Incontrare Eliano Cau è come tuffarsi in un oceano di parole. Le parole non hanno confini, vanno molto oltre la linea dell’orizzonte, e lì lui va pescarne di grosse, oppure di sottili, ma più belle ed eleganti, sguscianti come pesci, che quando le tiri in barca le ammiri, le giri, le rigiri, ne apprezzi forma e disegno e... le rilanci in mare. Si perché quell’attimo in cui Eliano ti ha regalato una bella parola nuova è già passato, e mentre sai cercando di memorizzarla, tu e lui, insieme, la state ributtando in mare, e nel frattempo pensi, o speri, che la pescherai ancora.

Ecco per incontrare Eliano Cau devi saper andare in alto mare, un mare di parole, ovviamente. Lo sai che le parole hanno un potere magico. Lo sai che in italiano abbiamo mille sinonimi, ma non esistono sinonimi: perché ogni singolo lemma ha una sfumatura tutta sua, una sensazione differente dal suo omologo. E mentre lui continua a parlarti perdi il filo, appeso alle sue parole, incantato dalle sue parole che ti possono anche ubriacare. Ma lui, da marinaio esperto, è sempre sulla rotta, e se riesci a restargli in scia non ti perdi.

Eliano Cau è così, scrittore, poeta, romanziere, novelliere, poeta in limba, giudice nei concorsi di poesia, insegnante di lettere... Perché chi ha fatto l’insegnante, come il marinaio, lo rimane per sempre. E a lui, già in pensione, gli si accendano le lucine negli occhi come si parla della scuola.

La prima volta che l’ho incontrato mi ha detto che quando legge un libro tiene spesso in mano la matita rossa e blu come faceva in classe: «perché, come quando ero a scuola con i miei alunni, devo segnare gli errori, in rosso, o in blu, secondo quanto sono gravi».

Che meraviglia, avevo pensato, considerare lo stile di una persona per lo stile delle sue parole. Le parole non mentono, perché vengono direttamente dall’anima. C’è chi valuta le persone in base alle idee o al colore della pelle, mentre lui considera le frasi e gli errori. Errori grammaticali o intellettuali: segnaccio con la matita. Errori impossibili da perdonare o errori lievi, che magari era distratto, un segno rosso o blu. «Gli errori», dice lui, «non le persone; giudico gli errori...». Ma io non gli credo, perché, non lo ammetterà mai, ma sono certo che dopo tre errori madornali ti abbandona in mezzo al mare in tempesta, al mare di parole, naturalmente.

Eliano è vero che se trovi un libro dove fioriscono gli errori e scarseggiano le idee lo abbandoni in mezzo al mare, e pazienza se affonda? Certo, è così. Non tollero che uno scrittore, pur avendo da raccontare una bella storia, non faccia ricorso a uno stile ricco, a parole essenziali ma icastiche, a frasi che riescano a trasportare chi legge verso un luogo di gioia, di emozioni, di fremiti di piacere.

Incontriamo Eliano Cau virtualmente, da computer a computer, rimpiangendo i tanti caffè presi insieme nella sua amata Sorgono. Dov’è Sorgono? È semplice: prendete una cartina della Sardegna, immaginare che sia la foto di una persona, e indicate dove sarebbe l’ombelico. Lì c’è Sorgono, nel centro della pancia della nostra isola. Non a caso, forse.

Ma Sorgono poi è di più, perché come spesso capita ai paesi della Sardegna, è un’isola dentro un’isola. Custodita tra montagne ridondanti di verde con quella aspirazione di neve che aspetta di anno in anno, e quella promessa mantenuta di pace e di fresco anche d’estate. Sorgono, nel Mandrolisai, che quando ci arrivi sembra che hai varcato un confine, tanto è il salto morfologico del territorio, rispetto a tutto quello la circonda, rimasto sempre a distanza considerevole. Ecco, per capire Eliano Cau bisogna immaginarlo lì, tra boschi, montagne e rocce che lo hanno contaminato, che lo hanno scolpito, rendendolo duro ma emotivamente travolgente, rendendolo un autore davvero unico.

