Storia e archeologia

Stupirsi di vedere una ziqqurat dove nessuno se l'aspetterebbe
Lungo la strada che da Sassari conduce a Porto Torres si trova l'unica ziqqurat del Mediterraneo

Se vai in Egitto sai di trovare le piramidi. Se passi per la Grecia, te lo aspetti che prima o poi finirai nei pressi di qualche tempio dalle massicce colonne. A Roma, vuoi non incappare nelle gradinate a mezzaluna degli anfiteatri?Così, se passi per i territori che anticamente formavano la Mesopotamia, non ti aspetti di beccare un nuraghe. Eppure in Sardegna, dove amiamo non farci mancare niente, dal mare alla montagna e dal deserto al canyon, sovvertiamo tutte le aspettative esibendo una struttura tipica della Mesopotamia: una ziqqurat, l’unica del Mediterraneo.Si trova in una vasta pianuralungo la strada che da Sassari conduce a Porto Torres, ed è uno dei monumenti preistorici più antichi della Penisola. A segnalarne l’esistenza nel 1950 fu Antonio Segni, all’epoca Ministro dell’Istruzione, che parlò all’archeologo Giovanni Lilliu di una misteriosa montagnola situata in una delle sue tenute, precisamente nella pianura della Nurra, in località Monte d’Accoddi.

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Il Castello di Medusa: da castrum bizantino a castello di frontiera

Situato nel medievale Giudicato di Arborea, il castello di Medusa rappresenta un unicum nel suo genere. Il complesso fortificato, situato nel territorio tra Samugheo e Asuni,  sorge sul colle calcareo Sa conca ‘e su Casteddu, a picco sulla gola formata dal Rio Araxisi, in epoca tardo romana con l’obiettivo di controllare le comunità indigene della Barbaria. Il castello è oggi facilmente raggiungibile seguendo l’itinerario che parte dal centro di Samugheo.

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La difesa elettronica tedesca in Sardegna nel 1943
L'impianto di Monte Agumu-Pula

Nella primavera del 1943, allo scopo di prevenire le sempre più numerose puntate offensive dei bombardieri e dei caccia alleati su obbiettivi militari, civili ed infrastrutturali della Sardegna, venne creato un sistema di scoperta e difesa elettronica che, unitamente alla rete di avvistamento dislocata in punti dominanti della costa sarda, permetteva di fornire un preavviso di alcuni minuti, utili ad una reazione di intercettamento e contrasto della caccia italo-tedesca basata su aeroporti isolani, oltre che di quella delle batterie costiere.

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Sui passi del Conte Ugolino. Il castello di Acquafredda

Per risalire il sentiero che si arrampica sul pendio snodandosi tra i sassi lavici avvolti nella macchia mediterranea, bisognava camminare a passo svelto, per almeno mezzora; si svoltava poi a destra dove si apriva un’imponente muraglia costellata di torri con all’interno un borgo. Ma bisognava ancora salire i 32 scalini in pietra lavorata e arrivare così a un pianerottolo  dal quale ancora, una volta superato il ponte levatoio si giungeva all’interno di una rocca che nel tempo ha assunto tratti quasi mitici: il castello di Acquafredda. Ci troviamo a circa tre chilometri da Siliqua, in cima a un cono vulcanico, a 253 m. sul livello del mare; sotto di noi, ai piedi della collina, sorge la chiesa di S. Barbara di Acquafredda e, ancora,  davanti ai nostri occhi, a 360° un panorama immenso che permette di dominare visivamente l’antica curadorìa del Cixerri che comprendeva 39 paesi o ville. A testimoniare per la prima volta l’esistenza della villa di Acquafredda è la donazione vittorina del 1089 in cui il giudice di Cagliari Costantino II donava ai monaci Vittorini di Marsiglia una serie di chiese fra le quali la “ecclesiam sanctae barbare de aqua frigida”.  Fu una fonte di acqua freschissima a dare infatti il nome al borgo prima e  al castello poi.

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Fare fuoco e fiamme dentro un nuraghe
Ma i miei minuti antenati, come diavolo facevano a portare in cielo massi così grandi?

In qualunque punto della Sardegna voi siate, non avrete difficoltà a trovare nuraghi: ce ne sono più di settemila sparsi per tutta l’isola, distribuiti equamente da nord a sud e da est a ovest, in pianura come in collina. Dovete solo individuare quello meglio conservato nella vostra zona. Prima di raggiungerlo, procuratevi della carta (un foglio di giornale andrà benissimo) e dei fiammiferi. Arrivati al nuraghe, cercate di corrompere il custode in qualche modo, con questo libro alla mano ad esempio, e dite che vi mando io. Se ci riuscite , una volta entrati mettetevi al centro della camera e date fuoco al foglio di giornale: lo vedrete levitare.

