Quando dovevano fare il pane, mia mamma e le mie sorelle grandi Erminia e Ersilia si alzavano presto, io che ero la più piccola restavo a letto a dormire, e quando mi svegliavo il moddizzosu profumato era già pronto per mangiarlo col latte, una volta mi sono alzata presto pure io e mi hanno fatto partecipare alla preparazione:

Una volta alla settimana, ogni venerdì, si faceva il pane necessario a sfamare tutta la famiglia e pure a regalarlo a chi ne aveva bisogno, veniva sempre Elenedda a aiutare, la vicina di casa, s’aggiudu torrau lo chiamava mamma, era il momento migliore per parlare di tutto quello che succedeva nel vicinato, mica c’erano i giornali per leggere le notizie, Elenedda poi, era povera e non aveva il forno a casa sua e abitava in tre stanze dove vivevano in 6 tutti insieme, terminato il lavoro andava via con la corbula piena di pane caldo.

Anche noi eravamo molti a casa, oltre a me c’erano altri otto figli, anzi sette perchè Giovanni il più grande era andato a studiare in seminario per diventare prete, babbo non voleva, i figli lui li aveva fatti per aiutare in campagna, con tutto il lavoro che c’era da fare. Mamma invece era contenta, perchè Giovanni non era fatto per i lavori pesanti, ogni volta che da bambino gli parlava di Gesù morto sulla croce si metteva a piangere come una femmina.

Quando mio babbo Stefano e i miei fratelli tornavano a casa dopo aver lavorato tutto il giorno in campagna, erano stanchi e affamati, il pane non doveva mai mancare a tavola e neppure la minestra che mamma faceva con la fregula.

Una volta, in questa grande casa campidanese dove ancora vivo, c’era la cucina col forno a legna, il pane veniva preparato li’, e se chiudo gli occhi la vedo ancora, era una stanza piccola con le pareti rosa annerite dal fumo dove erano appesi gli strumenti per la preparazione del pane, in un angolo c’era un paiolo di rame annerito anche lui dal tempo e dall’uso dove mamma preparava la sapa, in un altro angolo una credenza celeste e un tavolo al centro che serviva per impastare e per setacciare la farina.

Dalla finestra si vedeva il giardino con le piante di arancio e limone, la buccia dell’arancia non si doveva buttare, si appendeva al camino finchè non si seccava bene e poi la usava macinata per preparare i dolci.

Per accendere il forno serviva molta legna e anche se ero piccola, quello era compito mio, mi arrampicavo sulla scala fino al solaio dove erano accatastate le fascine di legna, e le buttavo di sotto, una volta sono pure caduta ma non mi sono fatta nulla, pero’ mi sono presa un bello spavento !

Mia mamma prima di preparare l’impasto si faceva il segno della croce e diceva in fretta in fretta una preghiera che pero’ non ho mai imparato perche’ la recitava sottovoce e solo dopo iniziava a impastare, metteva insieme la semola, la farina e su frammentu in una scivedda di terracotta, aggiungeva l acqua, a pagu, diceva, che se la deve bere tutta prima di metterne altra e con le nocche delle mani impastava con tutta la forza che aveva, le maniche della camicia arrotolate con  le braccia nude fino al gomito e quel ciuffo di capelli che le sfuggiva dalla crocchia, era bella mia mamma, Giuseppina si chiamava, io la guardavo lavorare seduta nella sedietta accarezzando il gatto che faceva le fusa sulle mie ginocchia.

La lavorazione durava a lungo, restavo incantata a vedere come l’impasto si trasformava e diventava una palla morbida e elastica, me ne dava sempre un pezzetto e io per gioco facevo una bambolina, ma di nascosto ne mangiavo un po’ perchè sembrava cingomma.

Con l'impasto mamma creava delle piccole pagnotte che adagiava in su canisteddu, il cesto di fieno, quello grande con i disegni dove prima aveva steso un telo bianco come un lenzuolo e aveva cura di separare l’impasto perche’ diceva, lievitando poteva attaccarsi, su ciascuna  faceva il segno della croce e poi lo copriva con un altro lenzuolo e io le dicevo che sembrava come quando mi rimbocca le coperte prima di dormire.

Quando il forno era pronto per cuocere il pane lo capivo anche io, mamma lo puliva con una scopa fatta col lentischio, su moddizzu, la bagnava e poi la passava sulla superficie bollente, quando l’acqua diventava fumo si mettevano le forme del pane che si gonfiavano col calore del fuoco e cambiavano colore, la cucina si riempiva di un profumo che mi faceva venire fame e allora mamma prendeva un pane lo tagliava a meta’ versava in mezzo l olio buono, quello che faceva babbo con le olive di Sa Tanca, aggiungeva sale pepe e lo rimetteva in forno.

Buono eh ? Mi chiedeva, e io la guardavo e facevo si con la testa perchè avevo la bocca piena.

Ogni riferimento a fatti e personaggi non è puramente casuale, testo tratto liberamente dai racconti di una bambina di 80 anni fa, mia mamma Maria Rosaria Picci.

Andrea Spiga

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