Sei d’accordo? Le tue montagne, i sentieri, il tuo andar per funghi, hanno aggiunto sfumature di colore alla tua scrittura? Sì, Pier Bruno. Io vivo qui per scelta: non è un esilio. I monti, i boschi, i vigneti, le quattro livree stagionali sono l’abito mentale di questo cuore, una parte essenziale delle mie storie, l’inchiostro di questa scrittura.

Subito una domanda perfida: sei nato a Neoneli e vivi a Sorgono, quale paese è più bello, dove si sta meglio? Sono due realtà molto diverse eppure simili. Le assimila l’appartenenza storica al Giudicato di Arborea, l’affinità della lingua, l’indole pacifica e fiera degli abitanti. Diversi i paesaggi, diversa l’economia. Belli nei colori, negli odori, nel sole; belli anche nella malinconia del comune spopolamento.

Conoscendoti ero sicuro che non ti saresti sbilanciato, perché tu ami tutta la tua terra, ami tutto quello che ti emoziona. E infatti nei tuoi libri c’è sempre tanta bellissima Sardegna. La vogliamo scomporre un pochino? Quanta è Sardegna per amore, quanta è Sardegna razionalmente perché ne hai studiato profondamente la storia? Le due cose camminano insieme. L’amore e la razionalità sono due componenti dell’uomo in generale, dell’uomo Eliano, dello scrittore Eliano. In genere, se si ama un luogo, lo si vuol conoscere a fondo, dunque nell’oggi ma anche nell’ieri. I due momenti sono complementari. Amo conoscere, amo perché conosco, conosco perché amo.

La Sardegna, insomma, è centrale nella tua anima, o è un mezzo espressivo? Io ho deciso di vivere qui. Ma della Sardegna, di tutta la Sardegna cerco di saperne sempre più. Come potrei ambientare le mie storie altrove? Gioia grande è la scrittura, gioia e tormento. Però, se uno ci pensa: come si fa a scrivere e ambientare un romanzo in un luogo che si conosce solo superficialmente? Eppure c’è chi lo fa, ma io non lo amo.

Com’è adesso il livello della letteratura in Sardegna? Nell’isola le autrici e gli autori viventi importanti sono pochi, e tu sicuramente sei tra questi, e quindi attualmente abbiamo messo in salvo la cultura? Oppure alcuni diventati di rilievo solo fortunosamente abbassano il livello generale? Lo so che avresti voglia di fare dei nomi, ma, se puoi, trattieniti. Tanto chi non ti va l’hai segnato a matita rossa. No, non faccio nomi. I nomi li devono fare i lettori. Posso solo dire che non vedo penne possenti, inchiostri fluidi capaci di creare opere che lascino traccia viva di sé e “ghermiscano il core”, come avrebbe detto il grande Pedru Casu.

Se poi ci guardiamo indietro non pensi che la letteratura sarda sia rimasta un po’ troppo fuori della porta? Voglio dire: abbiamo grandi scrittori che quasi non compaiono nei libri di testo e nei programmi scolastici. Autori immensi come Sergio Atzeni, Antonio Gramsci, Emilio Lussu, o Giuseppe Dessì; dove sono nei programmi scolastici? La stessa Grazia Deledda, unica scrittrice italiana, premio Nobel per la letteratura, dov’è? Tu che sei anche insegnante di Lettere, cosa portavi ai tuoi ragazzi? A cosa si appassionavano? Ho proposto, e con successo, proprio gli autori negletti. A livello di scelte, chi si occupa di compilare i testi per i vari ordini di scuola ha compiuto da sempre una intollerabile esclusione dei nostri scrittori più rappresentativi. Un peccato mortale, a cui pochi temerari hanno cercato, e cercano, di porre rimedio. Altrettanto dicasi della storia, materia bistrattata e insegnata in maniera parziale, deficitaria e distorta “ad usum delphini”

