L’orgoglio e la tempra di Pietro Congiu, emigrato sardo a Bolzano

In Alto Adige da 65 anni è Presidente storico dell’associazione sarda “Eleonora d’Arborea” e cittadino onorario della sua Oliena

L’inverno era agli albori quando ho avuto modo di trascorrere una mattinata in compagnia di Pietro Congiu. La città di Bolzano, effervescente ed assettata mi accoglieva come decorosamente si fa con un ospite gradito. Complice l’atmosfera natalizia e una fresca brezza dalle Alpi, ho cominciato ad ascoltare sotto un pallido sole i racconti di questo olianese classe 1932. Della sua vita, del suo percorso professionale e da emigrato. I suoi occhi scintillavano ma l’aria aguzza c’entrava poco. Pietro ha così intrapreso il suo viaggio nella memoria. Ed io con lui.

Nato a Roma dove i genitori si erano trasferiti per lavoro, rientrò ad Oliena in tenerissima età. Primo di sei fratelli, completate le scuole dell’obbligo sosteneva il padre nella gestione di una trattoria e nel lavoro nei campi per supportare l’economia familiare.

 

“Ho reminiscenza di quando presi parte alla lotta alle cavallette che nel 1947 devastarono la Sardegna creando danni ingenti all’agricoltura. E la campagna contro la malaria, autentico flagello isolano. Erano anche gli anni della spensieratezza e delle curiosità. Conoscevo il territorio e mi incuriosiva la campagna, stimolato anche da una proficua scuola di avviamento di tipo agrario.”

Ma c’era un aspetto pratico che ammaliava il giovane Pietro nella sua adolescenza lavorativa al fianco del padre.

“L’osteria era frequentata dai carabinieri in servizio di pattuglia. La loro divisa mi affascinava e il mio sogno era quello di poterla indossare un giorno”.

A 17 anni Pietro Congiu fece domanda di arruolamento nell’Arma. Passò oltre un anno prima che la sua richiesta andasse a buon fine. Poi sopraggiunse la chiamata da Cagliari: era il 5 maggio 1951.

“Il momento del distacco da Oliena è ancora nitido nella mia mente. M’incamminai a piedi nella strada provinciale alla volta di Nuoro. Avevo una piccola valigia con qualche indumento e scarni oggetti personali. Raggiunsi la stazione ferroviaria della capoluogo barbaricino dopo tre ore, in tempo utile per prendere un trenino per Macomer e poi a Cagliari dove trovai moltissimi aspiranti all’arruolamento.”

Dopo dieci giorni ci fu la partenza per Roma per la frequentazione della Scuola Allievi Carabinieri.

“L’insegnamento durò 9 mesi e fui impiegato in molteplici attività addestrative, con marce continue e saggi ginnici, studio in aula di leggi e regolamenti. Un periodo vigoroso e di grande complessità emotiva. Ma si era avverato un sogno coltivato sin da piccolo e di cui andavo fiero. Un traguardo non agevole da raggiungere per la selezione accurata e per i requisiti fisici e morali richiesti e che a me, promosso carabiniere, erano stati riconosciuti.”

Il 18 gennaio 1952 Pietro Congiu lasciò la capitale con destinazione Bolzano.

“Di solito al neo carabiniere veniva richiesta la scelta di tre comandi di legione sparse per l’Italia. Per il nostro corso invece venimmo informati di optare per una sola sede e quella ci sarebbe stata assegnata. Durante il corso il mio simpatico vicino di branda, sardo come me, non mi parlava d’altro che di un suo cugino carabiniere, in servizio in un paesino della Legione di Bolzano. A fine scuola avrebbe chiesto quella legione, invitandomi a seguirne la scelta, lusingandomi col fatto che il cugino non gli scrivesse d’altro se non della presenza di ragazze bellissime e bionde - enuncia Pietro ridendo -. E fu così che mi lasciai persuadere e predilessi Bolzano”.

Nella nostra conversazione, giungemmo sulle sponde dell’Isarco che con le sue acque fluide accerchia e tinteggia la città di Bolzano. Pietro consapevolmente, come uniformandosi all’energia dell’acqua, come un fiume in piena riprese a rammentare con una imperativa e pertinente collocazione dei particolari, quello che fu l’approccio con la città 65 anni prima.

Mi colpì la neve ghiacciata ai lati della strada e l’aria pungente del mattino, che sferzava i visi, in un turbinio di pensieri, fra sogni e aspettative senza fine. Ci accolse una caserma imponente e ben riscaldata. Trascorremmo la mattinata presso gli uffici matricola, amministrativi e armeria dove ci dotarono delle armi individuali. Il Comandante della legione mi raccomandò di non chiamare “crucchi” i tirolesi, ma di non farmi dare del “terrone” da loro. Affidamenti che non dimenticai, ma che al momento per me, sardo, erano prive di significato.”

La prima destinazione del Carabiniere Pietro Congiu fu un paesino nei dintorni di Merano. E l’avvenimento che mi espose, è un episodio sintomatico di come la vita a volte possa, in una sera gelida di un inverno lontano, mutare per dei semplici particolari.

