Sono passate poche ore dalla conclusione del Festival Letterario Isola delle Storie numero sedici. La sensazione è quella di esservi ancora all’interno. Solo chi resta conosce il suono del silenzio successivo al Festival. Un silenzio fatto anche di immagini, di persone, di vezzi e di sguardi pensierosi, nelle attese e negli incontri. Nei chiacchiericci lungo le vie, negli intermezzi musicali e nelle voci degli autori propagarsi per il centro storico, come attrattori magnetici.

Vieni da me, ho qualcosa da raccontare, ho un libro da leggere, ho la mia esperienza e la mia visione del mondo da trasmettere. E’ un punto di ritorno e un punto di partenza il Festival, perché lo aspetti tutto l’anno ed ogni volta ti cattura per quattro giorni e poi ti molla. Sedotti e abbandonati dalla cultura. Così sembra, così appare a distanza ravvicinata.

La realtà è che tutto quello che hai visto e sentito, pur celatamente, negli spostamenti affannosi per raggiungere una piazza o un balcone, sotto il sole di un luglio tropicale, alla fine ti rimane. Sedimenta e riemerge, e fa male. Fa male la saudade di un’altra esperienza andata e conclusa, che devi attendere un altr’anno. Fa più male quando ripensi ai temi che hai ascoltato, alcuni nuovi, altri conosciuti, ad ogni modo penetranti.

Ripensi a quel rapporto di amore e odio tra madre e figlia sotto le “Stelle di Capo Gelsomino” di Elvira Serra. Alla madre “Cattiva” di Rossella Milone. Alla gravidanza vissuta dall’uomo raccontata da Stefano Sgambati. Al trafficante di uomini che si proclama innocente di Francesca Mannocchi. Ai messaggi solidali per le comunità LGBT negli stessi istanti in cui Cagliari si tingeva d’arcobaleno. Al vento di Maurizio De Giovanni, all'incredibile vita di un astronauta come Paolo Nespoli, tanto straordinaria da farti sentire davvero piccola rispetto al cosmo.

La cultura ha la capacità di pungerti, di abbattere il tuo sistema immunitario, di manifestare la tua umanità. La “cultura salverà l’Italia”, hanno detto Marco Tullio Giordana e Lirio Abbate. Salverà anche la Sardegna. Perché un Festival come questo è di persone umane, è per umani, si auspica riproducibili all’infinito nell’isola e nel resto del mondo.

Gavoi è un luogo piccolo, anche un libro è un piccolo oggetto, lo è anche la pietra a contatto con l’acqua, che dopo l’urto rimbalza e genera onde di diametro via via sempre più grandi. Piccoli urti che creano sostanziali cambiamenti sulla superficie delle cose. E’ ciò che accade prima, durante e dopo. E una comunità che cambia, che si apre agli altri e che sa accogliere, è una comunità positiva, per se stessa e per chi ha attorno.

Di questa positività culturale vorremmo e dovremmo riempirci tutti i giorni dell’anno. Una positività agrodolce quando sul finale, con la bossa nova di João Gilberto che dall’aldilà ci suona la sua “Garota de Ipanema”, attendi già il numero diciassette, altri incontri, nuove storie e altre parole, lasciate con leggerezza sospese nell’aria ma che ci impressionano dentro, pesanti come un blocco di perda. Speriamo, per tante altre volte ancora.

 

Foto credits Natascia Talloru

 

Autore dell'articolo
Natascia Talloru
Author: Natascia Talloru

Barbaricina dalle radici profonde, con lo sguardo rivolto verso il mare. Chimico farmaceutico di formazione, mi interesso di medicina alternativa, terapie naturali, alimentazione. Amo l’arte in tutte le sue forme, personalmente la esprimo attraverso la scrittura, la musica e la fotografia. Mission: comunicare che conoscenza e cultura sono essenziali per la vita, come l’aria che respiriamo. “E questa terra, una terra che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca. Guai a chi me la ruba, guai a chi me la invade.”

Su Twitter: @na_talloru

Dello stesso autore: