Se sei sardo devi amare Grazia Deledda! Non c’è altro modo di essere sardo se non arrendendosi alla grandezza della nostra scrittrice di Nuoro.

Ecco, ad esempio, devi dire Nùoro, e non Nuòro, e stare dentro tanti altri paletti fissi. Fissi da sempre, perché per sentirsi sardo parificato devi stare dentro il recinto degli stereotipi. E devi rispettarli tutti; altrimenti la comunità non ti riconosce. Sono tante le cose che non si discutono: la balentìa (così terribilmente vicina al bullismo), bere insieme, bere insieme in maniera coercitiva anche se non ti va, l’ospitalità, riempire per forza il bicchiere a chi si vorrebbe fermare, tifare per la Dinamo, tifare per il Cagliari, idolatrare Gigi Riva (no, questo è sacro e non si può farne a meno come non si può fare a meno dell’aria che si respira), e amare incondizionatamente Grazia Deledda, appunto.

Ecco vorrei dire che non amo Grazie Deledda incondizionatamente senza sentirmi sacrilego e rischiare di essere emarginato. Posso dire che amo incondizionatamente la nostra Isola per quello che è. Per quello che io sento dentro. Per le coste sferzate da un vento incessante, per i preziosi tramonti sul mare, per le distese ondulate di terre lasciate a pascolo e trapuntate di rocce affioranti, e poi per i silenzi, per le strade deserte che se si incontra qualcuno ci si saluta. Mentre resto meno entusiasta di quella Sardegna deleddiana a tinte color seppia, con quel certo compiacimento arroccato su una cultura che sta più nell’immaginario collettivo che, forse, nella vita reale. Non è la narrazione dell’arretratezza, come è stata accusata da qualcuno, ma il racconto di qualcosa che si può anche sentire distante. Lo posso dire?

Carissima Isabella Mastino, posso non esaltare il nostro Premio Nobel e sentirmi sardo, forse non parificato, ma sardo al cento per cento? Caro Pier Bruno, sì, puoi farlo. Perché Grazia Deledda non è solo sarda, ma universale. Lei canta l’uomo, i sentimenti, le relazioni, gli affetti, le vicende umane spesso imperscrutabili, che si innestano in una cornice socio-storica e antropologica sarda, indubbiamente. Ma, appunto, una cornice. È pur vero che la maggior parte dei suoi romanzi sono ambientati in Sardegna, ma è altrettanto vero che vi sono romanzi bellissimi, profondi, e con la stessa forza di quelli sardi, ambientati altrove, ad esempio a Roma o in Lombardia. La natura – sarda, principalmente, ma non solo - da lei descritta diventa emblema di natura universale, una natura che ha con l’uomo, e con gli aspetti psicologici più intimi dell’uomo, un rapporto che travalica lo spazio ed il tempo. La sua descrizione della natura è non solo artistica, ma vera e profonda, laddove la natura rispecchia i sentimenti dei protagonisti dei suoi romanzi, li svela quasi, rendendo l’uomo da lei descritto come inscindibilmente legato ad una natura che lo circonda e da cui non può separarsi senza impoverirsi, senza immiserirsi. L’amore per Grazia Deledda non lo considero uno stereotipo sardo, tutt’altro: amare Grazia Deledda significa scoprire l’essere umano da lei descritto nelle sue sfaccettature più profonde, in quelle meno confessabili, essere umano che potrebbe essere di qualunque nazionalità, ma con un quid pluris: appunto l’essere, nella maggior parte dei suoi romanzi, sardo.

Però, fuori dalla provocazione per far uscire allo scoperto la nostra amica Isabella Mastino, vi devo confessare che da quando ho letto il suo ultimo libro sto cambiando Idea. Sì, sto cambiando idea, infatti Il Viaggio – breve antologia di Grazia Deledda – volume II” Alfa Editrice 2019, ti porta per mano nella scrittura di Grazia Deledda con una antologia commentata e romanzata insieme. Ti porta a scoprire un fascino letterario che, ho già confessato, non riuscivo a trovare. Quindi grazie a Isabella Mastino per essersi resa disponibile, accettando di mettersi in gioco con noi. E grazie per farci rimettere in discussione. Per cui ti chiedo subito: anche altri ti hanno confessano che gli hai fatto cambiare idea, o almeno rivisitare, la nostra illustre nuorese? Grazie di cuore a te, Pier Bruno. Sì, mi è capitato, al termine delle mie presentazioni, con mia grandissima gioia, perché questo è sempre stato il mio scopo. Quando ho terminato il primo volume, pensai che se anche una sola persona, leggendo la mia antologia, si fosse sentita invogliata a scoprire – o a riscoprire – Grazia Deledda, il mio obiettivo sarebbe stato raggiunto. Questo mi è capitato spesso, e mi ha dato una grandissima felicità.