E veniamo al tuo ultimo libro, che è diventato subito un grande successo: La luce degli addii (Condaghes Edizioni 2019), è un romanzo storico potente. La storia è molto intrigante perché parla di un amore impossibile sullo sfondo della Sardegna del diciottesimo secolo. Racconti la passione tra una ragazza della buona borghesia, Cipriana, e un padre gesuita, Benedetto. Sono storie vere che vengono direttamente dai tuoi studi? I romanzi appartengono, come io sempre dico, al più vasto reame della libertà creativa. Io studio, certo: amo conoscere della mia piccola patria il passato per comprendere meglio il presente. Cercando in codici stinti, in documenti rari e preziosi, mi imbatto spesso in notizie stimolanti e curiose che in potenza sono il primo nucleo di condensazione di storie più strutturate e complesse. Per LUCE DEGLI ADDII è avvenuto proprio così. Alcuni testi poetici di un autore antico mi hanno permesso di sviluppare la fabula e l’intreccio più consoni per il romanzo che ancora sto presentando in giro per l’Isola.

Ma, quindi la struggente storia d’amore non è solo la struttura portante del romanzo? Ti sei un po’ innamorato di Cipriana, se vogliamo, tradita dall’amore... Cipriana è una mesta e nobile eroina da tragedia greca, una donna innamorata e forte, vittima della propria passione e dell’egoismo del suo amante sacro. Innamorarsi del protagonista e di un personaggio del proprio romanzo è un accidente che occorre sulla via della scrittura. Io gioisco e soffro con e per le mie creature. Cipriana è nel mio cuore.

Chi era Bonaventura Licheri, e che legame ha con la storia del tuo libro? Sono esistiti due personaggi con quel nome, e ambedue di Neoneli. Il primo, nato nel XVII secolo e morto nel 1733 fa lunghi studi presso i gesuiti ma non li conclude. Torna alla “villa nativa e prende moglie senza tuttavia generare eredi. Rimarrà sempre nell’ambito della Chiesa come “escrivent” e comporrà tante poesie di carattere sacro: gosos, agiografie, etc. Il secondo, suo omonimo, nasce nel 1732 o 1734 e diviene sacerdote secolare. Poeta anche lui, oltre che testi attinenti alle cose della religione racconterà il mondo duro e barbarico della società della Sardegna più appartata. Muore nel 1802.

Quindi ci dici due parole sul grande lavoro di ricerca storica che hai fatto? Che sensazioni, che sorprese, che emozioni ci hai dedicato? Ogni cosa di cui io mi occupo affonda le proprie radici negli studi meticolosi e severi. Però io non sono un saggista, quanto invece un poeta e uno scrittore. E provo piacere nell’investigare, nello scoprire, e poi nel creare. Gioia suprema è un verso essenziale e sonore, gioia altrettanto ineffabile è la creazione di una pagina di prosa poetica.

Anche i luoghi: nelle tue pagine mi sembra di riconoscere le pennellate che disegnano le tue valli. Nel libro metti anche una cartina per orientare il lettore; ma la toponomastica? I nomi dei luoghi sono veri, inventati, o utilizzi le definizioni arcaiche? Io, per dirla col grande Totò, sono un “forestiero”, un uomo di foresta. La mia scelta di vivere nel cuore dell’Isola discende dal grande amore che nutro per monti e valli, per paesi e abitanti, clima, nevi, fiori e funghi. I nomi dei luoghi corrispondono alla realtà, quelli dei villaggi sono alterati ma conservano le iniziali dei paesi reali. Però sono riconoscibili, anche grazie alla cartina acclusa.

La tua produzione letteraria molto spesso rivolge il suo sguardo verso personaggi storici. In cosa li trovi attuali? Se ti piace vederli con gli di occhi oggi, e non è assolutamente detto... Vero: io cerco di calarmi di volta in volta in quella temperie. Sarebbe un grave errore giudicare con gli occhi di oggi esseri d’altri tempi.

Scrivi ad alto livello, sia in italiano che in limba, i tanti premi e riconoscimenti che hai avuto lo testimoniano. Ma, mi incuriosisce, la tua ideazione in quale lingua è: italiano o sardo? Oppure hai due anime creative, come se avessi due macchine, un giorno esci con una, un giorno con l’altra. La lingua del latte, quella naturale è il sardo; la lingua della cultura scolastica è l’italiano. Entrambe le studio e le uso, e a seconda del contesto, penso e scrivo nell’una o nell’altra.

