-Irene Bosu*-

Un venerdì come altri. A Orune, quella mattina, la strada pullulava di ragazzi in attesa del pullman per andare a scuola. Voci, colori, musica negli auricolari. Qualcuno leggeva, altri avevano paura per il compito in classe o ripassavano per l'interrogazione di fine anno. Scene di assoluta normalità. Poi improvvisamente, le voci e i colori lasciano il posto al grigiume e al silenzio surreale, squarciato dalle urla, dall'odio e dal sangue. Il sangue di un ragazzo, morto nel corso di una sparatoria dai contorni oscuri.

Tre fucilate che pesano come un grosso macigno. Ogni morte codarda, dettata dall'inumana ferocia di un altro essere umano, assume gli inevitabili tratti di avversione e rigetto a questo tipo di situazioni. La morte di Gianluca Monni, il diciannovenne di Orune, studente dal sorriso smagliante, prossimo alla maturità, rientra in questa categoria collocandosi lungo una rabbiosa e inaccettabile scia di crudeltà, quella che solo la più banale delle ragioni può segnare il suo beffardo cammino.

Se davvero la verità è quella che sembra delinearsi in queste ore, l'omicidio di Orune sarà stato un omicidio dettato dall'odio, da una futile lite riconducibile a qualche mese fa.

E l'odio è come una sostanza letale che pervade ogni centimetro del nostro corpo rendendoci schiavi. Schiavi di quel circolo vizioso che fa si che dall'odio possa generarsi solo altro odio.

Ed è proprio ai ragazzi che si rivolge nella sua omelia il vescovo di Nuoro Mosè Marcia, le sue parole risuonano dure tra le navate del duomo: «È con voi giovani che voglio parlare principalmente, perché chi ha ucciso Gianluca non è un anziano, è un giovane. Non lasciatevi rubare la speranza, combattete contro l’odio con l’amore, contro l’offesa con il perdono, contro la discordia con l’unione. Siate uno strumento di pace perché è l'unico modo di salvare la comunità». Non dobbiamo cadere nella trappola. Ciò che è accaduto non si chiama "destino" o "maledizione divina" e soprattutto non deve essere usato come uno spot.

Occorre un cambiamento culturale che richiede, però, l'impegno e il coraggio da parte dell'intera comunità. La speranza è che, quando il circo mediatico lascerà le strade barbaricine, non si torni all'indifferenza ma ci si interroghi e si agisca per fare in modo che mai più si possa morire a diciannove anni, quando la vita dovrebbe essere ancora tutta un libro da scrivere.

*FocuSardegna