Tu sei una scrittrice giovane, già al suo secondo libro (il primo è “Ma io non vedevo quella luna – breve antologia di Grazia Deledda” Alfa Editrice 2018), in cosa trovi attuale Grazia Deledda? Trovo attuale Grazia Deledda nei suoi racconti e nelle sue descrizioni dell’uomo, delle sue dinamiche psicologiche, delle relazioni amichevoli, affettive, familiari, e dei sentimenti. I classici antichi sono considerati sempre attuali e si studiano proprio per la loro immortalità e per i racconti sull’uomo e sui sentimenti. I sentimenti, da più di duemila anni, sono, in fondo, sempre uguali. È per questa ragione che considero fortemente i romanzi di Grazia Deledda dei classici.

Cosa ti ha portato da Grazia Deledda, e ti ci ha fatto fermare come se fosse un tuo punto d’arrivo. L’arrivo del viaggio, appunto? L’arrivo ed al contempo l’inizio! Mi portò da Grazia Deledda un suo romanzo che mi regalò mia mamma anni fa, Il nostro padrone. Grazia Deledda non è inserita nei programmi scolastici, ingiustamente ed ingiustificatamente, quindi la conobbi relativamente tardi. Ma rimasi talmente colpita da questo romanzo, che decisi di studiare l’intera sua opera. Resami poi conto che non c’era, nonostante la copiosità degli studi deleddiani, un’antologia divulgativa sui suoi romanzi, decisi di scriverla, innamorandomi a tal punto di questo lavoro da decidere di abbandonare la mia professione di avvocato e di dedicarmici a tempo pieno: per questo, l’inizio di un nuovo viaggio.

Perché proprio Grazia Deledda, provoco: per la sua modernità? Indubbiamente, questa è una delle ragioni. Ma la principale è per la sua capacità di parlare dritto al cuore del lettore.

Vi somigliate? Magari!

Ti sei accorta che la tua scrittura densa, ricca di metafore, di visioni, si avvicina a quella di Grazia Deledda? È una scelta stilistica o sei proprio ispirata da lei? Mi è stato fatto osservare, e se è realmente così, ne sono molto, molto felice! Lo stile di scrittura non è stata una mia scelta programmata, ma probabilmente una conseguenza, dettata sia dall’ispirazione dello stile di Grazia Deledda, sia dall’amore pregresso che ho sempre avuto per un certo tipo di scrittura, la scrittura evocativa, che ho sempre cercato, in qualche modo, di rendere mia.

È sorprendente l’innesto così ben riuscito delle tue considerazioni, della tua narrazione, sui passaggi che riporti direttamente dalle opere di Grazia Deledda. Come ti è nata quest’idea? Quello che desideravo perseguire era una lettura scorrevole, non frammentata, che non facesse perdere il filo della storia. C’erano passaggi che non volevo e non potevo riassumere, perché la potenza delle sue parole doveva essere espressa per intero. Quelle che consideravo, invece, pagine di raccordo, le ho sintetizzate, per dare risalto agli aspetti fondamentali del romanzo che andavo a riassumere, interpretare e commentare, ma sempre seguendo il filo conduttore della narrazione, fondamentale da preservare.

Una domanda difficile: immagina che a lei venga concesso di passare ancora un pomeriggio sulla terra, e che tra le altre cose legga il tuo libro. Poi, continua a immaginare, che lei torni lassù e ti chiami (trova una nuvola dove il segnale è buono): «Ciao Isabella sono Grazia, ho letto il tuo Il Viaggio e volevo dirti che...». Credo mi emozionerei talmente tanto che cadrebbe la linea!

Sapevo che avresti risposto con la tua modestia! In realtà il tuo libro è molto apprezzabile anche perché è un po’ come leggere le opere di Deledda ad una maggiore profondità. Si ha la completezza del romanzo originale, con quel qualcosa in più, non solo per capire meglio, non solo una luce guida, ma i retroscena, il dietro le quinte, tutti i retro-pensieri che arricchiscono la lettura. Un’opera molto originale, forse unica; era una tua esigenza interiore, un desiderio di approfondire e svelare qualcosa in più? Era ed è un desiderio di condivisione di tutta la bellezza che io ho trovato nei suoi romanzi, e di parlarne, in quel colloquio particolare che si instaura fra autore e lettore.

Nel tuo libro il tema portante è il viaggio, come giustamente occhieggia nel titolo. Per te viaggio è? No, aspetta, puoi rispondere con una parola soltanto! Vita!