“Giunto a Merano scesi dal treno e seguii gli altri passeggeri che a passo svelto raggiungevano l’uscita. Mentre mi approssimavo alla porta e mi chiedevo angustiato cosa fare per proseguire il viaggio, apparve sull’uscio un carabiniere. Mi guardò in faccia e mi apostrofò in sardo “ e tue a inueandas? Pensai a un miracolo. Gli farfugliai la mia situazione. Senza esitare mi prese il borsone e accompagnandomi alla stazione di una seggiovia, unico mezzo a quell’ora per sopraggiungere l’altipiano dov’era collocata la mia nuova sede e che avrebbe chiuso alle ore 19. Il freddo penetrante si faceva sentire sempre più intensamente e già cominciavo a recriminare il clima romano quando il collega mi annunciò di essere arrivati. Salimmo due rampe di scale e mi trovai innanzi una girandola di seggiolini che ci circolavano e sparivano nel buio. L’inserviente mi fece salire in uno dei seggiolini in movimento, chiuse la barra di sicurezza e mi appoggiò il borsone sul petto. Al mio salvatore feci appena un cenno di saluto con la mano e già la seggiovia penetrava nel buio della notte, col vento che sferzava sul viso. Sotto di me la neve. Dietro le luci della città. Un paesaggio notturno fantastico. Ero felice e stavo benedicendo il buon Dio quando all’improvviso la seggiovia si bloccò. Il seggiolino ondeggiò paurosamente e continuò a lungo, mosso dal vento sempre più gelido e impetuoso. Che fare? Chi chiamare? Quando sarebbe ripartita e perché si era fermata? Man mano che i minuti passavano ero sempre più disorientato. Urlare? E chi mi avrebbe sentito? E poi ero sempre un  carabiniere e non dovevo dimostrare di aver paura. Saltare nel vuoto? Idea subito scartata per l’ampia distanza dal suolo. Mi percepivo agli onori della cronaca: giovane carabiniere dimenticato e morto di freddo su una teleferica. Che brutta fine! Quanti sogni naufragati! E la mia Oliena? Dopo circa 20 minuti, quando avevo smarrito ogni illusione di salvezza, la seggiovia si rimise in moto. Il mancato coordinamento di segnalazione fra il manovratore che mi aveva issato sul seggiolino e la sala operativa aveva fatto fermare l’impianto per fine servizio, troppo presto rispetto al tempo di percorrenza occorrente perché io fossi arrivato a destinazione. La fermata dell’impianto aveva fatto riflettere il manovratore, già avviato sulla via di casa, che tornò sui suoi passi e chiese conferma dell’arrivo del carabiniere. Avuta risposta negativa rimisero in moto l’impianto e io fui salvo.”

Pietro si adattò subito alla sua nuova realtà, complice la forza dei suoi vent’anni e tutta un’esistenza davanti da scoprire con un animo approntato al bene della collettività.

“Il paesino contava circa 1800 abitanti, per lo più contadini. Abitazioni povere con una architettura tirolese, tetti alti e spioventi per permettere lo scivolamento della neve. La campagna era ricca di frutteti e vigne. Molte mucche in stalla. Le persone erano poco loquaci e si esprimevano con un linguaggio incomprensibile. Col trascorrere dei giorni i saperi di un bravo comandante, colto e preparato, e l’esperienza di vita vissuta dei colleghi più anziani incominciò a dare i suoi frutti. Il territorio abbracciava un seminario vescovile e tre castelli uno dei quali simbolo della storia tirolese, meta persistente di turisti di cultura germanica. I declivi montuosi erano seminati di ‘masi’, fattorie arroccate lungo le pendici cospicue di pascoli e di boschi dove i contadini attuavano l’agricoltura e allevavano il bestiame. I ‘masi’ erano faticosi da raggiungere, specie nella stagione invernale per la troppa neve, per la carenza di strade. I contadini facevano uso di teleferiche per portare a valle il latte e riportare su i generi alimentari. Col trascorrere del tempo prendevo sempre più coscienza della mia nuova realtà con grande entusiasmo. Presso il seminario trovai un insegnante che m’impartì lezioni di lingua tedesca. Superato il lungo inverno il paesaggio mutò completamente. Verde e fiori ovunque. Alle finestre facevano bella mostra i vasi di gerani. I meleti fioriti erano uno spettacolo della natura che affascinava e dava allegria.”

Dopo due anni di permanenza in quel comando Pietro venne spostato in frontiera, al controllo passaporti.

