Storia e archeologia

L'Altra Storia: il 2 giugno e l'invasione delle cavallette in Sardegna

“L’invasione delle cavallette. Contro le voracissime locuste che infestano molte zone della Sardegna e minacciano di divorare i raccolti sono in corso vere e proprie battaglie. Contadini armati da lanciafiamme attaccano le zone più infestate distruggendo in pochi minuti milioni e milioni di quei terribili insetti“.

 Il 2 giugno del 1946 la Domenica del Corriere accompagnava con questa descrizione una dinamica illustrazione sintesi della piaga che da mesi affiggeva le zone della Sardegna. E’ l’altra storia. Quella che se da una parte celebra, dall’altra sottolinea arretratezza e difficoltà; è quella vicenda che scivola nei meandri di un momento importante, troppo importante per la storia moderna. Perché il 2 giugno 1946 è sintesi del cambiamento. Sintesi di una scelta. Sintesi di una vittoria. Non solo quella della Repubblica sulla Monarchia ma quella del popolo che stringe finalmente in mano, matita alla mano, la propria libertà di scegliere.

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Anonima Sequestri, il rapimento di Fabrizio De André e Dori Ghezzi, 1979
I retroscena del sequestro

«Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile 
grazie a te ho una barca da scrivere ho un treno da perdere 
e un invito all'Hotel Supramonte dove ho visto la neve 
sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete 
passerà anche questa stazione senza far male 
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore»

F.C. De André

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Infilare la testa nella casa di una fata
Case di fate, appunto. In lingua sarda, Domus de Janas.

“Ci sono buchi in Sardegna che sono case di fate”. No, non è farina del mio sacco, bensì grano di Michela Murgia, che con questa frase apre il suo buon Viaggio in Sardegna. Dico buono non solo perché il libro che cito è bello (se la Sardegna vi appassiona vi suggerisco di leggerlo). Dico buono perché ogni viaggio, su quest’isola, è buono. Che sia reale o metaforico, che sia di vista o di udito, di tatto o di olfatto, di gusto e di pensiero – magari preso per mano, quest’ultimo, proprio da un buon libro – ogni tipo di viaggio in Sardegna è un’occasione presa e ben spesa.

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Trovare nelle grotte di San Michele, a Ozieri, tracce della più antica cultura dell'Isola
Espressione di questa società rurale è il culto del bue (o del toro) che diventa il partner della Terra Madre

Ozieri, capoluogo della regione storica del Logudoro, ha visto nascere quella che oggi è considerata dagli archeologi la più importante civiltà della Sardegna prenuragica, che prende il nome di Cultura di San Michele o, appunto, di OzieriTutto cominciò, infatti, presso una grotta di questa località: la grotta di San Michele. Gli scavi qui effettuati, nel 1914 e nel 1949, portarono alla luce testimonianze fondamentali per la Sardegna archeologica, in grado di restituire il profilo di quest’antica ma progredita cultura, che si sviluppò nell’isola in un periodo compreso, all’incirca, tra il 3800 e il 2900 a. C

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Percorrere la scalinata di un pozzo sacro durante l'Equinozio
Alcuni studiosi ritengono che i pozzi sacri siano in generale frutto di un raffinato calcolo teso a determinare l'orientamento astronomico

Stesso periodo e non meno affascinanti delle grosse torri megalitiche. Sono i pozzi sacri: pietre che formano templi per il culto dell’acqua. Si tratta di strutture cariche di mistero, costruite nei pressi di fonti e sorgenti d’acqua, composte da un atrio, solitamente recintato con dei massi, e un ingresso da cui parte la gradinata che conduce al fondo buio del pozzo, non sempre buio, come vedremo a breve. Una sorta di mistica discesa verso l’acqua, fonte primaria della vita. Non abbiate timore di introdurvi in questi spazi: il livello dell’acqua difficilmente supera il primo gradino, e lo spettacolo, comunque, vale molto più di una sola bagnata. Esistono vari tipi di pozzo sacro. Il tipo a Tholos, di forma circolare, è una sorta di nuraghe sotterraneo. Il tipo a Megaron ha invece un perimetro rettangolare, e può essere diviso in più camere, coperte da un tetto a spioventi. 

 

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Lo stormo di Porto Conte
di Paolo Cau, Direttore Archivio Soprintendenza Cagliari

Ti cade sotto l’occhio una pagina del ‘300 e ti punge vaghezza di saperne di più, approfondire, scavare nelle altre fonti dopo questa del Villani (Matteo), la Crónica dell’Anonimo Catalano, la Pisana, l’opera dei fratelli Stella, Naugerio o Navagerio e Dandolo che poco aggiungono alla trama ed all’ordito delle prime due. Il fatto è la battaglia che ora diciamo di Porto Conte, quel martedì 27 agosto del 1353. E allora, come in uno di quei corsi full immersion che mai mi vedranno allievo, a cercar di tutto, lì attorno, per indovinare se non delineare atmosfere e colori, discorsi diretti e suoni, gestualità, istinti e premeditazioni, di chi remigava e si batteva per mare: Dante e quel libro che lo mette in rapporto con l’arte navale, Francesco da Barberino (1264-1348), le parole tronche dell’Anonimo Genovese che parla di altri scontri di rostro e remo (Curzola e Lajazzo) i progetti grandiosi di Marin Sanudo di Torcello (1260-1338), le istruzioni di Egidio Romano (1243-1316), gli aridi elenchi di dotazioni che le galere liguri dovevan imbarcare per l’Oriente (il “Libro della Gazaria”), e, o Muse o Alto Ingegno, qualcuno dei tasselli si potrà pur riempire.

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