Disegnare e dipingere: è un binomio vincente per narrare sé stessi e per esprimere ciò che si prova senza perdersi in lunghi, sterili discorsi.La Sardegna è una terra florida, dotata di una grande percettibilità artistica. Silvia Maxia che vive di emozioni vigorose, ne è figlia legittima. E da questo stato d’animo, sin da piccola, è zampillato l’amore per la pittura.

La ventinovenne talentuosa artista che porta spesso oltre la Sardegna il suo credo, ha iniziato a dipingere per passione ed oggi il balzo verso l’arte è divenutala sua principale ragione di esistenza. “Ho cominciato a disegnare, come passatempo. Mi attraevano molto i colori: i miei genitori, al tempo, lavoravano entrambi e spesso, per trascorrere il tempo al pomeriggio, invece che guardare la tv disegnavo.”


All’età di cinque anni, ricevette in omaggio un libro sui pittori Impressionisti, da parte di un amico di famiglia,  che era colpito dalla passione della piccola verso questa disciplina. “A 6 anni avevo fatto una supplica peculiare: desideravo una tela con dei colori. Poco dopo, avevo già concretizzato una natura morta, forse ispirandomi a Van Gogh”.

Nata a Ghilarza, cresciuta ad Abbasanta, Silvia ha dieci anni quando torna ad Ardauli, paese d’origine della sua famiglia. Le scuole medie sono una fase complicata per lei. “Ci metterei, se potessi, una bella croce sopra – riferisce – a scuola non riuscivo a plasmare dei legami, mi sono sentita messa da parte. Giungevo da un paese più grande ed ero per questa ragione isolata”.

Silvia si rinserra in casa e sfoga quel disagio tratteggiando. A scuola continuano a prenderla in giro: “Mi dicevano che ero brutta, che dovevo tornare da dove ero venuta, che non meritavo neanche di vivere, dovevo sparire dalla circolazione. E io non volevo esistere più”.

A 13 anni un episodio vincola per sempre la sua vita. Durante l’ora di educazione fisica, mentre gioca a pallavolo, si lesiona in modo grave l’anulare destro. “Non riuscivo più a scrivere, né a disegnare. Avevo la mano fasciata e il dito steccato. Un problema che mi ha ulteriormente soffocato e che si è aggiunto alle complessità di quel periodo”.

Si è poi iscritta all’Istituto d’Arte Carlo Conti di Oristano, dove si sono diplomati parecchi pittori sardi che hanno poi conquistato un ruolo nell’arte contemporanea. “Lì ho avuto professori unici per il mio progresso, che hanno affinato i miei apprendimenti e le mie tecniche in materia artistica, fornendomi un ottimo bagaglio culturale in fatto d’arte. Per questo gli sono grata tutti i giorni. Se qualcuno oggi mi definisce artista è anche grazie ai loro insegnamenti”.

Silvia incontra un docente colto, che la spinge a inseguire la sua inclinazione e a trasformarla in una passione: Alessio Fadda, professore al liceo scientifico e pittore oristanese scomparso diversi anni fa, le fa abbracciare e approfondire il mondo dell’arte.

L’amore della sua famiglia la rasserena sempre, una forza di volontà granitica e una caparbietà forgiata sono elementi sostanziali per oltrepassare le avversità dell’adolescenza. Nonostante la sua mano non guarisca. Ha una lesione permanente che la obbliga a portare un tutore dinamico rivestito da lei con del tessuto sardo. “Disegnare non è semplice. Ho una grandissima difficoltà. Se l’ispirazione mi porta davanti alla tela, dopo un paio d’ore mi devo bloccare perché ho male alla mano” spiega.

Le incrinature della sua giovinezza la segnano nel profondo. Decide di manifestarle in un quadro per rendere percepibile un’afflizione che a volte rimane silente, non detta, taciuta. In “No al bullismo” le ferite non sono solo quelle del corpo, ma sono soprattutto quelle dell’anima: “È una piaga che continua a colpire. Ogni volta che un’altra ragazzina prova ciò che ho provato io, riesamino quei momenti che ho vissuto”.

Sono temi rilevanti, riflessioni robuste che sradicano la sua genialità. Donne sopravvissute alla violenza di uomini che non le amavano, trucidate in nome della religione, ribelli che duellano con la vita. Come nell’opera “I’m Princess” in cui ritrae una bimba che ha perso i capelli per la chemioterapia. Perché le vere principesse non sono quelle delle fiabe, ma sono fanciulle, donne che affrontano gli ostacoli senza darsi per sconfitte. Lottano contro belve come il cancro e hanno bellezze potenti quali il coraggio e la vitalità.

La maturità artistica dà a Silvia una grande chance: quella di insegnare arte. “Dopo il diploma di maestra d’arte ho avuto una splendente opportunità di lavorare nella cooperativa sociale del mio territorio: per circa cinque anni ho insegnato a bambini e anziani diverse tecniche, sia pittoriche che plastiche, facendo dei progetti e laboratori con loro, sempre molto riusciti.”

Dopo tanto studio, Silvia comincia a esporre le sue opere e a far comprendere al pubblico il proprio talento. Ha preso parte a diverse mostre, principalmente collettive d’arte. La prima volta nel 2009, esponendo a una mostra d’arte organizzata da lei e dall’amministrazione comunale di Ardauli, che si è rinnovata per anni. “Un’emozione enorme  – racconta – non ci potevo credere. Era il mio sogno da bambina: vedere una mia opera fuori dalle mura di casa. Qualcosa che mi sembrava irrealizzabile”.

Espone poi in tutta l’Isola e non paga, varca il mare. Bologna, Firenze, Sanremo, Salerno sono alcune delle città che accolgono la sua arte. “Esporre fuori dalla Sardegna è più facile. In Sardegna è macchinoso. Se poi sei donna e per giunta giovane è un’impresa. Mi sposto perché voglio confrontarmi, ampliare i miei orizzonti e portare la mia terra fuori dai suoi confini”. confida.

Disegnare per Silvia è principalmente una valvola di sfogo: è qualcosa che sente dentro e che vuole divulgare agli altri attraverso un’immagine. “Voglio parlare di qualcosa, ma senza appesantire il tutto con termini che volano, auspico fissare dei concetti che mi colpiscono con un’immagine. Desidero trasmettere quello che ho dentro attraverso i miei lavori, senza presunzione. Per me disegnare è tutto, mi rende libera e felice, senza il disegno o la pittura non sarei io.”

Massimiliano Perlato

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