"Io questa maglia non la tolgo mai, ce l’ho addosso, ce l’ho tatuata dentro fin da quando ero bambino"

Quando da ragazzino ha cominciato a giocare a basket pensava solo a divertirsi. Non rammenta di avere avuto desideri esclusivi allora. “Amavo giocare perché stavo bene, mi divertivo. Ero ambizioso, capivo di avere talento e mi spingevo ad andare sempre oltre in campo. Nel tempo i sogni hanno comunque abbozzato a prender forma nella mia testa e, qualcuno l’ho concretizzato, come giocare ai massimi livelli con la squadra della mia città, mentre qualcun altro lo devo ancora avverare, come vincere tanti trofei con questa maglia.”

Le parole sono di Marco Spissu, rivelazione nel basket della Dinamo Sassari, vincitrice in Europa della Fiba Cup e vice campione d’Italia avendo perso la partita decisiva, quella del 4-3 con Venezia.

Prodotto del vivaio biancoblu, classe 1995, a 16 anni esordisce in serie A contro l’Olimpia Milano nella stagione 2013/2014. Dopo tre anni in giro per l’ltalia a farsi le ossa in A2, dimostrando tempra e attitudine, conduce la Virtus Bologna alla promozione nella massima serie, il rientro in Sardegna.

È stato protagonista dei campionati europei Under 18 nel 2013, e Under 20 nel 2014 e nel 2015 con la maglia della Nazionale giovanile. L’estate scorsa ha conquistato l’argento con l’Italia ai Mondiali 3x3 under 23, sfoderando grande maturità tecnico tattica e disputando una finale da protagonista.

Marco Spissu, è il figliol prodigo della sua Sassari, gioiellino di casa che dopo una stagione di rodaggio è diventato un riferimento dei colori biancoblù. Le statistiche snocciolano numeri importanti fra media punti in campionato, rimbalzi e assist, ma le prestazioni comunicano anche di un atleta che ha saputo dare ritmo e creatività alla manovra della squadra, risultando spesso decisivo. Il pubblico sardo lo adora, è il piccolino di casa, fin qui lo ha coccolato, ricevendo indietro affetto, allegria e risultati esaltanti. E ci si mette anche la Legabasket, che lo ha nominato miglior giocatore italiano dei playoff. Il feeling con la città è entusiasmante, la sento mia. Mi batte forte il cuore quando ci rifletto - confida, trattenendo l’emozione -. Non è stato facile. Sapevo che dovevo darmi da fare per comprovare meglio degli altri le mie capacità. Le critiche e i dubbi fanno parte dello sport, bisogna accettarli. Però ti danno anche una spinta a far meglio”.

L’empatia con il mondo biancoblù è sotto gli occhi di tutti, i video che lo ritraggono mentre salta, balla, canta e si abbraccia coi tifosi ha fatto il giro del web ed ha coinvolto simpatizzanti di tutta Italia. “Conosco l’80 per cento dei presenti in curva, c’è affiatamento e rispetto, sono felice di ritrovarmi con loro alla fine delle partite. Io ci sono cresciuto con questa gente”.

Marco, radici turritane e anima sarda per il club nato nel campetto all'aperto della palestra Meridda quasi 60 anni fa. Generazioni di sassaresi hanno indossato quella maglia e col tempo e nel tempo qualcuno ne è diventato il simbolo. Perché non c'è stata grande Dinamo senza un grande sassarese in campo. Agli albori era normale, poi col tempo, la Dinamo ha varcato il mare approdando a competizioni di alto livello, rimanendo però sempre legata alla sua città attraverso un cordone ombelicale fortissimo. Sergio Milia il primo, poi Emanuele Rotondo, Dario Ziranu, Luca Angius, Massimo Chessa. Anni di serie A. E adesso Marco Spissu, che di sassaresi come lui ce ne sono pochi, anche a Sassari. Figlio d'arte, lo sport lo ha respirato in casa sin dalla culla. Il padre Francesco giocava nella Mens Sana e ha chiuso con la Dinamo prima di mettersi ad arbitrare e poi ad allenare. “Ho fatto sacrifici, ma proprio grazie a questi ho percorso tanta strada. Andare via di casa a 18 anni è tosta: sai cosa stai andando a fare ma non sai cosa sarà, come sarà. Ho ingoiato tanti bocconi amari, non è stato semplice. Ho abbassato la testa ma in campo ho giocato continuamente a testa alta. Non bastava voler giocare e saper giocare. Io però non ho mai mollato. Qui entra in gioco un po’ anche il carattere di noi sardi, che facciamo fatica a lasciare la Sardegna, ma è stato solo un pensiero, perché in realtà sapevo che mi sarebbe servito per germogliare e l’ho davvero desiderato. Oggi sicuramente non sarei lo stesso senza le esperienze a Bari, Casalpusterlengo, Reggio Calabria e Bologna, tutte in egual modo importantissime a prescindere dai risultati raggiunti con ciascuna.”

