Il 21 marzo, data dell’equinozio di primavera, ricorda anche riti pagani lontani. Riporta immagini di libertà e sacralità e allo stesso tempo rimanda alla lotta. In questa data si celebra infatti anche il Newroz, un importante appuntamento per la popolazione del KurdistanTerritorio distribuito tra quattro stati (Turchia, Iran, Iraq e Siria) il cui popolo subisce da oltre un secolo oppressioni dai rispettivi paesi a causa della sua volontà di autodeterminazione.

I curdi, ancora adesso, non possono usare le proprie bandiere o la lingua madre senza essere accusati di propaganda al terrorismo. In modo particolare, le politiche turche sono responsabili nel corso degli anni di molteplici episodi di oppressione armata e violenta che hanno causato centinaia di morti. Il Newroz rappresenta la più alta espressione di volontà all’esistenza e al riconoscimento dei curdi. In questo preciso periodo storico la Turchia di Recep Tayyip Erdogan festeggia le proprie mire espansionistiche oltre il confine, nel martoriato Rojava siriano, a nord-est del paese in guerra dal 2011. Il nuovo califfo ha fatto razzia di umanità nella città curdo-siriana di Afrin dove dal 20 gennaio è in corso un’offensiva delle forze speciali turche e di milizie ribelli loro alleate contro le forze curde dello Ypg. Il 18 marzo la città, capoluogo del Cantone omonimo e simbolo di moralità e dignità insieme a Kobane e Cizre, è stata conquistata dall’esercito turco.

È per questo che non si può restare immobili. Esprimere solidarietà è l’unica arma che a distanza ci resta da utilizzare. Per non indossare, come Comunidade e quindi come comunità gavoese, gli abiti dell’indifferenza. Sempre più forti sono gli interessi degli stati centrali per tenere unite diversità cercando di omologarne le identità. E allora non stiamo a guardare. Esprimiamo solidarietà al popolo curdo che ora soffre più di tutti ma che lotta a nome di tutti.

Esponiamo in occasione del Newroz (che sarà celebrato anche a Cagliari) il 23 marzo 2018 la bandiera del Kurdistan. Fuori dalle nostre case e dalle nostre finestre, nei nostri profili social e WhatsApp. Fuori dal nostro municipio (compatibilmente con le norme vigenti in merito). Un piccolo segno di solidarietà che regala un abbraccio a distanza a tutte le vittime dell’ennesima guerra in cui il buono è sempre il più debole. Una infinita battaglia che distrugge i principi di tolleranza e inclusione, di rispetto e partecipazione rappresentativa e democratica.

«Con l’intento di perseguire libertà, giustizia, dignità e democrazia, nel rispetto del principio di uguaglianza e nella ricerca di un equilibrio ecologico, la Carta proclama un nuovo contratto sociale, basato sulla reciproca comprensione e la pacifica convivenza fra tutti gli strati della società, nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, riaffermando il principio di autodeterminazione dei popoli.
Noi, popoli delle Regioni Autonome, ci uniamo attraverso la Carta in uno spirito di riconciliazione, pluralismo e partecipazione democratica, per garantire a tutti di esercitare la propria libertà di espressione. Costruendo una società libera dall’autoritarismo, dal militarismo, dal centralismo e dall’intervento delle autorità religiose nella vita pubblica, la Carta riconosce l’integrità territoriale della Siria con l’auspicio di mantenere la pace al suo interno e a livello internazionale».

Prefazione Carta Sociale del Rojava

 

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@Roberto Edoardo Mulas