21 febbraio 2016: è domenica mattina, assolata e tiepida, il presidente del Circolo “4 Mori”, Renzo Caddeo, e l’assessore alla cultura, Laura Ghersi – tra gli astanti è presente anche l’assessore all’istruzione, Francesca Zoavo – del Comune di Rivoli, introducono l’opera di Pina Ligas.

"Solo il mio silenzio" è il suo primo libro, in esso si evidenziano scelte precise di narrazione e di linguaggio.Letteratura dai sapori antichi, veristi, in cui emerge la dimensione sociale della famiglia e della civilizzazione che si sviluppa tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, strettamente legata agli avvenimenti conseguenti all'unità d'Italia

 

L'autrice sceglie di utilizzare la lingua "parlata" nelle sue espressioni più realistiche, quotidiane, afferenti al sentire di ognuno.La posposizione del verbo nei lemmi della lingua sarda accentuano e caratterizzare i diversi componenti del costume dell’epoca, nell'espressività più immediata, strettamente legata alla sfera emozionale.

Nel libro si leggono con estrema chiarezza tutti gli elementi che hanno diviso e separato la Sardegna di quegli anni: il Sud contrapposto al Nord dell'Isola. La malaria che uccide senza pietà; la pianura del Campidano necessita di essere risanata, ma questo avverrà solo nei primi decenni del XX secolo. L’autrice sottolineal’interesse esclusivamente economico, da parte dei signori peninsulari che sono visti e vissuti come invasori. L’Isola è sottoposta a un’urbanizzazione selvaggia in cui si legge l’assenza di un reale progetto, che tenga conto dei necessari equilibri da conservare, per mantenere e promuovere l’economia dell’Isola: di fatto, scrive l’autrice, è sfruttamento. In questo contesto, i pastori non riescono a far apprezzare la lana delle loro pecore nelle penisola, si impoveriscono ulteriormente: si acutizza l’acredine fra simili che nei fatti incentiva la separazionetra gli esseri umani: sardi che invadono altri sardi, che a loro volta vivono l’usurpazione di estranei.

La difficoltà di conciliare i bisogni delle due parti dell'Isola fa emergere la crudeltà degli uomini, che non arretra neppure di fronte alle necessità più impellenti, come quella di un padre– nonché di un ragazzino, ancora inconsapevole – che deve provvedere al sostentamento famigliare.

In tutto ciò, emerge nel testo la figura di Vittoria, è la sua storia che fa del libro di Pina Ligas un racconto  verista.

Vittoria è una donna che sceglie di mettere al mondo il bambino che aspetta e di non svelare mai il nome del padre: neppure a suo figlio. È  lei la vera protagonista del libro, anche dopo la sua morte: ella continuerà a vivere nell’esistenza altrui. La protagonista utilizza il silenzio come strumento di potere per evitare la nascita – ed eventualmente la continuazione - di una faida, una vendetta che genera vendetta.

La scelta di Vittoria – a quel tempo estremamente coraggiosa –, evidenzia la contrapposizione e lo scontro tra generazioni che non trovano  comprensione, né conforto, né perdono in ambito famigliare, neppure in punto di morte: i genitori, di fatto, rinnegano la figlia che li ha costretti a vivere la realtà del loro tempo, esposti alla gogna pubblica: disonorati. 

Oltre Vittoria, leggiamo di altre protagoniste femminili; esse danno concretezza all’opera che si dipana come un lungo racconto, penetra le maglie dei giorni, che solo apparentemente sono tutti uguali. Marietta, bella e umana figura, ma altera e consapevole della necessità di trovare   un modo per vivere e condividere le condizioni di Vittoria, per conservare il rispetto dovutole. Per questo sceglie di mentire, di attribuire a un lutto inaspettato l'assenza di un padre per quel figlio bastardo.

La pietosa, ma impellente necessità di rispondere alla cultura del tempo con un compromesso lenisce, ma non risolve la situazione: Vittoria è comunque una donna che si è concessa a unuomo, verosimilmente straniero, prima del matrimonio: è e resterà per sempre una bagassa.

Ho chiesto all’autrice

Da cosa nasce la scelta di scrivere un libro che racconta una Sardegna lontana dal nostro tempo, ma di fatto fortemente segnata, almeno in alcuni aspetti, dalla politica economica di quegli anni? Di quel linguaggio così aspro, forte, recriminante: che cosa è rimasto? Un grosso legame col passato è segnato dalle vicende che ancora oggi caratterizzano la Terra sarda. Il problema del lavoro è drammatico, se qui si soffre, lì si piange. Basti pensare ai pochi minatori rimasti che si incatenano, quando si parla delle intenzioni di chiusura. E non dimentichiamo che nell’entroterra vi è una grande depressione che genera malessere, suicidi, violenza e disordini. Quale linguaggio si può adottare in questi casi? Tornando al libro, la nota positiva e che dopo l’eradicazione della malaria, la gente non soffre più iscallenturas e questa è una conquista, direi, epocale.

Quanto c'è, se c'è, di quel sentire così emotivamente coinvolgente, che denota un forte legame, quasi un'appendice con la Terra, di quegli uomini e donne nella Sardegna di oggi? Il silenzio, la Sardegna è Terra silenziosa. Su cittiri assume più sfaccettature, quasi ossimoriche. Talvolta è un silenzio che urla, che rompe una quiete apparente, altre volte è sofferenza tra le mura di casa.

La scelta di Vittoria è fortemente innovativa, coraggiosa, magreve per l'epoca in cui vive: quanto le donne, oggi, possono veramente contare su una pari opportunità, rispetto alla scelta di mettere al mondo un figlio e non essere giudicate, ma accolte nel contesto sociale? Il rapporto tra genitori e figli, oggi è molto cambiato. In un’ottica più ampia, per cercare di dare una lettura che va oltre la mia vitapersonale famigliare, talvolta mi sembra di leggere nel comportamento di alcuni giovani figli una mancanza di rispetto che genera confronto e quindi avvicina due mondi, che talvolta appaiono contrapposti. L’esigenza di rispetto dei genitori di Vittoria, invece, genera una totale separazione, non consente il confronto, si inasprisce nel silenzio fino alla rottura totale.

Bruna Murgia

 

Nella foto da sinistra: Renzo Caddeo, Laura Ghersi, Pina Ligas, Bruna Murgia