Infilare la testa nella casa di una fata

Case di fate, appunto. In lingua sarda, Domus de Janas.

“Ci sono buchi in Sardegna che sono case di fate”. No, non è farina del mio sacco, bensì grano di Michela Murgia, che con questa frase apre il suo buon Viaggio in Sardegna. Dico buono non solo perché il libro che cito è bello (se la Sardegna vi appassiona vi suggerisco di leggerlo). Dico buono perché ogni viaggio, su quest’isola, è buono. Che sia reale o metaforico, che sia di vista o di udito, di tatto o di olfatto, di gusto e di pensiero – magari preso per mano, quest’ultimo, proprio da un buon libro – ogni tipo di viaggio in Sardegna è un’occasione presa e ben spesa.

Qui ci proverò io, non so quanto degnamente, a portarvi in quei buchi di cui parla la Murgia. Case di fate, appunto. In lingua sarda, Domus de Janas. Le abitazioni di queste piccole creature leggendarie. Descritte a volte come esseri gentili, altre invece come piuttosto dispettose, si racconta che filassero stoffe preziosissime con telai d’oro, e che custodissero immensi tesori, nascosti nelle grotte, o nei nuraghi, o nei castelli, o nelle tombe (i buchi) scavate nella roccia in cui abitavano. Tombe diffuse in tutto il territorio sardo. Ne sono state scoperte più di duemila (e chissà quante dormono ancora nascoste dalla terra). Alcune sono singole, altre unite internamente da corridoi  che vanno a formare delle vere e proprie Necropoli, in grado di contenere fino a quaranta sepolcri.

Scavate presumibilmente tra il IV e il III millennio avanti Cristo, hanno forme variabili. Possono essere rettangolari, oppure circolari come i nuraghi, e internamente presentano decorazioni: bassorilievi raffiguranti creature divine e disegni geometrici. Forse costruite a imitazione dei rifugi dei vivi (in quanto questo doveva essere il luogo in cui la vita proseguiva), sono edifici dalle tecniche di costruzione ancora misteriose. Fatta eccezione per quelli realizzati negli strati calcarei, abbastanza agevoli da poter essere lavorati, è difficile spiegare come questi popoli antichi fossero in grado di scavare a tal punto rocce dure come il granito, anche considerando il fatto che, per quanto ci è dato sapere, possedevano solo strumenti realizzati in pietra.

Per la sepoltura in questi luoghi si celebravano riti precisi. Il defunto veniva trasferito dalla propria casa in un’altra casa, nella quale, idealmente, la sua anima si sarebbe estesa all’eternità. La Domus de Janas, come un ventre materno, accoglieva il corpo privo di vita che, in una sorta di ritorno alle origini, non so se consapevole visto che all’epoca forse non esistevano ancora le ecografie, veniva sistemato in posizione fetale.

Si pensa che la salma venisse tinta d’ocra rossa, come le pareti interne dell’edificio, e che le si lasciasse accanto del cibo da consumare lungo il viaggio verso la terra dei morti. Di sicuro, si radunavano intorno al corpo del defunto gli oggetti che lo avevano accompagnato nel quotidiano vivere. Dice Lilliu che: “I cadaveri erano sepolti, non di rado, sotto bianchi cumuli di valve di molluschi. Ma tutti portando con sé strumenti e monili  della loro vita terrena: punte di frecce di ossidiana, coltelli e asce di pietra, ma anche collane, braccialetti e anelli di filo di rame ritorto, e tante ceramiche”.

Nel panorama delle Domus de Janas finora scoperte sull’isola, uno dei complessi più importanti è quello di Sant’Andrea Priu, nel territorio di Bonorva. Una necropoli che comprende venti tombe, tra le quali spicca quella detta “del capo” o “del re”, chiamata così non perché sia provato che fosse appartenuta a un capo villaggio, ma perché con i suoi duecentocinquanta metri è la più estesa di tutte. Composta da tre ampie stanze principali, a loro volta circondate da quindici vani di dimensioni più ridotte, la tomba, che sembra risalire a tremila avanti Cristo, fu riutilizzata costantemente nelle epoche successive, fino al tardo Medioevo.

Un’altra importante necropoli è quella di Anghelu Ruju, nella zona di Alghero, composta da trentotto grotte di arenaria (in grado di ospitare dai due ai trenta defunti). Tutte formate da più vani, tranne una, hanno l’accesso a pozzetto, ossia verticale , solitamente munito di gradini che conducono al primo tratto interno. Gli archeologi, rinvenuto il sito e in seguito gli scavi, hanno avuto non poche difficoltà nel fornire una datazione, in quanto la struttura è stata alterata più volte, sia a causa di intrusioni clandestine, sia per l’abitudine della comunità preistorica locale di spostare le vecchie sepolture per fare spazio a nuove tumulazioni. Sulla base dei reperti rinvenuti si è comunque arrivati alla conclusione che la necropoli, scavata presumibilmente durante il Neolitico finale, sia stata sfruttata fino all’Età del Bronzo.

Le tombe di Anghelu Ruju e il complesso di Sant’Andrea Priu sono forse le due necropoli di questo tipo più importanti del Mediterraneo ma, come ho detto all’inizio del paragrafo, di buchi che sono case di fate, in Sardegna, potete trovarne quanti ne desiderate.


 

 

Da “101 cose da fare in Sardegna almeno una volta nella vita” di Gianmichele Lisai

 

 

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Author: Focusardegna

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