Gennaio 24, 2019

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    Sapori

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    Nunc est bibendum (“è arrivato il momento di bere, Orazio, Ode, 1, 37), perché c’è un vino in Sardegna che toglie la tristezza. Certo, potreste trovare quest’affermazione poco originale, o quantomeno applicabile a molti altri vini, come quelli ottimi prodotti dai toscani e dai piemontesi. Ma quello di cui parlo io è un particolare Cannonau, prodotto nella zona di Oliena, che dichiara i suoi intenti fin dal nome: Nepente, dal greco ne che significa “non”, e pentos che significa “tristezza”.

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    Lo chiamano “caviale del Mediterraneo”, un nome ricco per un prodotto dalle origini povere. Un tempo era uno scarto commestibile, un condimento umile utilizzato dai parsimoniosi pescatori scalzi di Cabras, saggi intenditori, e molto prima di loro dai fenici, che ne iniziarono il traffico, proseguito poi dai cartaginesi. Lo conoscevano anche gli egiziani e i romani, questi ultimi da sempre ingordi di ghiottonerie.

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    In Sardegna, trovare indigeni che non si nutrano di carne è impresa ardua. Non più impossibile, certo. Qualche decennio di civilizzazione ha portato scempi come strade asfaltate, villette a schiera e integerrimi vegetariani. Ma la mia memoria non cancellerà mail il detto: “Di tutti i legumi, quello che preferisco è la salsiccia”Ho provato a scoprirne la provenienza. Ho provate a trovarne traccia in altre culture gastronomiche. Nella grassa Emilia Romagna, per esempio, dove il maiale regna sovrano. Ma niente. Questo modo di dire non l’ho mai sentito uscire dalla bocca di qualcuno che non fosse sardo. Lo usano i vecchi, soprattutto.

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