CACCIATORI DI BRICIOLE (MIGRAZIONE ED EMIGRAZIONE IN SARDEGNA)

“Migrante?”, chiede la rondine al fenicottero rosa, spaparanzato al sole sulla riva dello stagno.

“Ma quale migrante. Stai scherzando?”, urla lui, agitando confusamente le ali, da perderci quasi l’equilibrio.

“Scusa”, fa la rondine, “ti ho scambiato per un uccello migratore.

È da un po’ di tempo a questa parte che, appena nomino questa parola, tutti gli uccelli mi urlano addosso e scontrosi non mi degnano di risposta. Io voglio solo ritrovare la rotta per tornare a casa!”.

 

“E a me lo chiedi?”, fa il fenicottero, sempre più inquieto. “Io sono residente, capisci? Re-si-den-te. Abito a Molentargius da un mucchio di anni. I miei figli sono sardi. Nati qui, nell’isola”.

“Oh rondine, senti un po’, avvicinati. Mi’ che non ti mangio. È che mi sono spaventato prima. E poi, sono un po’ diffidente di natura. Dai avvicinati, che non mi piace urlare quando parlo. Allora dov’è che vai?”.

“Ma come dove vado? Se ti ho appena detto che mi sono persa”, risponde la rondine un po’ scocciata.

“Ehhh…, mamma mia, già sei poco permalosa! Cos’ho detto? Il fatto è che mi sto ricordando ai miei tempi, quando anche io partivo alla fine di ogni estate. Sempre l’ultimo ero. E chi se ne voleva andare dall’isola? Ceee…, non me lo voglio ricordare. Quante volte mi sono perso anche io, non mi bastano le piume delle ali per contarle!

Ai miei tempi, negli ultimi giorni di agosto, iniziava già a fare freschetto. Adesso, a dicembre, capitano certe giornate che non sai più in che stagione siamo. Starò diventando vecchio? Ti dico che, a giorni, a dicembre, mi sveglio tutto confuso e credo di essere tornato in Africa per colpa di quel tepore gradito che mi accarezza le piume.

E dai, non avere paura. Avvicinati poco poco che ti voglio confessare una cosa”.

“Ma se ti ascolto, poi mi aiuti a tornare a casa?”, supplica quasi la rondine.

“E certo! Prima però ti volevo dire che hai proprio ragione a proposito degli altri uccelli. Tutti matti stanno diventando e maleducati.

È la paura, dico io, ci stiamo cagando addosso con questa storia dei nuovi arrivati che girano qui nell’isola”.

“Oh, rondine, mi' che sono strani davvero! Io abito qui da un mucchio di tempo e ne ho visto di tutti i colori, eppure… Questi che stanno arrivando ora, ceee…, non fa neanche a descriverli dalla pena che mi fanno. Uccelli smarriti sono. Tutti spiumati, affamati, muti. Anche l’anima hanno perso nel viaggio migratorio, te lo dico io. Più li osservo, più mi si stringe il cuore. Piccoli, grandi, femmine, maschi, tutti ci sono e tutti silenziosi e con gli occhi sbarrati”.

“Anche io, per molti anni, ho fatto avanti e indietro, te l’ho già detto, no?, inverno in Africa, estate in Sardegna, nemmeno mi ricordo chi mi avesse raccomandato quest’isola. Mi ricordo però che mi era piaciuta subito. Mi sono trovato bene. E alla fine, ho deciso di rimanere.

E già l’ho fatta bella, però! Nemmeno te l’immagini. E’ come se mi avessero incatramato le ali! Poco a poco ho perso la forza. Apatico sono diventato. Mi sono messo a criticare, a lamentarmi, sempre pronto, anche io, a parlare male del vicino. Ceee…, sardo mi sembro!”.

“E poi, se proprio vuoi saperla tutta, da quando questi strani uccelli girano come zombi per tutta la Sardegna, io sto avendo problemi grossi per davvero . Altro che gite di famiglia che la domenica vengono a farci le foto negli stagni! Macché, ora, ci guardano storto e ci calunniano. Ora, tutti brutti, sporchi e cattivi siamo, si legge nei loro occhi, credi a me”.

“Ma tu lo sai che questi uccelli migratori ultimi arrivati non sanno nulla di questa terra? Non sono diretti a uno stagno particolare dove hanno famiglia che li aspetta. Che ne so, allo stagno di Is Brebeis, o a quello di Colostrai, o di Santa Giusta. Macché.

E poi, te lo dico io, qui non li vogliono, hai capito?

Ed è davvero strano per una terra dove non c’è rimasto più nessuno. Tutti emigrati sono!

Che beffa. Ajò. Questa gente sarda, è proprio stramba.

