Editoriali

Contraddizioni, brindisi, aspettative e un 2018 "ultra violet"
di Mariella Cortes*

 

“Chi sei tu, Lenny? Sono una contraddizione”.

Ho pensato spesso a questo scambio di battute netto e quasi laconico, pronunciato nella pluripremiata serie tv “The Young Pope”, firmata da Paolo Sorrentino, tra il neo Papa Lenny Belardo e il cardinale Andrew Dussolier.

E il pensiero andava alla Sardegna e al fatto che, alla stessa domanda, avrebbe risposto nello stesso modo.

Una contraddizione. Vacanze patinate e ancestralità, lusso e povertà, passato e futuro, guerra e pacifismo.

È voglia di fare e ignavia, innovazione e arretratezza, è spopolamento e storie di borghi che resistono. E’ contraddizione in chi resta con la speranza di un cambiamento e in chi parte con la rabbia e la speranza di un ritorno a casa. È quell’isola senza tempo, come direbbe Lawrence e dalla storia antichissima come sottolineava il La Marmora. E’ salda al passato ma guarda al futuro senza voler, a tratti, soffermarsi nel presente. Una sola linea, dritta, continua, tra ciò che è stato e ciò che sarà ma senza pensare a ciò che è, ora. Senza riflettere sul punto in cui ora, adesso, nel presente, è arrivata. Senza cercare il punto d’incontro, quella verità nel mezzo delle contraddizioni.

Si parla di ciò che è stato e di ciò che sarà.

E se provassimo, per un attimo, a fermarci, a fluttuare in questo presente? A respirare l’aria di quell’adesso senza chiederci com’era un tempo o come sarà domani?

È in quel momento che nasce l’innovazione, in quello stare, anche solo per un attimo, nel vuoto. Nel soffermarci a pensare su quello che è. Il colore che ci farà compagnia in questo 2018, per l’Istituto Pantone sarà l’Ultra Violet, colore del misticismo, della riflessione spirituale e intuitiva. Viviamo in un contesto storico che richiede inventiva e immaginazione, che pretende di essere costantemente innovativi, creativi. Ed è proprio in questo momento che dobbiamo pensare al nostro potenziale, prendere consapevolezza dei nostri strumenti, di quello che abbiamo ora e di come trasformare un obiettivo in realtà.

Questo, anche partendo dalle contraddizioni che conferiscono quell’unicità in grado di farci sempre provare, da sardi, quell’orgoglio speciale che, in qualunque luogo del mondo, ci fa sentire uniti dalle stesse radici, dallo stesso passato e, soprattutto, parte di uno stesso presente.

A tutti voi, Buon 2018!

 

*FocuSardegna

 

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E chissà cosa direbbero di noi i nostri antenati nuragici
di *Natascia Talloru

E chissà cosa direbbero di noi i nostri antenati nuragici, osservando quanta poca considerazione abbiamo della loro grande civiltà e del patrimonio culturale che ci hanno inconsapevolmente regalato.
Certamente penserebbero che siamo pazzi, che viviamo completamente sconnessi dalla spiritualità, fondamento della loro vita e del loro modo di essere, inseguendo Dea Ignoranza e Dio Denaro.
Abbiamo perso il contatto con la terra, con l'acqua, col sole e con la luna; abbiamo perso il contatto con l'aldilà e coi nostri avi defunti; abbiamo perso la capacità di essere in contatto con noi stessi e gli altri popoli coi quali essi scambiavano saperi e tesori. 
Probabilmente ci direbbero che è arrivato il tempo di ridestarsi dal pesante sonno lungo quanto migliaia di ere. È tempo di assemblare forze e energie per riportare alla luce le loro fortezze, le loro case, i luoghi sacri e tombali, che hanno sapientemente costruito. È tempo di decifrare il loro linguaggio e i loro simboli. È tempo di far conoscere al mondo la loro grandezza e il loro splendore.

 

Così immersa nelle campagne intorno a Borore, ai piedi del Marghine, i pensieri prendevano forma. Una zona con un’alta concentrazione di nuraghi, di tombe, di dolmen e domus de janas mi si presentava davanti quasi a dirmi: “Eccoci, vieni a farci visita, prenditi un attimo. Fermati a riflettere sul significato che abbiamo avuto e perché siamo qui, proprio in questo punto”.

E’ una condizione che si ripete continuamente. Tutte le volte che mi ritrovo in un sito archeologico inizia un viaggio introspettivo  e, dentro di me, sorgono numerose domande, molte delle quali senza risposta,  ancora avvolte dal mistero. Le poche che gli esperti sono riusciti a dare sono oltretutto cariche di contraddizioni. Un mondo strano quello dell’archeologia: porti avanti una teoria per tanti anni, poi ne arriva un’altra e fa cadere ogni convinzione avuta fino a quel momento.