Lo so, non potevo farti affronto più grande che farti rispondere con una parola sola! infatti il viaggio per te è tutto un mondo. Esteriore e interiore, temporale e fisico; per i personaggi è uno spostarsi forse anche cieco e ostinato, che non è mai dritto alla meta, almeno non nella meta attesa. Facciamo sempre un viaggio cieco? Credo piuttosto sia miope. Ma, a volte, per una misteriosa angolatura che non sempre si sa da dove derivi, la visione si schiarisce. Ed è quella chiarezza improvvisa ed effimera che dà senso al buio precedente e seguente, e che mostra quello che Grazia Deledda definisce come l’orizzonte vero che è al di là, al di là, e noi lo intravediamo solo nei momenti di elevazione, quando (…) una misteriosa mano ci solleva, come la mano della mamma solleva il bambino curioso …

Tu ci dici che: “...la bellezza o la bruttezza di ciò che la circondava era data dallo sguardo”, e qualche pagina più avanti riporti riporti le parole della Deledda per bocca della sua Regina: “...la felicità è in noi, non nelle cose ci attorniano”. Pensi che questo sia il messaggio, o uno dei messaggi, che lei ci voleva lasciare? Assolutamente sì. Nel romanzo L’incendio nell’oliveto, riassunto e raccontato nell’ultimo capitolo del primo volume dell’antologia, vi è una frase significativa, oltreché simile: «la verità è dentro di noi, ed è inutile cercarla fra i vecchi o i giovani, se dentro di noi non la ritroviamo»; in Nostalgie, Regina osserva che «ogni lamento è inutile, quando la ragione del malessere è in noi stessi», e ancora, ne La fuga in Egitto si afferma che «Dio è in noi e noi siamo in Dio, e ci intendiamo nel suono stesso della nostra voce». Sono espressioni che richiamano l’attenzione sul valore di noi stessi, sulla forza della nostra coscienza e della nostra più intima persona, ed anche sulla responsabilità che questo valore e questa forza hanno nella nostra vita, nei confronti nostri ed anche degli altri.

“Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”. Tu sai benissimo da dove viene questa frase, ricordalo a tutti, se vuoi. Ti volevo invece chiedere se dopo un secolo la trovi sempre attuale, o aggiungeresti qualcosa? Questa frase, espressa nella motivazione per la quale Grazia Deledda ha vinto il Premio Nobel, credo rappresenti il valore aggiunto dello stesso Premio, in particolare il secondo assunto, che trovo non solo estremamente attuale, ma anche perfettamente esplicativo, pur nella sua sinteticità.

Le presentazioni del tuo libro, che stai portando in giro per tutta la Sardegna, rompono gli schemi. Normalmente ci si presenta con un’intervista. Tu invece interpreti un monologo, tuo e di Grazia Deledda, un vero proprio atto unico teatrale. E il teatro è magia, sarai d’accordo, e tu magicamente fai apparire la famosa scrittrice davanti al pubblico con voce e gesti quasi suoi. Puoi svelare ai lettori di Tottus in Pari il tuo segreto? Ti ringrazio molto per questo bellissimo complimento. Io amo il teatro, ed amo raccontare le storie perché, a mia volta, ho sempre amato ascoltare le storie ed i racconti. Ho quindi cercato una formula che desse valore al racconto e che fosse il più possibile fedele alla struttura dell’antologia, scrivendo per questo i miei monologhi, e raccontando ed interpretando di volta in volta i personaggi narrati. La scrittura, come anche il teatro, non sono mai solo per l’autore o l’attore, ma anche e soprattutto per lo spettatore ed il lettore. Questa è stata la strada che ho preferito perseguire per presentare i miei libri, e sono felice che si stia rivelando una buona strada.

