Editoriali

La vita dei pastori è la vita della nostra terra
di Daniele Maoddi

Come non rivolgere un pensiero a Fabrizio Argiolas, il pastore rimasto ustionato nel tentativo di mettere in salvo il suo gregge dalle fiamme. 

Fabrizio ha messo a rischio la sua vita per la sua vita: le sue pecore.  

E' forse difficile da comprendere per chi non vive in prima persona l'essere pastore o per chi è lontano dal mondo delle campagne ma ritengo che, almeno una parola di conforto, un incoraggiamento, un abbraccio sentito Fabrizio lo meriti, in mezzo al frastuono - social e non - che spesso risuona indebitamente. 

Siamo talmente presi dalla frenesia delle nostre giornate che raramente riusciamo a fermarci sopra un pensiero, o un fatto. Oggi tutto scorre velocissimo e la sera spesso arriva senza aver vissuto un attimo di silenzio. 

La vita dei pastori è la vita della nostra terra, la loro storia la nostra storia di sardi. Credo che oggi la Sardegna sia chiamata a fermarsi almeno un attimo e a riflettere sul gesto di Fabrizio, di straordinaria bellezza nella sua ordinarietà. 

E' bello pensare e sperare di poter avere sempre qualcuno che ci dedichi la stessa cura e attenzione che Fabrizio ha rivolto al suo gregge. 

La storia della Salvezza, nella Bibbia, è ricchissima di immagini e simboli relativi alla figura del pastore.

“Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Sal 23,1-4). 

Ecco, oggi è bello soffermarsi un attimo in silenzio su quanto accaduto a Fabrizio, un pastore sardo, che ha messo a rischio la sua vita per la sua vita. Rispetto e ammirazione. Ed un augurio di pronta guarigione. 

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Che emozione, Fabio
di Simone Tatti

Che emozione Fabio, quando nella prima tappa con arrivo in salita di questo tour, hai sfidato quel 20% di pendenza e, alzandoti sui pedali, hai danzato sino all’arrivo di Planche des Belles Filles. Un trionfo in solitaria e per distacco, indossando la maglia tricolore come Vincenzo Nibali nel 2014.

Che emozione Fabio, quando in quell’ultimo e interminabile rettilineo in salita di Peyragudes, prendesti il coraggio in mano e sfidasti tutti. 350 metri di pura sofferenza, te lo si leggeva in faccia. Uno sprint al cadiopalma che ci ha tenuti con il fiato sospeso. Arrivasti secondo, ma fu il trionfo.

Che emozione Fabio, quando hai indossato quella maglia. Come Nibali, come Pantani. Quel colore che intonava perfettamente con il tuo sorriso. Eri lì, in alto, dove mai nessun altro sardo era stato. C’eri tu, ma è come se ci fossimo stati tutti noi.

Poi arrivarono le Alpi. Tanti chilometri sulle gambe e una squadra decimata da cadute e ritiri. Sei spesso rimasto solo a combattere contro corridori ben più attrezzati. E nel vederti combattere sino alla fine, devastato dalla stanchezza ma senza mai arrenderti, non fu solo emozione, fu soprattutto orgoglio.

Coraggio Fabio, fai tesoro di questo quinto posto, perché noi lo sappiamo, prima o poi, come la Vuelta, anche il Giro e il Tour saranno tuoi. E noi, come sempre, saremo lì a fare il tifo per te.

 

 

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Buona Vita Matteo
di SIMONE TATTI

 

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In difesa della Sardegna
di Antonio Piras

 

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2017: ripartiamo dal Greenery
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