- Simone Tatti*-

 

Usciva al cinema nell’ormai lontano 2004 una commedia diretta da Giovanni Veronesi e abilmente interpretata da Silvio Muccino, Violante Placito ed Elio Germano. Tra i temi trattati nei quasi 100 minuti di accativante pellicola spiccava, di già, quello che col tempo si sarebbe dimostrato essere l’interrogativo di un’intera generazione. Giovani non poi cosi tanto giovani che per la prima volta si trovano innanzi ad importanti scelte di vita, un contesto difficile, tante aspettative e uno stato di sconforto interiore la cui causa era riconducibile alle poche certezze legate al proprio futuro. 

Una generazione protetta dai propri genitori, forse poco abituata a lottare, caricata di aspettative eccessive a tratti diventate illusioni. La quasi convinzione che il futuro potesse essere migliore in tutto e per tutti. Difficoltà superate, troppo spesso, grazie all’ausilio delle famiglie che hanno cercato, in qualche modo, di sopperire alla temporanea mancanza di opportunità venutasi a creare a causa della difficile situazione economica attraversata, ma che col trascorrere del tempo è diventata insostenibile. 

Ed è cosi che i ventenni di allora sono diventati i trentenni di oggi, gli stessi che semplicisticamente sono stati definiti choosy, bamboccioni o sfigati da chi, senza cura né cognizione, ha avuto l’ardire di pontificare, elargendo giudizi frettolosi ed errati su giovani che hanno dedicato gran parte della propria vita allo studio e alla formazione e che ora si ritrovano con un grosso bagaglio formativo ma con l’assenza di contesti nei quali spenderlo. 

Una generazione in scacco, vittima di mancati compromessi generazionali e capro espiatorio dell’attuale situazione congiunturale. Un insieme di giovani che cercano di sopravvivere sperando che il peggio sia passato: diversi sono disoccupati, pochi hanno avuto la fortuna di trovare una stabile occupazione, ma la maggior parte di loro sono vittime del precariato e di retribuzioni che non garantiscono una adeguata indipendenza economica. Sarebbe dovuta essere l’età dei mutui, delle case, delle famiglie, dei bambini, invece non è così. Anni trascorsi immobili ad aspettare che qualcosa cambi e a rimandare il futuro senza poterlo pianificare. 

A livello regionale sono giunti i primi interventi della giunta volti a tamponare la preoccupante situazione occupazionale. La scorsa settimana, infatti, il governatore Francesco Pigliaru e l'assessore al Lavoro Virginia Mura, hanno illustrato le linee giuda di un progetto che mette in campo 54,181 milioni di euro destinati a favorire la formazione e l’inserimento nel mondo del lavoro di circa 50 mila giovani sardi di età compresa tra i 15 e i 29 anni. Intervento che fa da eco alle misure già annunciate dal premier Renzi sempre destinate agli Under 30. 

Pare evidente che nella risoluzione della piaga occupazionale le priorità politiche siano state chiaramente delineate. Tuttavia, ciò che a me come a molti altri “non più giovani” pare poco chiaro è se tra le misure in fase di studio ve ne siano alcune volte a favorire l’occupazione di chi 30 anni li ha compiuti e per questo non può più essere considerato giovane. Ed inoltre, come mai gli aiuti sono strutturati principalmente in base all'età e non alle competenze o ai segmenti di mercato? Ed infine, che misure saranno adottate a favore dell’esercito di “invisibili” precari e sottopagati che, di fatto, non si trovano nelle oggettive condizioni di pianificare il proprio futuro?

In altri termini: Che ne sarà di noi?! 

*FocuSardegna