Non tutta però, dai”.

“L’altra mattina, ho sentito due vecchiette che parlottavano tra loro, ferme di fronte alla Questura. La più arzilla, che doveva avere settanta ottant’anni, strattonava la fardetta della comare ingobbita, perché si fermasse ad ascoltarla meglio. Gente del capo di sopra, mi sono detto, trasferita a Cagliari chissà da quanto. La più anziana non smetteva di sistemarsi il fazzoletto nero, portato ancora all’antica.

Insomma, le diceva quella più arzilla a quell’altra: “Oh Tzia Peppinè, che vergogna che siamo diventati. Stavo guardando la televisione ieri notte, e ormai non fanno altro che passare immagini tristi di quei mischinetti che arrivano a mucchi anche da noi. Sempre i piedi ci fanno vedere, tutti scalzi arrivano! E ieri notte, alla vista di tutti quei piedi scalzi, mi sono ricordata i racconti di babbo di quando era partito per la prima volta in Germania. Siccome amici suoi lo avevano avvisato che faceva troppo freddo da quelle parti, lui si era costruito un paio di scarpe di cartone e le aveva legate alla bell’e meglio con un pezzo di corda che nonno usava per chiudere i sacchi del grano.

Mi’ che non è passato così tanto tempo da allora. E sembra che ce lo siamo dimenticati tutti come eravamo noi. Poveri in canna e senza speranza.

Ma lo sa, Tzia Peppinè, cosa mi ha detto mia nipote che vive in continente? A Milano dev’essere o un paesino lì vicino, da più di vent’anni ci vive. Dice che è contenta di tutti questi arrivi anche al nord, così almeno la smettono i milanesi di trattare loro con razzismo. Pare che tutti quelli che provengono dal sud e anche dalle isole siano ancora discriminati!

Non me lo aveva detto mai, mischinetta, forse per non farmi stare male. Ohi, ohi… Ma come la finiremo tutti quanti?. Me lo dica lei Tzia Peppinedda, che ne sa certo più di me. Io, solo la terza elementare mi hanno fatto fare”.

“Così, le ho sentite parlare quelle due vecchiette e mi sono tutto scombussolato pensando che avevano ragione.

Qui la cosa si sta mettendo brutta per tutti, te lo dico io. Ma cosa ti stavo dicendo, che me ne sono dimenticato?”.

“Ah, certo, adesso ricordo. Insomma, pare che la Sardegna sia la regione italiana e forse di tutto il Mediterraneo, con la più vasta superficie di stagni e di lagune. Ma possibile, mi chiedo, che non ci sia posto davvero per questi uccelli dallo sguardo triste? Che, te lo dico io, qualche guaio grosso devono aver passato per decidere di migrare così allo sbaraglio.

Si dice pure che, appena arrivano dal mare, spinti dai venti di scirocco, tutto un apparato di polizia, controllori, soccorritori affollano il porto di Cagliari, pronti ad attenderli. Ma non con le braccia aperte e il sorriso stampato in faccia. Macché. Tutti seri seri, si mettono lì a studiarli, poi li smistano, li numerano, li marchiano e li separano. Sequestrati e trasferiti nei centri di accoglienza”.

“Un giorno quasi quasi ci finisco anche io. Ho dovuto mettermi a urlare e a bestemmiare in sardo per poter tirare fuori i documenti. E questi a strattonarmi le piume chiedendomi il permesso di soggiorno. Ceee…, mi’ che me la sono vista brutta.

Un mio amico gabbiano, che vive nel porto di Cagliari, dice che hanno messo anche le guardie giurate a fare i controlli delle navi della Tirrenia che partono per il continente. Dice che raccolgono a mazzi i documenti di tutti quei poveracci che vogliono lasciare l’isola, e poi iniziano a fissarli uno a uno per vedere se le fotografie in quei fogli di carta corrispondono alle loro facce. Che brutto, ajò. Se me lo facessero a me, morirei dalla vergogna, morirei”.

“Ma lo sai che qualcuno di noi, già residente da tanti anni, ora si è messo a fare il ‘magnaccia’ con questi poveracci appena arrivati? Sì, insomma, fa il traduttore, l’amico, il confessore, e fa i soldi alle spalle dei fratelli girando con le catene d’oro al collo, circondato dai suoi scagnozzi. Ceee…, che tristezza!”. 

“Non è che tu sei una spia e mi mandi i soccorritori anche qui? E chi si fida più ormai? C’è paura in giro. Paura di tutto, e risentimento. Come se finalmente ci si possa sfogare su qualcuno per quello che non ci va bene”.

