di fatto, fra tutti i campi nazisti, l’unico classificato di "classe 3", ovvero come campo di punizione e di annientamento attraverso il lavoro. Vi si attuò lo sterminio soprattutto attraverso il lavoro forzato nella vicina cava di granito, e la consunzione per denutrizione e stenti, oltre che per le atroci punizioni e sevizie perpetrate dalle SS comandate dallo spietatissimo Sturmbannführer Franz Ziereis.