La questione femminile: si dice che una donna per essere considerata brava debba essere eccellente. E si dice anche che nel secolo scorso, giammai potrebbe succedere ora, lei sia stata osteggiata perché donna. Persino gli austeri professori di Stoccolma in oltre centoventi anni hanno assegnato agli italiani venti premi Nobel: diciotto uomini e due donne! La Deledda e le Montalcini. Ci pensi, un secolo fa, affermarsi come donna, e come scrittrice, quanto è stato complicato? Mentre oggi... ti chiedo, come autrice attuale... Paradossalmente, temo fosse più semplice in passato, che ora. Il femminismo è una questione complessa, controversa, ma io ho sempre pensato che se una donna ha le capacità, può arrivare dove desidera. E nel passato, gli esempi sono numerosi: si pensi alla madre di Italo Calvino, la sassarese Eva Mameli Calvino, prima donna italiana a conseguire, nel 1915, la libera docenza all’università; a Rita Levi Montalcini, che tu giustamente citi; a Marie Curie, a Selma Lagerlöf. E a molti altri nomi. Al giorno d’oggi, invece, credo che il femminismo si sia svilito, sia divenuto quasi fuorviante, basandosi su principi come, ad esempio, le c.d. “quote rosa”, che non esaltano il diritto della donna a partecipare a certe professioni, ma viceversa, imponendone l’obbligo, indirettamente ne sviliscono le capacità; anche soffermandosi solo sulla questione linguistica, credo che la femminilizzazione dei nomi di certe professioni, fatta superficialmente, a volte semplicemente cambiando una “o” in una “a” (sindaco/sindaca etc.), sia forzata, oltreché spesso cacofonica, e assolutamente inutile, perché svia il problema, fra l'altro, a mio parere, anche ridicolizzandolo. Queste dinamiche possono contribuire a svilire la donna, anziché tutelarla e proteggerla da un maschilismo che spesso è stato imperante. Ed in questo quadro, per una donna, emergere credo sia ancora più complicato.

Alla fine sarà la letteratura che ci salverà? Nelle tue note biografiche dichiari che sei “fervida sostenitrice valore della letteratura a livello umano, psicologico, pedagogico, sociale e scolastico”, a parte che sono assolutamente d’accordo con te, chiuderei l’intervista su questo valore imprescindibile. C’è un grande teorico bulgaro della letteratura, Cvetan Todorov, il quale, alla domanda sul perché amasse tanto la letteratura, rispondeva «perché mi aiuta a vivere», e proseguiva «siamo fatti tutti di ciò che ci donano gli altri. In primo luogo i nostri genitori e poi quelli che ci stanno accanto; la letteratura apre all’infinito questa possibilità d’interazione con gli altri e ci arricchisce, perciò, infinitamente. Al di là di essere un semplice piacere, una distrazione riservata alle persone colte, la letteratura permette a ciascuno di rispondere meglio alla propria vocazione di essere umano». La letteratura, in questo caso dunque la letteratura che emerge dai romanzi di Grazia Deledda, diventa così lo specchio della realtà, nel quale confluiscono sentimenti, emozioni, storie, vicende, personaggi, azioni e pensieri nei quali ciascuno, rispecchiandosi, può trovare parte di se stesso, ricordare determinati sentimenti, o sperare di provare determinati sentimenti, e in taluni casi addirittura comprendere meglio i meccanismi, spesso sfuggenti e misteriosi, che regolano le relazioni umane. E ritrovare parte di se stessi significa essere meno soli. Io mi sono sentita spesso meno sola, leggendo Grazia Deledda. Ed ho voluto scrivere questo libro per divulgare ciò che avevo colto nella sua opera, affinché chi lo legga possa, in qualche modo, sentirsi meno solo come mi sono sentita meno sola io, leggendo i suoi romanzi.

Isabella Mastino pagina facebook: Isabella.Mastino.Litteralex

Biografia. Isabella Mastino nasce a Sassari il 23 gennaio 1985. Dopo la maturità classica e lo studio del pianoforte al conservatorio, intraprende e porta a compimento studi giuridici, conseguendo a ventitré anni la laurea in giurisprudenza, a ventisei il titolo di avvocato, a ventotto il titolo di dottore di ricerca, concentrandosi sul diritto antico, analizzato e confrontato col diritto moderno sotto gli aspetti sostanziali e linguistici.  A tali studi, tuttavia, affianca un personale, profondo ed ininterrotto percorso di ricerca letteraria concentrato, negli ultimi anni, sulla letteratura sarda, che la porta a studiare l’intera opera di Grazia Deledda, unitamente allo studio dei romanzi di altri autori, sardi, italiani, inglesi e russi.

Fervida sostenitrice del valore della letteratura a livello umano, psicologico, pedagogico, sociale e scolastico, elabora un progetto di scrittura saggistica e narrativa che vede la pubblicazione di due volumi antologici su Grazia Deledda, autonomi e indipendenti, ma uniti da consequenzialità strutturale e sostanziale: “Ma io non vedevo quella luna” – Breve antologia di Grazia Deledda, e “Il viaggio” – Breve antologia di Grazia Deledda – volume secondo.

L’intento perseguito è quello di valorizzare le opere e le storie narrate da Grazia Deledda al fine di trasmetterne il significato con un’opera divulgativa che possa avvicinare alla scrittrice Premio Nobel anche coloro che ancora non ne conoscono la grandezza ed il valore.

Pier Bruno Cosso