Fasciato da bende di seta, incorniciato da fazzoletti di raso, impreziosito da scialli finemente ricamati. È il volto della donna sarda, della donna in costume: non è un volto qualunque. Un volto che sa portare da sempre, o che ha imparato a farlo con gli anni, il peso della veste che indossa. In costume, le donne sarde, anche le più giovani, ridiventano per un momento, per qualche ora, per un giorno intero, la donna sarda per eccellenza. Fiera, sicura, moglie e madre generosa e fedele.

Un volto che non è insomma uno schermo bianco, ma uno scrigno prezioso ricco di fascino, di storia, di tempo. È forse, questo, dovuto alla bellezza del costume che indossa? In parte, solo in parte. Deve scattare senza dubbio qualcos’altro nell’atto di vestire quei panni. Qualcosa che lega con un filo robusto le donne sarde di diverse epoche. Oggi come allora, di quel viso, colpiscono gli occhi in modo particolare. Truccati, in anni recenti, lasciati al naturale, invece, in epoche passate ma sempre e comunque intensi e penetranti. Tanto da catturare le attenzioni di chi li osserva.

Anche Grazia Deledda parlava di cuffie acuminate che, poste sotto la benda del costume, conferivano un aspetto particolare al volto, valorizzando soprattutto gli occhi. Le bende, i copricapi, le cuffie e i fazzoletti: sono loro che, avvolgendo il volto della donna, ne esaltano allo stesso tempo le linee, dolci e marcate che siano, poco importa. Di qui, probabilmente, la leggendaria bellezza delle donne di alcuni paesi. Donne con lo sguardo costretto, in un certo senso, a guardare diritto, davanti a sé, quasi a sfidare gli uomini o il proprio destino. Cosa è rimasto di quello sguardo oggi nei volti delle fanciulle? Poco o molto, dipende dalla consapevolezza di chi indossa il costume. Per questo, per evitare ogni sorta di eccesso, le più anziane raccomandano niente trucco, niente ombretti sgargianti, niente rossetti accesi e scintillanti: il volto della donna in costume deve essere naturale, acqua e sapone.

Ai capelli però bisogna prestare attenzione. Le donne di Oliena, per esempio, per tenerli composti e per farli apparire più lucidi, usavano degli oli particolari e con questo accorgimento riuscivano a mantenere intatta la scriminatura centrale della loro chioma. A Orgosolo, invece, per livellare le differenze tra chi possedeva una capigliatura folta e chi, al contrario, aveva capelli radi e poco voluminosi, si utilizzava una sorta di semicerchio riempito di stoffa che poi veniva posto sotto la cuffia. Il risultato era ottimo: tutte le donne, una volta indossato, apparivano simili, ordinate, perfette. Oppure i capelli venivano tenuti a bada con una treccia, ma niente di più. Oggi però la tradizione sta cedendo il passo alla modernità. Pensiamo ai volti truccati e abbronzantissimi delle ragazze che sfilano in costume. C’è ancora qualcosa che è rimasto immutato nei decenni. È la magia e il fascino che sprigionano quei volti incorniciati dalle bende di seta, dai fazzoletti, dai ricchi copricapi. Il fascino senza tempo del volto della donna sarda in costume.

Nella loro multiforme varietà, i costumi dell’isola, diversi come le lingue che vi sono parlate, rappresentano la specificità dei luoghi d’origine: stoffe, ricami e colori raccontano la pianura, la montagna, i mestieri, il clima, le abitudini, mentre i gioielli della donna parlano del suo stato civile, del ceto sociale a cui appartiene, della sua religiosità. L’argento è il materiale principe, anche se le donne più ricche indossavano anche molto oro.

La gioielleria sarda non ha solo la funzione di ornamento della persona, infatti alcuni oggetti sono degli accessori indispensabili per il completamento del vestito. È il caso per esempio dei bottoni, in filigrana d’oro e d’argento, presenti un po’ in tutti i costumi dell’isola, che servono per chiudere sia le maniche de “su zippone”, sia il collo della camicia. La particolarità di questo gioiello è la sua forma che richiama il seno femminile. Molto usati gli orecchini, d’oro con corallo o perle, ma spesso invisibili sotto la benda, che si può fermare intorno al viso sia con spille che con la pancera, una catenella solitamente d’argento che in alcune zone si adopera anche per chiudere il giubbetto o il grembiule. Particolarissimo lo “ispuligadentes” o “isprugadente”, utensile d’argento che si porta appeso al petto. Tipica di Oliena “sa gutturada”, collana formata da oro e corallo alternati, che diventa “sa gutturada niedda” per via della sostituzione del corallo con pasta di vetro nera, presso Sarule e Orani.

Importantissimo è l’anello: la corniola è forse la pietra più usata, ma sono tipici anche gli anelli nuziali con incise le iniziali dello sposo e con una “R” che vuol dire “ricordo”. L’anello nuziale non può essere indossato dalle vedove, che, tranne in alcune zone del Goceano, saranno spoglie di qualsiasi ornamento, eccetto due piccoli bottoni neri al collo della camicia. Anche le ragazze nubili non possono indossare troppi gioielli. Sono le donne maritate a poter far sfoggio dei propri preziosi, a partire dai bottoni più grossi e vistosi, da costosissimi rosari fino agli anelli, orecchini e pendenti di vario tipo.

Massimiliano Perlato

In foto Miriam Costeri 

Scatto Gabriele Doppi (particolare)