Nel caso della Sardegna questa è la norma, se pensiamo che l’interesse verso la nostra storia antica è nato solamente circa cento anni fa. Giovanni Lilliu e altri studiosi arrivati dal Continente furono i primi, quando gli abitanti avevano ben altro a cui pensare e lo fecero per altri anni ancora: le due grandi guerre, la preoccupazione di come poter sfamare la famiglia, la miseria, la malaria.

Il sardo comune non aveva tempo di pensare al suo passato, viveva il presente e faceva il possibile per costruire basi solide per il futuro. Concreto e radicato sulla terra, come era giusto che fosse.

Oggi i tempi sono cambiati, abbiamo certamente altri problemi da risolvere ma le persone sono più curiose, informate sotto certi aspetti, più “studiate”come avrebbe detto mia nonna.

Nonostante questo vi è però, tuttora, una scarsa consapevolezza diffusa sull’importanza del nostro passato, quello lontano, lo stesso che ha lasciato tracce ben delineate e che ancora subisce un rifiuto. Lo si osserva chiaramente, quando ti ritrovi davanti a un nuraghe con gli ingressi sbarrati dal proprietario del terreno, come a dire: “Qui non si entra, è roba mia”; oppure domus de janas avvolte dalle sterpaglie, o menhir infranti in pezzi destinati all’arredamento casalingo. O peggio, quando non vengono segnalati o, se lo sono, si fa in modo di eliminare ogni indicazione.

 

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La vita dei pastori è la vita della nostra terra
di Daniele Maoddi

Come non rivolgere un pensiero a Fabrizio Argiolas, il pastore rimasto ustionato nel tentativo di mettere in salvo il suo gregge dalle fiamme. 

Fabrizio ha messo a rischio la sua vita per la sua vita: le sue pecore.  

E' forse difficile da comprendere per chi non vive in prima persona l'essere pastore o per chi è lontano dal mondo delle campagne ma ritengo che, almeno una parola di conforto, un incoraggiamento, un abbraccio sentito Fabrizio lo meriti, in mezzo al frastuono - social e non - che spesso risuona indebitamente. 

Siamo talmente presi dalla frenesia delle nostre giornate che raramente riusciamo a fermarci sopra un pensiero, o un fatto. Oggi tutto scorre velocissimo e la sera spesso arriva senza aver vissuto un attimo di silenzio. 

La vita dei pastori è la vita della nostra terra, la loro storia la nostra storia di sardi. Credo che oggi la Sardegna sia chiamata a fermarsi almeno un attimo e a riflettere sul gesto di Fabrizio, di straordinaria bellezza nella sua ordinarietà. 

E' bello pensare e sperare di poter avere sempre qualcuno che ci dedichi la stessa cura e attenzione che Fabrizio ha rivolto al suo gregge. 

La storia della Salvezza, nella Bibbia, è ricchissima di immagini e simboli relativi alla figura del pastore.

“Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Sal 23,1-4). 

Ecco, oggi è bello soffermarsi un attimo in silenzio su quanto accaduto a Fabrizio, un pastore sardo, che ha messo a rischio la sua vita per la sua vita. Rispetto e ammirazione. Ed un augurio di pronta guarigione. 

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Che emozione, Fabio
di Simone Tatti

Che emozione Fabio, quando nella prima tappa con arrivo in salita di questo tour, hai sfidato quel 20% di pendenza e, alzandoti sui pedali, hai danzato sino all’arrivo di Planche des Belles Filles. Un trionfo in solitaria e per distacco, indossando la maglia tricolore come Vincenzo Nibali nel 2014.

Che emozione Fabio, quando in quell’ultimo e interminabile rettilineo in salita di Peyragudes, prendesti il coraggio in mano e sfidasti tutti. 350 metri di pura sofferenza, te lo si leggeva in faccia. Uno sprint al cadiopalma che ci ha tenuti con il fiato sospeso. Arrivasti secondo, ma fu il trionfo.

Che emozione Fabio, quando hai indossato quella maglia. Come Nibali, come Pantani. Quel colore che intonava perfettamente con il tuo sorriso. Eri lì, in alto, dove mai nessun altro sardo era stato. C’eri tu, ma è come se ci fossimo stati tutti noi.

Poi arrivarono le Alpi. Tanti chilometri sulle gambe e una squadra decimata da cadute e ritiri. Sei spesso rimasto solo a combattere contro corridori ben più attrezzati. E nel vederti combattere sino alla fine, devastato dalla stanchezza ma senza mai arrenderti, non fu solo emozione, fu soprattutto orgoglio.

Coraggio Fabio, fai tesoro di questo quinto posto, perché noi lo sappiamo, prima o poi, come la Vuelta, anche il Giro e il Tour saranno tuoi. E noi, come sempre, saremo lì a fare il tifo per te.

 

 

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Buona Vita Matteo
di SIMONE TATTI

 

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