Gennaio 23, 2019

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    Sardi nel mondo

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    Faceva freddo quel 1 gennaio 1944, ma Dionigi Puddu non ci fece così caso. Si strinse nel suo cappotto grigio verde e continuò a camminare. Aveva preso il treno da Cagliari, lasciandosi le macerie del capoluogo alle spalle e prendendo la via dei tanti sfollati che ripiegavano verso l'interno. Arrivò a Isili, con il treno, e dovette proseguire per Seulo, per tornare a casa. Quel tratto, percorso a piedi a passo svelto, sembrava interminabile.

    Aveva avuto paura, in quei quattro anni di guerra mentre il pensiero dei genitori era tornato più di una volta ma era prevalso in lui l'ottimismo di chi voleva tornare a rivedere i sorrisi dei suoi cari. 

    La sua era una famiglia di torronai, dal  1895. Il padre, Salvatore Puddu, coltivava il grano a Seulo, dove si pescavano, in gran quantità, anguille e trote. Aveva combattuto nella prima guerra mondiale e, in più occasioni, mentre le lacrime gli rigavano il volto, aveva raccontato de "sa famine 'e Spoleto" quando tutti loro, allo stremo delle forze, raccoglievano le bucce delle patate per poter mangiare qualcosa. 

    Ci aveva ripensato, Dionigi, a "sa famine 'e Spoleto" quando dopo la ritirata anche lui, insieme ad altri, patì la fame. 

    Erano tantissimi i pensieri che gli affollavano la mente, quel primo dell'anno, quando la guerra ancora non era finita. Ancora tanti eventi avrebbero scosso l'Italia ma lui poteva dirsi sicuro: stava tornando ad abbracciare la sua famiglia. 

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    Ogni volta che torniamo, aspettiamo con ansia il momento dello sbarco. Ci coglie questo sentimento, che si scioglie poi nel sollievo, sentendo sotto i piedi la nostra terra. Nel momento della partenza, invece, il magone ci assale. Figuriamoci com'era un tempo, quando "zumpare su mare!" era un fatto eccezionale, un salto verso l'ignoto. E' un timore antico, da isolani, che ci portiamo dentro. Un timore che è diventato paura e dolore per centinaia di migliaia di persone in questo dopoguerra, quando hanno preso la strada dell'emigrazione. Migliaia di storie: ognuno ha i suoi ricordi, la sua personale esperienza.

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    Maria Adelasia Divona, nata a Nuoro 39 anni fa, è cresciuta a Sassari. Il padre è originario della provincia di Rieti. La madre è di Bono. Nel suo dna, l’emigrazione: vive in Friuli dove svolge l’attività professionale di sociologa con un passato da atleta come giocatrice di pallamano ad Enna. Laurea in Scienze Politiche all’Università di Palermo, e poi il dottorato di ricerca in sociologia ma, soprattutto, l’incontro con i Gesuiti dell’Istituto di Formazione Politica “Pedro Arrupe” di Palermo, presso il quale ha frequentato il master in politiche pubbliche e ha avuto la possibilità di specializzarsi in Spagna e negli Stati Uniti. Ora che vive in provincia di Udine, ha imparato a sentirsi a casa e vicina affettivamente a quei sardi che in queste terre hanno fatto la storia con la Brigata Sassari nella Prima Guerra Mondiale. E del suo forte legame e il senso di appartenenza ai “Dimonios”, è nato quell’ambizione di avvicinamento alla carriera militare.

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