La poesia in sardo era la comunicazione artistica, la ricerca linguistica, la musica parlata dei nostri padri. Adesso che ruolo ha? Purtroppo sta venendo meno l’uso quotidiano del sardo, e soprattutto l’amore per la poesia. Uomini coraggiosi ne tentano il recupero e ne promuovono la diffusione organizzando concorsi e dibattiti, però non nutro grande ottimismo. Giorno per giorno va affievolendosi il numero dei sardofoni e a maggior ragione dei poeti e degli scrittori in sardo. Io sono tra coloro che propugnano appassionatamente la difesa e l’insegnamento del sardo, il suo uso quotidiano, sui documenti e nella vita di tutti i giorni. E lo faccio con parole scritte e dette, ogni giorno, ogni ora. Il mio è un sogno, lo so, ma col buon Pascoli credo che il sogno sia “...l’infinita ombra del vero”.

Cosa rispondi a chi dice la poesia “in limba” è un’arte minore, una sottocartella della cultura? Non ti arrabbiare con me! Sono discorsi che si sentono, lo sai. Lo so: discorsi di spocchiosi provinciali, di ignoranti, nel senso che ignorano l’importanza delle proprie radici, costituite da storia, lingua, usi e costumi. Si può conoscere l’inglese, utilissimo per comunicare col mondo, si deve conoscere l’italiano, altrettanto importante per comunicare all’interno della nazione italiana, ma soprattutto, e prima di qualsiasi altra lingua si deve conoscere il sardo. Come fa un albero a crescere e mettere rami e fronde, a produrre frutti e ossigeno se non ha radici?

La tua formazione letteraria? I miti che ti anno ispirato. Per scomodare un altro grande autore del passato, il Machiavelli, io gli antichi li conosco e li voglio conoscere attraverso lo studio, i moderni, miei coevi, vivendo fra loro. La base della mia formazione è classica: amo i classici, li leggo, li rileggo in continuazione; ma leggo anche gli autori di oggi, attraverso la lente delle mie preferenze etiche ed estetiche.

Cosa vorrai fare da grande? Nel senso, cosa non hai ancora realizzato e farai di tutto per realizzare? Mi piacerebbe tanto pubblicare alcuni romanzi che ho, informi, dentro di me. Scalpitano da tempo, ma sono piccoli embrioni nudi. Vorrebbero crescere, esplodere, vivere. E mi chiedono che io li vesta con le parole più opportune.

Grazie infinite a Eliano Cau che si è lasciato tormentare un po’ mettendosi in gioco. Grazie per la tua schietta freschezza che hai voluto condividere coi lettori di TOTTUS IN PARI. Buona strada carissimo. Grazie a te e a “Tottus in pari” per l’opportunità che mi è stata offerta e per la pazienza mostrata nell’attendere questa intervista. Lunga vita a voi, e…ateras bortas mengius!

Note Biografiche: Sebastiano Cau, noto Eliano, è nato a Neoneli (OR) nel 1951 e vive a Sorgono (NU) dove ha insegnato lettere in un istituto superiore fino al 2011. Si occupa ormai da anni, come poeta e come giurato in molti concorsi letterari, di poesia e di cultura della Sardegna. È un appassionato studioso dell’opera poetica del neonelese Bonaventura Licheri.  Per la casa editrice “S’Alvure” di Oristano ha scritto, nel 2000, dieci racconti in italiano, facenti parte di Balentìas. Nell’autunno del 2011, sempre per “S’Alvure”, ha composto il suo primo romanzo, Dove vanno le nuvole. Nell’autunno del 2004 ha ripubblicato, presso la “PTM”, il romanzo Adelasia del Sinis, già uscito per i tipi de “S’Alvure” a fine del 2003. Nel 2008 ha pubblicato per la  casa editrice “Aisara” il romanzo Per le mute vie. Nel 2016 esce, per la Condaghes” di Cagliari, il romanzo Son luce e ombra, e per lo stesso editore nel 2018, Luce degli addii.

Link del libro: http://www.condaghes.it/scheda/978-88-7356-328-0/luce-degli-addii/it

Pier Bruno Cosso