“Il contatto con persone di culture diverse, per un giovane di 22 anni era raffronto di notevole arricchimento umano. Dopo tre anni mi dovetti allontanare per motivi di salute. Il clima rigido aveva creato problemi al mio fisico che ho doverosamente mantenuto a riposo. Mi dedicai allo studio che mi consentì l’anno successivo di concorrere per essere ammesso alla scuola sottufficiali di Firenze. Il concorso andò a buon fine e dopo un anno sono stato promosso sottufficiale. Fui inviato per un breve periodo di servizio in provincia di Gorizia e poi nuovamente in Alto Adige perché competente di lingua tedesca. Tornai a Bolzano il primo gennaio del 1960. Il clima politico era mutato. Nel giugno 1961 una serie di attentati terroristici a tralicci, caserme, e monumenti del periodo fascista misero in crisi i rapporti fra italiani e tirolesi che ormai miravano al distacco della provincia di Bolzano dallo Stato Italiano. Il servizio divenne pesante e pericoloso. Con la popolazione di lingua tedesca era subentrata molta diffidenza Gli attentati causarono alcune vittime fra le forze di polizia e civili. Finalmente si mise in moto la diplomazia italo austriaca, che nel giro di pochi anni riuscì a rasserenare gli animi. Cessarono gli atti terroristici e lentamente si tornò alla normalità. Lo Stato italiano concesse alla provincia di Bolzano un’ampia autonomia a statuto speciale che con gli anni si rivelò un successo di ottima amministrazione, tanto da essere additata ad esempio anche a livello internazionale.”

La provincia di Bolzano oggi è un’isola felice. Ottimi amministratori, servizi efficienti, un clima sufficientemente accettabile (la città essendo in una conca, è molto calda d’estate e molto fredda d’inverno). La vicinanza alle montagne aumenta il suo fascino e la qualità della vita è invidiabile. Conclusa la passeggiata salutare nelle vie della città, a casa Congiu ci accolse con un sorriso illimitato e una caffettiera scalpitante, la moglie Anna. Osservai Pietro che sorrise e tacitamente con la mente arrivammo a quell’aneddoto lontano nel tempo che aveva “influenzato” la sua scelta di vita verso l’Alto Adige

Un vecchio adagio recita: donne e buoi dei paesi tuoi. E’ il mio caso. Nel mio peregrinare non potevo immaginare che proprio a Bolzano avrei trovato l’anima gemella originaria della mia bella Oliena. Assieme abbiamo appena festeggiato i 55 anni di matrimonio, attorniati da quattro splendide figlie e sei nipoti”.

“Ho conosciuto Pietro che ero una ragazzina, - riferisce Anna - lo scorgevo come amico di casa che frequentava i miei genitori olianesi e mai avrei immaginato che un giorno sarebbe diventato mio marito. Sono felice di averlo incontrato anche perché, nata a Bolzano, posso vivere in questa città e nello stesso tempo conservare i legami con Oliena, che ha dato i natali a mio papà e mia mamma e che mi fa sentire orgogliosa di appartenere a due culture diverse. Pietro è una persona attaccata alla famiglia e sente molto la sua sardità. Lo ha avvalorato l’impegno profuso al Circolo nei suoi anni di presidenza facendo conoscere ed apprezzare l’associazione alle  autorità e alla cittadinanza.”

Eh si, perché Pietro Congiu a Bolzano è tra coloro che ha legittimato il circolo “Eleonora d’Arborea”. E del sodalizio degli emigrati sardi ne è stato il Presidente storico.

“Nel 1978, con l’impulso di alcuni conterranei, si sentì la necessità di fondare un circolo dove potersi incontrare e mantenere vivo il legame con la Sardegna. Il circolo fu inizialmente denominato ‘Sardegna Viva’ ed ebbe successo vista la frequenza cospicua degli associati. Gli incontri avvenivano in locali di fortuna. Poi in una sede poco accogliente al terzo piano di un vecchio stabile. Nel 1986 si dimise il primo presidente e gli subentrai provvisoriamente, per essere confermato nelle successive elezioni e fino alle mie dimissioni avvenute nel 2009. Sono stati anni di attività laboriose, sviluppate dopo, con il riconoscimento del Circolo da parte della Regione Sardegna, con l’allora presidente Mauro Pili che ci onorò di una sua visita in sede. I programmi annuali hanno sempre previsto la partecipazione di relatori sardi per conferenze culturali, gruppi folk e spettacoli musicali. Resta indimenticabile l’incontro, da noi promosso, del presidente della Regione Sardegna con la Giunta Provinciale di Bolzano. Altro successo del circolo, stante le problematiche razziali della Provincia, fu l’incontro di “Due realtà etniche a confronto” alla presenza di artigiani sardi e tirolesi”.

Il pensiero finale, è per la sua Oliena, centro nevralgico nell’isola per Pietro e la sua famiglia.

“Ho sempre ponderato fosse fondamentale conservare un buon rapporto con le proprie origini e la propria gente. Molti miei colleghi hanno cancellato il loro paese di provenienza e me ne sono sempre meravigliato. A me non è accaduto. Nei miei 42 anni di servizio ho sempre trascorso le ferie a Oliena. Un appuntamento annuale che dava continuità ai rapporti di amicizia con i miei compagni d’infanzia e con i miei paesani. Oggi a 84 anni trascorro alcuni mesi in paese ed è come se non fossi mai mancato. Conosco e ricordo tutti, specie quelli della mia età. Ai giovani chiedo sempre qual è il loro casato e così risalgo ai loro nonni. Il particolare attaccamento al paese e alla mia gente è stato premiato dal comune di Oliena che mi ha concesso la cittadinanza onoraria. Un riconoscimento che mi ha molto lusingato e commosso. “

Massimiliano Perlato

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