“Guarda che anche io sono nata in Sardegna. Cosa credi?”, risponde la rondine tutta offesa. “Però non c’ero mai più tornata. Quest’anno sono migrata in Grecia. I miei figli sono già partiti per l’Africa, mentre io me ne sono andata un po’ in giro verso la Turchia.

Anche a me piace partire all’ultimo momento.

Durante il volo, però, mi sono distratta e poco c’è mancato che restassi impigliata in un campo recintato con il filo spinato!

Sono venuta a sapere, dopo, che era uno di questi posti di cui parli tu. Un centro per tenere sotto controllo gli strani uccelli. Se vedessi, tutto pieno anche lì! Solo la corrente elettrica ci manca in quel filo, ho pensato. Tante me ne hanno raccontate che mi è venuta la pelle d’oca. E allora sono scappata via volando alla rinfusa, e guarda un po’ dove sono capitata! Mi sono presa un tale spavento che non ricordo più …”.

“Senti a me, rondine”, riattacca il fenicottero interrompendola. “Se vuoi un consiglio non restare a lungo in questa terra. All’inizio tutto era bello. Almeno per noi, arrivati in altri tempi, così sembrava. Ma poi, piano piano, uno si accorge che se non sta attento diventa come loro. Come i sardi, eja. Te l’ho già detto.

Loro sembrano buoni buoni, ma ci sono un mucchio di cacciatori qui. Bracconieri molti, e molti incazzati contro le leggi dello Stato.

Pare fossero ribelli i sardi, un tempo. Sfidavano la legge ingiusta, ma in tanti sono stati ‘iscramentausu’ e allora, adesso, ci pensano due volte prima di protestare veramente. ‘A iscramentu’, si dice, come a ricordare l’effetto del trauma, così ti trattieni dal compiere un determinato gesto, per paura che si ripeta ancora l’episodio brutto che già una volta ti è capitato. E qui nell’isola, forse per questo molti preferiscono farsela da sé la legge. E mi’ che non gliene importa niente che i sardi grossi lascino loro solo le briciole”.

“Altro che briciole e briciole, qui ci sarebbe da mangiare per tutti se si volesse, lasciatelo dire da me che ormai ho capito com’è l’andazzo. E invece, solo a sparlare sono capaci. Si sparla seduti sulle pietre all’ombra delle piazze, si sparla al bar, ma per il resto zitti. E quando scoppiano, che non ne possono più dalla rabbia, allora se la prendono sempre con quelli che stanno peggio di loro. Coi vicini, coi parenti.

Come in tutto il mondo, certo.

Ma qui, dai retta a me, ci sarebbe davvero posto per tutti; non solo per quelli che stanno arrivando ora, che sono ‘istrangius’, forestieri, e spaventati, aggiungo io. E per forza, nemmeno l’italiano sanno parlare, altro che il sardo!

Qui, ci sarebbe posto anche per tutti i sardi che sono emigrati, se i sardi grossi permettessero il loro ritorno con garanzie di dignità.

E invece, solo le briciole passano quei farabutti. E anche quelle i cacciatori più svelti le acchiappano”.

“Poi, ogni tanto, arriva il WWF o com’è che si chiamano tutti quei soccorritori?

Distribuiscono qualche sacco di granaglie, scadute magari. Ma tanto gli uccelli che ne sanno?”

“Fame ci vuole”, ho sentito dire a qualcuno.

‘Fora is istrangius’, scrivono ancora sui muri. Ma, secondo me, le nuove generazioni di sardi nemmeno lo sanno cosa c’è dietro a queste parole. Io, invece, che sono quasi vecchio e anche mezzo sardo, oltre che africano, un po’ di memoria ce l’ho ancora, e non me la dimentico la servitù che mi porto nel sangue.

Gli uccelli di cui devono avere paura non sono i miei fratelli africani. Mi’ che stagni ce ne sono molti e non ruberebbero lavoro a nessuno vivendoci. Non l’hanno ancora capito qui che ‘is istrangius’ da buttare fuori sono altri. Sono quelli avvoltoi che da anni arrivano sotto false spoglie passandosi per amici e parlando di progresso. Quelli quelli, eja, che vengono qui, si comprano le terre ancora per due euro, nidificano nei posti più belli, e poi li senti che si vantano per qualche lavoro sottopagato che hanno dato a qualcuno del posto.

Ma mi’ che sono testardi questi miei fratelli acquisiti! Mi fa una tristezza, mi fa. E il bello è che devo stare attento a come parlo, perché se no mi buttano fuori lo stesso, anche se sono residente”.

“Qui tira un brutto vento rondine. Te lo dico io. Dai retta a me, vai via appena puoi, che rischi che ti fanno subito schiava se ti beccano con quel piumaggio nero lucido e vellutato”.

Paola Carta

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