Gli anni di Bologna sono stati la legittimazione per far apprendere al mondo del basket il suo nome. “L’ultima è stata una stagione incredibile, abbiamo vinto tutto, Coppa Italia, campionato… soddisfazioni enormi. Poi il rientro nella mia città, un sogno sudato, guadagnato e realizzato. Ed è un sogno che sto vivendo tutti i giorni.”

Marco a Sassari ormai è un idolo. “Il momento più bello con la Dinamo? Quando Piazza Italia a Sassari stracolma di persone ha invocato a gran voce il mio nome il giorno dopo l’ultima partita della stagione.”

Quando è comparso sullo stage, la folla è esplosa. “Mi tremavano le mani e le gambe. L’emozione era talmente forte che quasi mi ha paralizzato – dice –. Vedere quel mare di persone dopo una finale persa rivela che cuore hanno e cosa sono i sassaresi e i sardi. Una sensazione meravigliosa. Sognavo un momento così da anni. Lavoro sempre con umiltà, mi impegno e so che ho tantissima strada da fare. L’ho fatto e lo farò ancora ma quello che mi ha regalato Sassari, la mia città, è unico: nessuno mai potrà rubarmi questo ricordo”.

E crescerà ancora a Sassari avendo rinnovato l’accordo con la società fino al 2022. Un attestato di fiducia da parte del presidente Stefano Sardara che ha tra le mani certamente uno dei migliori playmaker italiani. Un contratto triennale e la certezza che quando Jack Devecchi (dopo la prossima stagione) smetterà di giocare, sarà lui il capitano, la bandiera della Dinamo. Un’ esperienza sempre in crescendo, perchè è importante essere parte di un club che offre vere opportunità “E’ molto difficile per i giovanissimi che fanno basket poter essere in una società a questi livelli e quindi con un nome importante che apre tante porte. Perché a volte non bastano talento e sacrificio ma contano le possibilità. Per me è stato fondamentale, non smetterò mai di dirlo, aver avuto l’occasione di formarmi qui e crescere non soltanto come atleta ma anche come persona, come uomo”.

Artefice dell’ultima stagione straordinaria della Dinamo che per un nulla non è riuscita a cucirsi sulla maglia il secondo scudetto della storia dopo quello indimenticabile del 2015 è l’allenatore. “Gianmarco Pozzecco ha subito lasciato intendere e poi agito di conseguenza, che se uno avesse giocato bene gli avrebbe concesso spazio. Le mie responsabilità si sono ampliate, la squadra ha funzionato Mi ha dato tanto, con lui sono tranquillo, gioco sereno, mi lascia sempre a disposizione un margine d'errore. Mi piaceva il Poz quando giocava. Anche io sono pazzo, a modo mio. Mi piace fare un numero, esaltare il pubblico con una giocata. E quando gioco con questa maglia non si può descrivere cosa provo. I ragazzi italiani devono essere bravi a sfruttare le chance che vengono offerte”.

Si è creato un gruppo davvero speciale e vincente. “E’ un gruppo che sa davvero fare squadra, non ci sono ragazzi egoisti. Ognuno di noi lavora per lo stesso obiettivo, vogliamo vincere e ci aiutiamo l’uno con l’altro.”

Sui social network ha girato una nota della sua professoressa d'italiano: scriveva che Marco non seguiva la lezione, pensando al basket. “E' vero. E se ci ripenso mi chiedo cosa mi fosse passato per il cervello di rispondere così, dicendole che ero distratto dalla pallacanestro. Però, in fondo, quella nota è il certificato che ero capace di sognare e che quel sogno l'ho realizzato.”

La Nazionale? “Un altro sogno, cercherò di realizzarlo”.

Massimiliano Perlato