Marzo 22, 2019

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    Contos de foghile

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    In paese dicevano che era una "bruscia", una "maghiarza", una strega insomma. Non era sposata, viveva con una sorella, aveva i capelli bianchi e uno sguardo selvatico.

    Quando veniva agli incontri dove si raccoglievano storie, canti, tradizioni del paese, lei si sedeva da parte. Non parlava mai, ascoltava poi spariva come un ombra. Così fece per molti incontri, mentre le altre donne raccontavano e cantavano antiche nenie e canzoni.

    Un giorno, credo a causa di un funerale, le donne non vennero all'incontro, venne solo lei ed eravamo soli con il nostro registratore. Lei aveva fiducia in me, parlava in sardo naturalmente e alla fine - nonostante la sua ritrosia - la convinsi a cantare, o meglio, a "lamentare" perchè si trattava di un “attitu”. S'attitu si cantava per esprimere il dolore per il defunto. 

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    A svegliarla, quella mattina, erano stati i latrati dei cani seguiti dalla voce consumata dal tempo di Antoni  che con la gola bruciata dal fumo tentava di mettere a tacere gli animali.

    Era solo un’altra mattina per lei. Un altro giorno, uguale ai precedenti, che avrebbe passato in casa sino alle cinque del pomeriggio quando sarebbe uscita per la Messa per poi rientrare dopo aver magari acquistato qualcosa per una cena leggera e umile.  

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    In certe notti barbaricine, nel Supramonte Dorgalese, quando il cielo è sereno e tutto ciò che circonda la grotta di Ispinigoli tace, si possono udire i lamenti delle anime di giovani fanciulle, sacrificate agli dèi d’Oriente in tempi lontani. Una specie di grotta-tempio, quella di cui parliamo, dove a rappresentare la divinità era un’immensa stalagmite che, fondendosi con la stalattite sovrastante, forma una colonna di circa trentotto metri. Prima in Europa per altezza, e seconda nel mondo, questa opera eretta dalla natura governa il centro di una grande sala dalla sommità della volta fino al pavimento.

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