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Mastino difende le competenze delle Università sarde
L’Università degli Studi di Sassari e di Cagliari hanno le competenze e i mezzi affinché il cantiere “Archeologia di Monte Prama” possa proseguire fino al 31 marzo 2015.

Il nostro grande Maestro dell’archeologia sarda, il Prof. Giovanni Lilliu, nelle pagine conclusive del suo lavoro del 1977 “Dal betilo aniconico alla statuaria nuragica”, additando la straordinaria importanza del sito di Monte Prama, rivolgeva al Soprintendente Professor Barreca “l’invito di voler tener ben presente il luogo di M. Prama per un esteso e definitivo scavo scientifico per il quale l’Istituto di Antichità archeologia e arte della Facoltà di Lettere dell’Università di Cagliari è disposto fin d’ora, a dare la propria direzione in collaborazione con la Soprintendenza”.

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    Primo piano

    • I 3 martiri sardi menzionati nel Martirologio Geronimiano
      Antico calendario che riporta l’elenco dei martiri venerati nelle diverse località del mondo cristiano, sia in Oriente che in Occidente. Erroneamente attribuito a S. Gerolamo, dal quale ha preso il nome, si tratta in realtà di una compilazione anonima redatta, nella versione originaria, in Italia settentrionale nel secondo quarto del V secolo. Sebbene abbia un carattere assai scarno, il testo contiene le indicazioni essenziali per la celebrazione dei diversi martiri (le cosiddette “coordinate agiografiche”); per ogni giorno dell’anno registra, infatti, il nome di tutti i martiri festeggiati in quella data -si tratta, in genere, della data della morte, che i cristiani consideravano, tuttavia, il dies natalis- preceduto, ciascuno, dall’indicazione del luogo in cui ricorre la celebrazione, luogo che corrisponde, di norma, alla regione o alla città che custodisce l’oggetto che ha ingenerato il culto, ossia il sepolcro del martire.
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    • Dj Fanny: "Baglioni portami a Sanremo"
      Per passione fa il dj e la musica è il suo mondo. Andrea Turnu, di Ales (Oristano), ha 30 anni e da sei gli è stata diagnosticata la terribile SLA. Andrea vive immobile in un letto, ma i suoi occhi non si fermano mai. Dai suoi profili social (il suo account Facebook è significativamente #ConGliOcchi) comunica, lancia proposte, pubblica dirette video, partecipa a campagna di raccolta fondi per la ricerca. 
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    • A Mamoiada la magia dei fuochi di S.Antonio
      I fuochi di Sant'Antonio Abate illuminano il 16 e 17 gennaio Mamoiada, un rito propiziatorio millenario tra il sacro e il profano. Una quarantina di roghi, col suggestivo gioco di luci e bagliori, bruciano fino alle prime luci dell'alba tra slarghi e piazze. Il 17 pomeriggio, dalle 15 fanno, la loro comparsa le figure tradizionali dei Mamuthones e Issohadores, con i giri attorno al fuoco e le processioni danzanti per le vie del paese.
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      Un mondo onirico, fatto di fotogrammi di luoghi in cui sappiamo di non essere mai stati ma per cui vien facile provare quella nostalgia della lontananza che i tedeschi chiamano "Fernweh". Un mondo in cui i personaggi si fondono con la natura e con la casa che, spesso sono uno stesso corpo. Un mondo di ricerca attenta e collaborazioni importanti che fanno di Giulia Achenza, classe 1989, una delle videomaker più promettenti della nuova generazione.
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      Salvatore Cambosu in Miele Amaro, il suo capolavoro, - che possiamo, considerare un’antologia, un catalogo generale dell’identità sarda, della sua storia e della sua civiltà - ora come etnologo e antropologo, ora come demologo e storico, ma soprattutto come narratore e poeta, racconta dall’interno, dal sottosuolo, facendosi portavoce del popolo, una sardità non mitizzante ma ancorata alla realtà. E con essa descrive riti e tradizioni. Fra i tanti temi a lui molto cari e tra i più frequentati vi è il Natale. Ecco cosa scrive in proposito nel capitolo Poesie Natalizie liete e tristi: «Certo, ci vuole proprio un villaggio perché un bambino come Gesù possa nascere ogni anno per la prima volta. In città non c'è una stalla vera con l'asino vero e il bue; non si ode belato, e neppure il grido atroce del porco sacrificato, scannato per la ricorrenza. In città è persino tempo perso andar cercando una cucina nel cui cuore nero sbocci il fiore rosso della fiamma del ceppo. E infine, con tante luci che vi oscurano le stelle, è troppo pretendere attecchisca la speranza che, alla punta di mezzanotte, i cieli si spalancheranno e dallo squarcio s'affaccerà una grotta azzurra...».
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